La crisi dell’Ucraina sta producendo conseguenze geopolitiche. Da un lato è in atto il riavvicinamento (per comune interesse) tra Russia e Cina e dall’altro quello (un po’ forzoso) tra Europa e Stati Uniti. Nel primo caso la Russia si è assicurata uno sbocco di mercato, a cominciare dalla fornitura di gas, che rende per essa meno preoccupanti le sanzioni dell’Occidente. Mentre la Cina si ritrova con un’accresciuta forza politica ponendosi a fianco della Russia ma aperta al dialogo con l’Occidente.
Dall’altro lato gli Stati Uniti impongono all’Europa una solidarietà basata sulle sanzioni che non costano nulla, o quasi, all’economia americana mentre hanno serie ripercussioni su quella europea. Non solo. Gli Stati Uniti possono addirittura trarne giovamento poiché l’Europa potrebbe essere costretta ad importare gas liquefatto dagli Usa, il cui costo è molto superiore a quello russo. Le sanzioni già adottate ai tempi della Crimea si sono dimostrate più penalizzanti per l’economia europea che per la società russa. L’agroindustria italiana, per esempio, ha pagato un contributo assai pesante per il blocco di un export che stava raggiungendo livelli ragguardevoli. Questo significa che bisogna lasciare campo libero alle pretese egemoniche di Putin? Assolutamente no.
Ma il tipo di intervento dissuasivo e punitivo non può essere deciso dall’amministrazione americana e subìto passivamente dall’Ue. Il copione dell’Afghanistan col ritiro delle truppe americane e della Nato senza neppure avvisare gli europei (che pur avevano militari sul territorio) non deve ripetersi. Così come sarebbe stato opportuno che gli Usa avessero considerato con più attenzione gli sforzi di Emmanuel Macron e Olaf Scholz per trovare una soluzione di sostanziale neutralità dell’area in modo da rispondere da un lato alle richieste russe di tutela dei propri confini, e dall’altro alla difesa da parte dell’Occidente dei propri principi solidaristici verso Paesi indipendenti.
La decisione, riprovevole e colpevole, di Putin di invadere l’Ucraina dà inizio a una guerra che l’Europa è costretta a subire. La speranza è che le capitali europee si rendano conto delle loro singole debolezze e della necessità di una politica estera comune, che darebbe anche la forza per anteporre alle controproducenti sanzioni il più grave isolamento politico.
Fonte: www.italiaoggi.it
