Mr.me è la
più recente fatica letteraria del giovane poeta biscegliese Maurizio
Evangelista, 1° vincitore alla VII edizione del Premio Arcipelago Itaca per poesia non opera prima, edito per i tipi di
Arcipelago Itaca, 2022. Converrà subito
fissare alcuni punti fermi e sgomberare il campo da alcuni probabili
fraintendimenti prima di intraprendere un percorso possibile
nell’attraversamento delle stanze nelle quali si organizza e
si struttura la silloge.
Le radici
letterarie nelle quali il giovane biscegliese affonda il consolidamento delle
proprie matrici culturali prescindono quasi completamente dalla tradizione
letteraria italiana propriamente intesa. Non sarà utile pertanto accostarsi a
questo percorso muniti di quelle chiavi di lettura; men che meno di farlo per
riuscire a comprendere tutto di tutto, come sostiene il prof. Daniele
Giancane presentando questo testo nell’ambito dei Lunedì
Letterari de La Vallisa. La forte evocatività unita alla
indiscutibile originalità dei versi di Evangelista spinge il lettore a godere
innanzitutto di questa poesia sul piano estetico, architettato e strutturato secondo
un preciso disegno che – a nostro avviso – affida anche agli elementi
strutturali una serie di suggerimenti destinati al lettore con i quali si
aprono spiragli e feritorie interpretative perfino più efficaci del linguaggio
stesso. Che a sua volta è sapientemente bilanciato secondo un gioco di registri
che vanno dall’ironico all’autoironico, dall’avanguardista al realistico,
dall’amaro al lirico, quest’ultimo mai sdolcinato e zuccherino sebbene
inevitato e inevitabile nonostante le intenzionalità dell’autore.
La struttura
generale dell’opera è organizzata per stanze: 48 queste, più
un check-in e un check-out che subito
proiettano il lettore nel ambient tipico di un hotel. Come
detto finora: dimentichiamo Poliziano! Qui le stanze hanno un
valore diverso e rispondono a una semiotica ben differente. Le
definiremmo le travi portanti di quella che Sandro Marano, nella
sua lettura dell’opera su LaFiaccola.it,
definisce una «compatta architettura». E a ragion veduta poiché nulla è
lasciato al caso dall’autore; anche e soprattutto nel disseminare dettagli di
varia natura che offrano al lettore spunti interpretativi o anche solo
fascinazioni che lo spingano a superare quel check-in che
è ouverture di mille percorsi possibili (o almeno di certo 48,
tutti diversi) attraverso i quali potersi spingere. Ecco il check-in:
CHECK-IN
farai il bravo stasera
metterai la mia faccia
e aspetterai
che io vada a dormire
per te.
oggi
che potremo essere
non mi guarderò neanche.
Già
qui sono condensati gli elementi fondamentali per intraprendere il percorso
strutturato in questa silloge. In qualche modo tutti gli strumenti più utili
sono già messi a disposizione del lettore. Il tema del doppio, caro all’autore
(ricordiamo che nella raccolta Surrealia,
Segnali dall’Oltre e altri racconti, edita qualche tempo prima,
entrambi i contributi di Maurizio Evangelista vertevano proprio sul medesimo
tema) è qui un punto nodale attorno a cui si intrecciano giochi di ossimori e
similitudini dai quali è complesso uscirne tentando di comprenderne un definito
significato logico. Eppure il percorso è possibile. Già dal titolo: Mr.me che
è evidentemente l’altro da sé, l’alter ego a cui l’autore affida la
“messa in scena”, la rappresentazione del proprio io, mai
passivo ma costantemente in rapporto a tutti gli altri io, diversi
da sé, uguali o simili a sé e con i quali la vita e i percorsi umani si
intrecciano in un montaggio cinematografico che l’autore ripropone proprio
nella struttura di quest’opera. Piacevole casualità o geniale spunto
ermeneutico, me (scritto minuscolo, come tutta l’opera che non
presenta una sola maiuscola neppure dopo il punto fermo), oltre a prestarsi in
modo straordinariamente appropriato a un contesto panoramico americaneggiante
(al di là dei richiami al mondo hollywoodiano, è la produzione poetica
della Beat generation alle radici letterarie di questo
percorso e di quello dell’autore), essendo perfettamente funzionale tanto in
italiano quanto in inglese, è anche acronimo proprio di Maurizio
Evangelista. Quale migliore dichiarazione di “sdoppiamento” per
il lettore che già nel titolo trova pure la conferma di quelle che scoprirà
immediatamente dopo essere le stanze di un hotel? Mr. non è un
vezzo anglofono modernista fine a se stesso: è titolo di un linguaggio formale
che negli hotel prevede il saluto rispettoso ai suoi ospiti. Benvenuti
quindi, signori, in hotel… ecco la via per le stanze!
