Il 28 settembre si celebra la Giornata internazionale per l’aborto sicuro. In Italia l’interruzione di gravidanza è diventata legale nel 1978, anno in cui è stata promulgata la legge 194 che permette di interrompere volontariamente la gestazione entro i primi 90 giorni dal concepimento per motivi di «salute, economici, sociali o familiari». Una possibilità sempre meno frequente – il nostro Paese ha tra i valori più bassi a livello mondiale, anche grazie al miglioramento dell’accesso alla contraccezione – ma comunque un diritto che non viene garantito in ogni Regione.
Aborti in Italia – In base alla relazione contenente i dati definitivi 2020 sull’attuazione della legge 194 trasmessa al Parlamento l’8 giugno 2022 e pubblicata sul sito del Ministero della Salute, in totale nel 2020 sono state notificate 66.413 interruzioni volontarie di gravidanza, dato che conferma il continuo andamento in diminuzione del fenomeno (-9,3% rispetto al 2019) a partire dal 1983, anno in cui si è toccato il numero più alto di casi, pari a 234.801. Il dato italiano – pari a un tasso di abortività di 5,4 interruzioni ogni 1.000 donne tra 15 e 49 anni – rimane tra i valori più bassi a livello internazionale. Gli interventi eseguiti entro le 8 settimane riguardano il 56% del totale. La fascia d’età maggiormente interessata è quella dai 25 ai 34 anni. Le interruzioni volontarie di gravidanza riguardanti le minorenni sono pari al 2,4% del totale ovvero 1,9 ogni mille casi, valore inferiore rispetto al 2019.
Obiezione di coscienza – Secondo quanto riportato dal Ministero della Salute, nel 2020 il fenomeno ha riguardato il 64,6% dei ginecologi (dato che resta «elevato», come sottolineato dallo stesso ministro Roberto Speranza, seppur in diminuzione rispetto al 67% del 2019), il 44,6% degli anestesisti (nel 2019 erano il 43,5%) e il 36,2% del personale non medico (erano il 37,6% nel 2019). Il Ministero rileva ampie variazioni regionali per tutte e tre le categorie. Dall’analisi dei dati pervenuti dalle Regioni attraverso il monitoraggio effettuato dal Ministero della Salute e sulla base del confronto con i dati raccolti dall’Iss e dall’Istat è emerso che a livello nazionale, nel 2020, il numero totale delle strutture con reparto di ostetricia e/o ginecologia era pari a 560 (nel 2019 erano 564), mentre il numero di quelle che effettuano le Ivg nel 2020 risulta pari a 357, cioè il 63,8% del totale (erano 356 nel 2019, pari al 63,1% del totale).
Ospedali dove abortire è quasi impossibile – Secondo l’Associazione ‘Luca Coscioni’ – che denuncia il fatto che i dati del Ministero non siano sufficientemente «aperti e aggiornati» – la percentuale dei ginecologi obiettori raggiunge punte dell’80% in 5 Regioni e Province autonome tra cui Bolzano (84,4%), Abruzzo (83,8%), Molise (82,8%), Sicilia (81,6%) e Basilicata (81,4%). Sul sito dell’Associazione Luca Coscioni si parla infatti di «Dati mai dati», un’indagine in cui si denuncia che in Italia «ci sono 72 ospedali che hanno tra l’80 e il 100% di obiettori di coscienza» e «22 ospedali e 4 consultori con il 100% di obiezione tra medici ginecologi, anestesisti, personale infermieristico e Oss. Diciotto gli ospedali con il 100% di ginecologi obiettori». Sempre secondo i numeri forniti dall’Associazione, «sono 11 le Regioni in cui c’è almeno un ospedale con il 100% di obiettori: Abruzzo, Basilicata, Campania, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana, Umbria, Veneto. Le Regioni più inadempienti sono la Sardegna e la Sicilia, con più dell’80% di mancata risposta all’accesso civico generalizzato. Ad Andria (Puglia) sono obiettori al 100% sia i ginecologi sia il personale non medico. Nel Polo ospedaliero di Francavilla Fontana (Puglia), più del 90% di medici ginecologi, gli anestesisti e gli infermieri sono obiettori».
