Autonomia, Autogoverno, Europa – Intervista a Lorena López de Lacalle, presidente dell’EFA

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Lorena López de Lacalle è un’attivista e una intellettuale basca. Presiede il partito europeo “Alleanza Libera Europea”, meglio noto come European Free Alliance (EFA). Si tratta della famiglia politica dei promotori di autogoverno dei territori, dalla Catalogna alla Sicilia. EFA nel Parlamento europeo costituisce, insieme ai Verdi, il gruppo Greens-EFA. La abbiamo incontrata più di una volta, negli ultimi anni, accorgendoci che in pochissimo tempo, nel post-pandemia e in questo momento segnato da una terribile guerra, EFA sta cambiando e crescendo. Nello stato italiano EFA è in un rapporto politico sempre più stretto con Autonomie e Ambiente (AeA), la sorellanza che raccoglie forze territoriali storiche che sono già associate a EFA insieme a nuove realtà civiche, ambientaliste, territorialiste. Nel corso della III assemblea generale di AeA, che si è tenuta a Udine il 10 giugno scorso, EFA e AeA si sono impegnate a partecipare alle elezioni europee dei prossimi 6-9 giugno 2024. Il patto AeA-EFA, quindi, sarà con molta probabilità presente sulle schede elettorali di tutta la Repubblica, l’anno prossimo, e questo sta suscitando notevole curiosità. Di seguito alcune nostre domande a Lorena Lopez de Lacalle e le sue risposte. 

Presidente, vuol spiegare ai nostri lettori e al pubblico italiano cosa è EFA?
EFA è uno dei partiti europei riconosciuti ed è l’unico che promuove autodeterminazione per i territori. Resistiamo al centralismo dei grandi stati e ci impegniamo per le autonomie personali, sociali, territoriali, in una ottica di rispetto di tutte le diversità e biodiversità. Confederiamo quarantuno partiti e forze territoriali in 19 paesi dell’Unione Europea e in altri che sono fuori dall’Unione, come la Scozia, il Galles, la Cornovaglia, l’Artsakh (Nagorno-Karabakh), la Voivodina. Abbiamo anche rapporti stretti con formazioni politiche delle isole Faroe (Fær Øer), del Kurdistan, del Sahara Occidentale (Repubblica dei Sahrawi), della Palestina, del Quebec. Siamo impegnati per il progresso dei popoli, dei territori, delle comunità locali, che secondo noi deve essere costruito dal basso verso l’alto, secondo principi di sussidiarietà e confederalismo.  

Da quanto tempo esiste la vostra confederazione di partiti locali e territoriali?
Nel 2021 abbiamo tagliato il traguardo dei 40 anni dal giorno in cui è stato fondato il partito europeo. Sono ormai più di 30 anni che lavoriamo nel Parlamento europeo. I trattati europei oggi, nel 2023, uniscono 27 stati, ma praticamente in tutti gli stati stessi, a parte i più piccoli, ci sono: nazioni senza stato come la Catalogna o il Paese Basco in Spagna, la Corsica e la Bretagna in Francia; regioni con una lingua madre diversa da quella ufficiale del loro stato, come il Friuli in Italia; tanti altri territori che vogliono qualcosa di semplice eppure radicale, cioè maggior autogoverno, maggiore voce in capitolo sul proprio futuro. Noi crediamo in queste diversità, perché le consideriamo un arricchimento per tutta l’Europa. Siamo convinti della necessità di vicinanza fra i cittadini e il loro governo locale, nella sussidiarietà.
I grandi stati ottocenteschi ci appaiono superati, anche perché trascurano i loro territori e impediscono una efficace cooperazione europea.

Piccole patrie ed Europa delle regioni, quindi. Non c’è il rischio di creare realtà anguste e chiuse?
La vita quotidiana dei territori che si autogovernano dimostra esattamente il contrario, indipendentemente dall’orientamento politico del loro governo locale. Il Paese Basco, il Trentino, le Isole Åland, sono esempi di società aperte, civili, inclusive, oltre che di notevole prosperità, perché sono responsabilmente impegnate a proteggere e valorizzare i loro beni comuni. Le grandi burocrazie statali ed interstatali, è sotto gli occhi tutti, non sanno fare altrettanto bene.