«Lo
spazio fisico e umano ricostruito nella raccolta – come
sottolinea Mara Venuto intervenendo su bottegaportosepolto.it – è
cinematografico non solo per i riferimenti a Norma Jean, James Dean, a King
Kong e Jessica Lange: la scrittura prettamente icastica è capace di richiamare
immagini nitide, come se i versi includessero una rappresentazione visiva».
Così è, in effetti. Il gioco cinematografico messo su dall’autore, ci è parso
prevedere proprio una sorta di MdP (nel gergo delle scenografie
cinematografiche è l’abbreviazione che sta per Macchina da Presa),
una telecamera che l’autore usa come filtro e strumento della composizione
della propria poetica all’interno di questa raccolta. E l’andamento
cinematografico è tradotto da un autore che se ne fa regista e che rende
protagonista il proprio alter ego. Dietro la MdP si siede Maurizio
Evangelista e di fronte manda in scena Mr.me. l’attore principale.
Un io non-narrante che “parla” attraverso immagini,
suggestioni, scene e stanze nelle quali «vanno in scena i plurimi e postumi
teatranti di una vicenda umana che ha il sapore un po’ dei vecchi film in
bianco e nero». Così recita la motivazione con la quale a Mr.me è
stato assegnato il gradino più alto del podio nella VII edizione del Premio
Internazionale di Poesia Arcipelago Itaca 2022.
Stanze
nelle quali – come prosegue Alessio Alessandrini nella
motivazione del Premio – «prende vita la Vita con le sue prosopopee e le sue
viltà, in una oscillazione quasi manichea tra presenza e assenza, interno e
esterno, l’essere e l’essere altro da sé». Stanze numerate, questi i
“titoli” di ciascuna poesia. E tutti i numeri sono dispari,
semplicemente perché non esattamente divisibili. E il “gioco” si fa
più evidente fra la distanza e la prossimità, tra la percezione della diversità
(fino alla divisibilità) e l’impossibilità della realizzazione di questa poiché
i richiami, i rimandi, i riflessi suggeriscono a gran voce e sottolineano i
tratti comuni che in qualche modo uniscono le parti apparentemente altre e
distinte. Sia che si tratti di Maurizio Evangelista e Mr. me, sia
che si tratti della varia umanità rappresentata in ciascuna stanza, sia che si
tratti del rapporto fra le vite all’interno delle diverse stanze sia infine che
si tratti di queste rispetto all’attore principale e alla camera davanti alla
quale si muove. Già, la camera… la MdP che funge da occhio attraverso il
quale il lettore è chiamato a prendere parte in questa proposta di percorso. E
il lettore non è affatto parte estranea a questa straordinaria “messa in
scena”. Sarà un punto d’approdo importante più avanti ma proviamo a procedere
con ordine, semmai ne sia identificabile e definibile uno. E non crediamo sia
un fatto di voyerismo o di “sbirciatine”: la camera è posta quale
occhio di ripresa in modo deciso e quasi prepotente, senza alcuna discrezione
ma senza pure mai esondare nell’irriverenza o, peggio, nel giudizio morale. Ha
un senso profondo questo modo di fare, questa sorta di presa di posizione; e ha
il deciso sapore della Verità.
Maurizio
Evangelista non ha bisogno di scendere nel profondo di sé (almeno in questa
raccolta) per scoprire e conoscere il proprio io. Lo fa ma non con
questa finalità. Non serve: lo conosce già e lo conosce bene. E lo mette in
gioco. Gli dà un nome, lo chiama Mister, lo invita dentro e
gli dedica il titolo dell’opera! È necessario considerarlo un dato già
acquisito, un “conto con sé stesso” il cui punto d’approdo coincide
con il punto di partenza di questo nuovo percorso. Cerca qui piuttosto di
scontornarlo, di definirlo, di portarlo alla luce per mostrarlo e quindi di
metterlo in relazione ad altro e ad altri. L’operazione
compiuta sul piano della “narrazione lirica” è, direi, compiuta per
sottrazione. Mostrarlo e portarlo alla luce come si farebbe con un quadro di
sabbia. Sottraendo cioè il “di più” perché ciò che resta prenda forma
precisa e sia portato in luce retroilluminato. O come anche una sorta di
radiografia dove il “di più” sottratto è nel risultato al negativo. E
in questa operazione, rendere Mr.me protagonista non può non
voler dire esimersi dal rischio di una mancata verità. La Verità cioé è
prerogativa fondamentale affinché questa complessa operazione, di cui l’autore
(il regista!) è perfettamente consapevole, riesca efficacemente senza sembrare
un ridicolo e un po’ barocco gioco delle parti senza nulla più.
