I cosiddetti sovranisti si erano tappati il naso, sperando in una svolta più radicale sui rapporti tra Governo ed Unione Europea (c’è ancora chi sogna l’uscita in stile Brexit, magari con un ritorno alla Lira) ma, nonostante il lungo show mediatico sul dibattito tra innalzamento del limite del contante e “post facoltativo”, il nuovo Governo, evidentemente per nulla interessato a scontrarsi contro Bruxelles, ha dovuto adeguarsi alla realtà europea, anche per salvare il Pnrr:
In Commissione, infatti, pare sia stata rinfrescata la memoria ai nostri governanti circa le condizioni di elargimento dei tanto attesi fondi per accontentare Sindaci e Presidenti di Regione (che da mesi stanno fantasticando su come spendere le risorse annunciate dall’Unione Europea). C’è chi parla di un film già visto, in stile Tsipras. Il tassì che sperava in una «pacchia finita» per rifiutare il pagamento elettronico dovrà quindi ricredersi e accettare l’idea che a Roma non abbiamo un Governo di “destra” ma di centro-destra, che nel suo programma non ha referendum sull’uscita dell’Ue e nemmeno crociate propagandistiche contro la bandierina blu a stelle gialle. Persino il blocco delle navi delle ong – tanto sventolato all’esordio del nuovo esecutivo – sembra essersi esaurito, almeno per ora (questo articolo è stato pubblicato a dicembre 2022). Tra le due istituzioni – italiana ed europea – quella di Bruxelles, per quanto non digeribile da tutti gli elettori, appare più chiara: se noi italiani vogliamo restare in Ue, dobbiamo adeguarci.
Tra di esse, la garanzia del contrasto effettivo all’evasione fiscale. Tuttavia, ad onor del vero, occorre anche tenere a mentre che per contrasto all’evasione, Bruxelles non ha usato il Pnrr direttamente come “ricatto” per promuovere il denaro elettronico: una lettura differente della lunga odissea parla infatti di una Commissione che si limita a raccomandare l’obiettivo anti-evasione, che potrebbe essere quindi attuato anche attraverso pratiche alternative (e non necessariamente con la riduzione del contante). L’esempio più clamoroso risale al 2017, quando tax gap IVA (l’imposta più evasa) scese improvvisamente di ben 4 punti percentuali, con l’allora Governo Renzi che ottenne lo storico risultato senza modificare la soglia al limite dell’uso dei contanti. Il risultato fu attribuito l’obbligo di comunicazione trimestrale dei dati IVA (il cosiddetto spesometro), misura seguita poi da fattura e scontrino elettronici.
L’unica soluzione “sovranista-radicale” sarebbe stata quella di rompere con il passato e andare oltre. Un’iniziativa ideologica che, al momento, non ci sarà. C’è poi un “giallo temporaneo” che, curiosamente, va a sposare le condizioni generali imposte Von der Leyen e compagni: nel testo bollinato, infatti, si prevede stranamente la soppressione dell’intero articolo 69, che contiene anche l’innalzamento del tetto al contante a 5mila euro. «Mi assumo la responsabilità di un errore della Ragioneria», ha detto il ministro Giorgetti. Il testo dovrebbe essere quindi corretto a breve con la soppressione solo del comma 2 per garantire almeno l’innalzamento al tetto del contante da 2.000 a 5.000 euro nel 2023, altro cavallo di battaglia che altrimenti rischierebbe anch’esso di scomparire. Nodo al fazzoletto. Una cosa è certa: chi ha votato quei partiti – attualmente fuori dal Parlamento – che proponevano un sovranismo antieuropeista ed a favore del ripristino di una vera sovranità monetaria (questa sconosciuta!) resteranno a bocca asciutta e non possono essere rappresentati da chi preferisce il compromesso con l’Ue. Davanti a tutto ciò, resta da chiedersi se per il nostro Governo sia più facile dare la colpa a Bruxelles piuttosto che assumersi tutte le responsabilità annunciate in campagna elettorale. E’ comunque ancora troppo presto (e tutto sommato, viste le numerose difficoltà del delicato periodo storico, anche troppo facile per noi critici) per commentare l’operato di un esecutivo nato pochi mesi or sono. Vedremo cosa accadrà a partire dal prossimo anno.