Qual è il vostro rapporto con quella che è l’Europa di oggi? A noi appare molto diversa dagli Stati Uniti d’Europa immaginati da Altiero Spinelli: ai cittadini europei pare una concentrazione di potere nell’interesse delle banche…
Con tutto il rispetto per i federalisti europei come Altiero Spinelli, nessuno dei nostri movimenti vuole i “27 Stati Uniti d’Europa”. Siamo decentralisti e confederalisti. Hanno scritto gli amici di Autonomie e Ambiente nel documento politico della loro assemblea generale del 10 giugno 2023:
Noi crediamo che a prevalere saranno i nostri ideali confederali e l’Europa del futuro sarà quella confederazione di “staterelli” (il cui numero preoccupava tanto Jean-Claude Juncker nel 2016-2017, ai tempi dei referendum per l’autogoverno della Scozia e della Catalogna). E’ nostra intima e lungimirante convinzione che l’autogoverno, nello spazio confederale, non riguardi infatti solo antiche nazioni e popoli ancora senza stato, ma tutti i territori d’Europa”.
Una confederazione può essere fatta anche da 100 territori che si autogovernano.

Insomma guardate più alla Confederazione Svizzera che agli Stati Uniti d’America…
Proprio nella vostra Repubblica italiana, Autonomie e Ambiente ricorda con diverse iniziative gli 80 anni della Carta di Chivasso del 1943, un grande documento confederalista, che contiene parole vive più attuali che mai. Il martire antifascista Émile Chanoux, che ne fu uno dei principali autori, disse:
Ciò che i rappresentanti di queste valli hanno affermato, vale per tutte le regioni italiane, per i piccoli popoli che formano quel tutto che è l’Italia
…noi potremmo dire che vale per tutta Europa, quella proposta autonomista. Possiamo superare l’attuale rigido assetto con solo 27 stati, di cui alcuni, essendo grandi stati, rischiano peraltro di prevaricare sugli altri.

Si può governare l’Europa senza che gli stati più grandi, Germania, Francia, Italia, Polonia, Spagna, la guidino?
L’Europa con 27 stati, guidata da quelli più grandi, è una piramide troppo opaca. I governi degli stati più grandi e le stesse istituzioni europee centrali sono piuttosto lontane dai territori e quindi dai cittadini. Il “club” dei capi di governo e dei presidenti non ci rappresenta pienamente. I territori, in teoria, sarebbero rappresentati nel Comitato delle Regioni, che però non ha potere decisionale, ma solo consultivo. Potrebbe evolversi in una sorta di Senato delle autonomie, per esempio. Il Parlamento europeo, inoltre, non ha le competenze di un parlamento normale: deve acquisire il potere di iniziativa legislativa. Le procedure di partecipazione dei cittadini, come le petizioni europee, come hanno provato i fatti, non funzionano pienamente, perché la cittadinanza può raccogliere tutte le firme necessarie, però dopo alla fine la Commissione oppure il Consiglio possono semplicemente ignorarle. Dunque c’è molto da studiare e poi lavorare politicamente, per avere istituzioni europee maggiormente democratiche.

Il Parlamento europeo cosa potrebbe fare per rappresentare meglio i cittadini?
Dobbiamo intanto eleggere eurodeputati più motivati, ancorati alla difesa del loro territorio, del collegio dove vengono eletti. Siamo già impegnati per una legge elettorale più giusta, senza soglie di sbarramento innaturali e senza lasciare che intere regioni siano prive del loro eurodeputato. Questo obiettivo farà parte della nostra campagna elettorale per le elezioni europee del 6-9 giugno 2024. Nella prossima legislatura se ne dovrà discutere. Dal Parlamento, inoltre, dovrà venire una spinta alla correzione dei trattati. Ci aspettano cinque anni di lavoro per una Europa più democratica, più giusta, più vicina alle persone e ai territori. Sinora i trattati sono stati cambiati (o diversamente interpretati) solo a seguito di crisi: quella finanziaria del 2008, poi la crisi sanitaria, poi la guerra. Dobbiamo cambiarli, finalmente, per progettare un futuro migliore, per speranza non per paura.