È
quindi una poetica, quella di Evangelista che, liberatasi non senza sforzo da
qualche residua pastoia ermetica (inevitabile per chi, pur avendo intrapreso un
percorso di formazione anti-lirica lontana dalla tradizione italiana, in quel
terreno ha necessariamente affondato i passi misurandone profondità e
consistenze) resta col suo spessore di complessità non perché cervellotica ma
perché profonda e prepotentemente onesta. E non si tratta di una
onestà e sincerità come vocazione a tutti i costi o come intento programmatico
quanto piuttosto di un dato già e ormai acquisito da parte di chi ha fatto i
conti con se stesso al punto da potersi permettere perfino di giocare con
quella sincerità. In un gioco che si traduce e si esprime in una padronanza di
linguaggio (spesso perfino quotidiano e coraggioso) e di registri vari di
linguaggio che consentono al poeta di padroneggiare disinvoltamente con
un’ironia matura, talvolta perfino sfrontata ma sempre intelligente e
consapevole. «Uno stile che sa conciliare il lirismo sottile con la sfrontatezza
e la leggerezza della parola comune» (A. Alessandrini).
Converrà
sostare su due poesie… pardon, stanze in cui è ben evidente
la differenza di registri tonali e linguistici, considerato che in entrambe il
soggetto è il medesimo: la figura della madre. Il registro ironico della prima
(stanza 227) dà tutta la misura e la distanza dal registro lirico della
seconda (stanza 411) che, in questo “inciampo lirico”
inevitabile, si connota di una finezza e di una sincerità disarmanti.
Leggiamole entrambe:
STANZA
227
mia
madre vuole le sue foto di carta sul telefonino.
mi dice, vorrei guardarle spesso.
prendile
dal cassetto e sistemale sul tavolo,
le dico
come
stessi apparecchiando
per i nonni gli zii i nipoti.
metti
papà a capotavola
perché è l’uomo di casa
metti la nonna accanto al marito
perché è glicemia
noi bambini a un tavolino a parte
con il posto più vicino alla porta.
esci
fuori il servizio di porcellana
e i bicchieri del corredo
sistema il tovagliolo a triangolo
e assicurati che ci sia posto per tutti.
mia
madre fa ciò che le dico e poi
scatta una di quelle foto che non stamperà mai.
le
chiedo il perché e mi risponde,
che alla fine di una festa
si fa sempre una foto di famiglia.
ora ha una nostra foto sul telefono.
proprio
quello che voleva.
STANZA
411
le
ginocchia sbucciate come mele
che mia madre tagliuzza per tenermi a tavola
più a lungo.
non
le resta
che nutrirmi del suo sguardo non più alto del terrazzo
coi gerani che si abbattono sui miei dieci anni
e le biglie che rotolano più lontano da lei.
Non
mi resta che vincerle tutte
e riempire il mio berretto per portargliele in dono.
lei
preferisce i fiori.
e
i figli maschi fanno questo per le madri, portano fiori.
rose
e mimose quando torno da scuola
margherite o fiori di campo.
per
mia madre mi faccio ladro
e lei mi perdona. perché sono il suo.
nessuna
biglia nessun fiore
è sull’atlante del mio viaggio.
ed
è questo che mi porto dell’infanzia
una libertà che non mi sarà mai perdonata.
Mr.me pertanto gode quasi di una vita propria,
direi di una dignità non-intrinseca e tale perché si costruisce e viene
costruita “stanza dopo stanza” in un continuo gioco duale con il
regista da un lato e il contenuto delle stanze in cui osservare e riflettersi
dall’altro. È in questo reciproco viatico biunivoco di potenzialità
relazionale che sta tutto il senso e il bello di questa silloge.
Così – sintetizzando
– per giocare col dualismo bisogna essere in due. Ecco Mr.me!
