Perché non vogliamo sapere le brutte notizie

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Guerra in Ucraina, pandemia da Covid-19, crisi climatica. Mentre alcuni si immergono nel vortice delle cattive notizie, altri le ignorano totalmente. Da cosa dipende, si chiede l’Allgemeine Zeitung in un servizio. “Gli psicologi parlano di ignoranza consapevole quando le persone evitano le informazioni che li riguardano e potrebbero persino essere utili per loro”, risponde alla domanda lo stesso giornale, “ma da cosa dipende se ignoriamo determinate conoscenze?”, si chiede subito dopo.

Tuttavia un sondaggio recente fornisce una prima risposta: una volta all’anno, il Reuters Digital News Report esamina come le persone di 46 paesi utilizzano le notizie e il risultato è che nel 2022 “poco più della metà dei tedeschi si informa attraverso i giornali e sui portali di notizie online” ma questo dato “è il dieci per cento in meno rispetto all’anno precedente”. 

Il motivo? Una persona su dieci ha dichiarato che “le notizie hanno avuto un effetto negativo sul proprio umore e che quindi si è astenuta dal consumarle”. Pandemia, coronavirus, guerra in Ucraina, crisi climatica: gli ultimi tre anni hanno spinto al limite dell’abbandono anche i lettori più incalliti.

Allo stesso tempo altri studi come quello canadese ha reso visibile come “un adulto su 10 con una storia familiare di malattia grave rinuncia al test di riscontro che predice se la malattia è ereditaria”. Inoltre, un adulto su cinque in Malawi “non vuole conoscere il risultato di un test HIV, anche se viene offerto del denaro in cambio”. “Paradossale, ma segue una logica”, scrive il giornale tedesco.

Gerd Gigerenzer, dell’Istituto Max Planck per lo sviluppo umano di Berlino, ha analizzato i risultati di uno studio pubblicato sulla rivista americana Psychological Review nel 2017, in cui veniva chiesto a più di 1.000 adulti: “Ti piacerebbe sapere oggi quando il tuo partner morirà?” Il risultato è che tra l’86 e il 90% delle persone ha dichiarato di non volerlo sapere. “La conoscenza avrebbe dei vantaggi per utilizzare meglio il tempo rimanente, ad esempio per lavorare meno e trascorrere più tempo con la famiglia”, scrive l’Allgemeine Zeitung.

Secondo Gigerenzer, “il grado di rimorso” decide se vogliamo sapere qualcosa o no e la sensazione di rimpianto prende le persone quando scelgono l’opzione A solo per scoprire che l’opzione B sarebbe stata migliore. Ovvero, “quanto più consequenziale e complessa è la conoscenza, tanto più difficile è valutarla. La genitorialità è uno di questi esempi: nel sondaggio di Gerd Gigerenzer, il 38% degli uomini senza figli ha dichiarato che insisterebbe per un test del Dna in caso di paternità. Tuttavia, tra coloro che hanno avuto figli, solo il 4% ha dichiarato di aver effettivamente sostenuto un test.

La conclusione dell’esperto è che “le risposte sono compensate dal vantaggio di sapere sulla paternità ma se i benefici superano i rischi, le persone interessate vogliono fare il test. Però se i costi predominano, decidono contro il test. Perché? Perché non vogliono sapere la verità”.

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