In Italia c’è molta confusione sul tema delle autonomie, a causa del progetto di “autonomia differenziata” presentato dal ministro Calderoli in nome del leghismo. Quale è la visione dell’EFA, invece, riguardo alla costruzione di autonomie funzionanti?
Come sostiene Autonomie e Ambiente, che ha studiato approfonditamente la proposta Calderoli, essa è prima di tutto impraticabile. In secondo luogo è uno specchietto per le allodole, per continuare a illudere comunità locali autonomiste, che continuano a votare una Lega diventata un partito centralista, autoritario, con venature populiste, bigotte, reazionarie.

EFA è quindi contraria al sovranismo e al nazionalismo?
Nelle piccole nazioni senza stato, come la Catalogna o il Paese Basco, c’è un “nazionalismo” locale, civico, progressista, umanitario, portato avanti da correnti sia liberali che socialiste, che resistono al centralismo. In Italia, Germania, Francia, invece, “nazionalismo” è una parola molto negativa, perché è collegata al centralismo. Anche sul termine “sovranismo” non dobbiamo fare confusione: tutte le comunità locali hanno bisogno di autodeterminazione, di sovranità alimentare, energetica, culturale.
Tutti abbiamo bisogno di governi locali forti che si occupino di cose concrete per le persone, le famiglie, le imprese. Ciò che rifiutiamo è il ritorno del culto dei grandi stati. Siamo nel XXI secolo, guardiamo avanti, non alle tragedie del passato.

Passati i vostri primi 40 anni, cosa si aspetta EFA per i prossimi?
Continuare a dimostrare con i fatti, territorio per territorio, che i processi di autogoverno portano solidarietà e sviluppo, nel rispetto delle diversità e delle biodiversità. Non fra 40 anni ma molto prima, dovremo avere delle istituzioni europee e locali, che si mettano al servizio dei popoli, dei territori, delle generazioni future. E’ indispensabile cambiare al più presto lo stato delle cose. Ne va della vita del pianeta. Noi siamo determinati sugli obiettivi della transizione ecologica: smettere d’invadere il mondo con la plastica e altri prodotti non biodegradabili; smettere di cementificare; proteggere l’acqua e la terra; promuovere un’agricoltura sostenibile, che produca cibo buono per la salute di tutti; abbandonare le energie fossili; proteggere gli habitat e la biodiversità.
Sui mezzi per arrivarci, siamo pronti a discutere, ma sui tempi no. Dobbiamo affrettarci.  

Lei parla di innovazioni radicali in società che invecchiano e s’impoveriscono…
Grazie alla cooperazione e alla solidarietà europea, nonostante i grandi difetti dell’Unione, oggi le bollette sono più basse e i conti della spesa delle famiglie sono più sopportabili, di quanto non siano fuori dall’Europa. Questo è un fatto. Noi vogliamo cambiare, ma nella giustizia sociale, con buon senso, emancipando i poveri, impedendo che le classi medie si impoveriscano, proteggendo le piccole imprese e le economie locali. Noi vogliamo che le persone possano contare sul proprio governo locale, quello che meglio può proteggere gli anziani, i fragili, i dimenticati, oltre che realizzare obiettivi avanzati di inclusione e promozione della condizione della donna, la parità di genere, la lotta contro ogni forma di discriminazione, la liberazione delle capacità dei giovani.
Nelle diverse volte che sono venuta a Udine, per incontri politici con gli amici del Patto per l’Autonomia e di Autonomie e Ambiente, ho visto molti giovani sotto i trent’anni, che sono attratti dal nostro nobile e antico pensiero confederalista, e lo abbracciano con molto entusiasmo, idee nuove, volontà di fare.
Molti di loro hanno già cambiato le loro comunità: fanno già un lavoro positivo con le liste civiche; fanno già una politica di trasformazione, a vantaggio di molti, non di pochi. La nostra Europa, ricca di autonomie personali, sociali, territoriali, è una solida speranza di un futuro dal volto umano per tutti, oltre che di rispetto dell’ambiente e di pace, per tutto il pianeta.

Gino Giammarino

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