STANZA
115
se
sbirciassi da questa stanza
una stanza simile a questa
sono certo che ogni cosa sarebbe la stessa
ma in modo diverso.
in
uno specchio
la valigia aperta ai piedi del letto
e i pantaloni che indosso.
un
libro aperto che non ho mai aperto
un paio di calzini bianchi sulla sedia
gli stessi della biancheria sporca.
mentre
parlo ad alta voce
mi chiudo la bocca.
mentre
sfioro il mio braccio destro
ho una mano sul mio braccio sinistro.
e
nella stanza nessuno
solo il mio riflesso
mentre dal vetro mi busso alla porta.
C’è un dato
essenziale che, in questa riflessione, va configurato e raffigurato: il senso
dell’accesso a ciascuna stanza in relazione all’occhio che le
osserva; che compie il breve percorso che porta la MdP ad entrarvi all’interno.
Forse è necessario uno sforzo immaginifico, la creazione di un’immagine mentale
che consenta di comprendere quale sia il momento cardine di questo gioco
d’osservazione e quando smette di essere tale per convertirsi in uno scambio,
in un riflesso, in un mutuo rapporto di definizione identitaria. E c’é un punto
preciso, mai esplicitato ma continuamente sollecitato, in cui questa
trasformazione prospettica prende corpo. La MdP che inquadra stanza per stanza,
prima di accedervi o di zoomare, inquadra una realtà variegata e
multimensionale (un corridoio forse; una lunga parete e una serie di porte, di
accessi a quelle stanze – tutte dispari – a cui, percorrendo il camminatoio, si
accede di volta in volta) nella quale è proprio l’occhio del regista e quindi
dell’attore protagonista che ne interpreta le istanze, a fungere da trait
d’union fra le diverse realtà (le stanze, appunto) nelle quali si
definiscono momenti (ricordi, riflessioni, prospezioni, proiezioni) che non
entrano mai in comunicazione fra loro se non attraverso Mr.me.
Ciascuna stanza è un microcosmo a sé stante il cui perimetro si chiude su sé
stesso ogni qualvolta la camera supera la soglia e accede in ciascuna di esse:
dall’inquadratura spariscono tutti gli altri dettagli e l’universo di quel
momento si definisce in quel particolare spazio e tempo che nella stanza trova
il suo compimento.
La
stanza stessa è un concetto propedeutico alla comprensione del gioco messo su
da Maurizio Evangelista. Chi ha viaggiato conosce le sensazioni da cui si è
avvolti entrando in una “nuova” stanza d’albergo nella quale si soggiornerà
per qualche tempo. È lo spazio, sempre uguale a se stesso, nel quale si
definiscono vicende umane in tempi diversi. Ne restano i ricordi, le
immaginazioni, il vissuto. Ma nel caso dell’hotel di Mr.me si
verifica il contrario: un susseguirsi di differenti vicende umane nello stesso
tempo ma in spazi incomunicanti fra loro. Se non attraverso il protagonista
(d’avanti alla telecamera e da essa seguito) che in sé tutte le riannoda in un
medesimo spazio e all’interno di un tempo che è quello della
“narrazione”, della finzione poetica, non già quello reale: «ogni
cosa sarebbe la stessa / ma in modo diverso» così come pure, per esempio «sono
sempre un bambino / affacciato all’età di qualcun altro»; e così per tutto
il percorso che in questa silloge si snoda passo dopo passo.
È
quindi la soglia di ciascuna stanza, più e prima della stanza stessa e di
qualunque altro contesto presente nella raccolta, il momento cardine nel quale
agisce più profondamente il “copione” scritto dal regista per essere
interpretato dal protagonista. È l’attraversamento di quella soglia il
momento preciso in cui la magia degli ossimori sembra risolvere le
contraddizioni intrinseche agli stessi; in cui il tempo finzionale e quello
funzionale diventano un tutt’uno; in cui ciascuno spazio definisce il suo
perimetro per tentare di definire un’identità senza la quale nessuna
comunicazione tentata da Mr.me sarebbe possibile. E l’attraversamento
di quella soglia – l’esigenza di osservare all’interno della stanza per
trovarci “qualcuno” in cui riflettersi o non riflettersi, da
riflettere o non riflettere – è la
risposta a una profonda esigenza relazionale che definisce finalmente le
ragioni di questa architettura: è l’antidoto scientificamente e pazientemente
ricercato da Maurizio Evangelista ad un profondo senso di solitudine che nella
modernità, nella contemporaneità, come prodotto dello scorrere del tempo,
sembra stagnare al punto da non consentire troppe vie d’uscita. Qui Mr.me ne
segna qualcuna: più d’una, la cui strada è evidente che il lettore viene
invitato a percorrere. Non è tanto la ricerca della felicità il focus caratteristico
di questa raccolta quanto piuttosto – congiuntamente all’antidoto alla
solitudine appena sottolineato – la comprensione della via per
raggiungerla.
Questo
fine gioco relazionale, dunque, stabilito fra il protagonista e gli elementi
del copione voluto dal regista, chiama in ballo il terzo personaggio di questo
particolarissimo intrico che è lirico sul piano strutturale e che diventa
“tridimensionale” quando il dato della realtà apre un varco diretto e
tutt’altro che inaspettato.
Se le stanze rispondono a una necessità relazionale – appena
indicata – che si gioca tutta all’interno delle ascisse e delle ordinate (bi)dimensionali
che definiscono la realtà del testo, se cioè giocare con l’io – come
fa Evangelista in modo particolarmente affascinante in questa raccolta – non
può non voler dire mettersi in discussione, farsi domande, percepire se stessi
anche dalla percezione (riflesso) che l’altro a del (Mr.)me, è anche
vero – tanto per non abbandonare la chiave cinematografica – che un film viene
girato per una ragione specifica: essere proiettato; essere mostrato!
Se
questo è una specie di «vecchio film in bianco e nero», cosa se ne fa il
protagonista della percezione di se stesso? Sarebbe completamente inutile se
non fosse intrinseca, in questo contesto, la necessità di mostrarla.
Esattamente la ragione per la quale un film viene girato. Mostrare!
Si
comprende allora meglio come in questo strutturato gioco di rivelazione, la
Verità, l’onestà di chi senza paure si mette in scena, si pone di fronte alla
camera, è prerogativa necessaria per evitare inciampi e rischi di
falsificazioni che un processo così profondo avrebbe inevitabilmente finito per
svelare rendendo inefficace, se non ridicolo, tutto l’impianto su cui è fondata
la silloge Mr.me.
Si
arriva così al terzo personaggio accennato sin dall’inizio di questa lettura.
L’elemento della tridimensionalità che consente di superare e quasi strappare
la bidimensionalità che comincerebbe e finirebbe solo dentro i termini e i
margini della raccolta. Con il terzo personaggio si superano il tempo e lo
spazio e si contestualizzano universalmente tutte le riflessioni, tutta la filosofia
di Mr.me facendola uscire, liberandola dal semplice contesto
delle pagine di un libro. Perché il terzo personaggio, sempre latente fin dai
primi passi, mai assente in nessun momento dei percorsi per stanze di Mr.me, è
il lettore!
Se è
vero com’è vero che un film viene girato per essere mostrato (allo spettatore,
senza il quale non avrebbe senso alcuno l’operazione), è altrettanto vero che
quest’architettura “cinematografica” sulla quale è strutturato Mr.me prevede
necessariamente un lettore; dal quale non può né deve prescindere perché è lì e
in lui che il cerchio si chiude e rivela il senso di questa operazione
profonda. Stabilendo così anche il compimento e l’efficacia di quell’antidoto
alla solitudine che proprio nel lettore concretizza ciò che concettualmente nel
“copione” era solo stato raccontato e rappresentato.
E in
questo modo si arriva pertanto al check-out. Un fascino
arzigogolato di numeri e parole al futuro (non inteso come tempo verbale ma
come proiezione di eventi) nel quale il regista Maurizio Evangelista sembra
dichiarare un invito e una intenzionalità nella consapevolezza di aver ormai
consegnato all’ospite che si accinge a lasciare l’hotel un bagaglio di
esperienze non estranee al trasporto nella realtà fattuale fuori dall’hotel stesso. È
come se il recepcionist dell’hotel con un sorriso leggermente
ironico dicesse rispettosamente all’ospite «Grazie per averci scelto. Speriamo
l’esperienza sia stata di suo gradimento… ma non creda che ciò che da ora in
poi troverà fuori di qui sarà poi così diverso da quello che qui ha vissuto. E
dal percorso che ha ora intrapreso». E che viene quasi lasciato in dono
all’ospite. Un souvenir destinato a rimanere per lungo tempo
nelle mani di chi lo ha “sfogliato”.
«la notte non ti vuole indietro / e il giorno di cosa potrebbe aver paura».
Vito Davoli
