Ne “Il Nome della Rosa”, una rosa a La Sapienza

Ovvero Giovinazzo – Roma solo andata, volendo parlare della prematura scomparsa nella Capitale di un ragazzo eccezionale e che, dalla sua splendida cittadina legata un tutt’uno a “Il nome della rosa” di Umberto Eco, aveva deciso di trasferirsi a Roma per studiare, per dare struttura e sostanza alla sua passione civile, vista anche come impegno a costruire una società migliore. Aperto al dialogo e tutto pensiero e azione insieme, gli ci è voluto pochissimo tempo, infatti, per guadagnarsi le simpatie bipartisan dei suoi colleghi, tanto da riuscire ad attirare persino l’attenzione della premier Giorgia Meloni. Insomma il giovane diverso, lontano dal “carpe diem” divenuto mantra della sua generazione ormai quasi tutta solo costosa moda copia e incolla dei modelli globali, persa nei rituali dello “spritz” a qualsiasi ora (o peggio) e sempre più disposta a qualsiasi compromesso, attratta com’è dal miraggio del successo e dei guadagni facili. Giuseppe D’Attolico, questo il nome di chi stiamo parlando, era invece uno che ha capito da sùbito, anche attraverso i tanti piccoli lavori che ha fatto, l’importanza del sacrificio per costruirsi una vita, un pezzo alla volta e con i suoi soli meriti e capacità, inseguendo i propri sogni e nel nome degli ideali in cui credeva.
Non a caso Vittorio Sgarbi, incontrandolo, ha immediatamente visto in questo giovanissimo, affamato di cultura e critico sulle ideologie correnti, uno di quegli «uomini che stanno studiando il futuro» ma con la piena consapevolezza dell’importanza di tutti quei princìpi e valori identitari che sono la inimitabile grandezza, immateriale e sempre più a rischio, del nostro Paese; e perciò un esempio da seguire senz’altro, Giuseppe D’Attolico, non solo come studente «…anche perché servono nuove idee per andare avanti». Quelle che certamente a lui non mancavano, come i tanti amici che si era creato con la sua esplosiva comunicabilità e che per questo lo hanno voluto celebrare, a sorpresa e nell’anniversario della sua morte, con una piccola, sentita cerimonia, ma dall’alto valore simbolico: la messa a dimora di una bella pianta di rose nel cortile de “La Sapienza”  affinché ricordasse per sempre il breve passaggio terreno, ma non senza non lasciar traccia, di questo ragazzo «….che in soli sei mesi è entrato nel cuore di tutti, studenti, docenti, senza distinzione alcuna…e ha trasmesso tanto ad ogni singola persona della nostra Università… e che fosse di destra o di sinistra per Giuseppe non era importante».  Il ritratto perfetto di quello che dovrebbe essere uno studente di Scienze Politiche, come lo era lui, che va alla facoltà per eccellenza per formare le classi dirigenti del domani, ma non certo per trovare scorciatoie facili per costruirsi il proprio avvenire, bensì per frequentare «…un’arena politica che potesse sciogliere le sue curiosità…» dove trovare «…una risposta a delle domande».
Questo il ricordo commosso dei tanti che hanno lasciato la loro Caput Mundi per l’ultimo saluto a Giuseppe nella sua Città natale l’anno scorso e poi hanno accolto giusto la famiglia, perché avvisata solo la sera prima della loro iniziativa e nel giorno esatto della ricorrenza della sua scomparsa, il 5 aprile. Nessun ragazzo o amico dunque da Giovinazzo, e nemmeno noi che a Roma, paradosso della sorte, ci eravamo dal giorno precedente per le esequie di un altro grande pugliese del Cinema e non solo, Nico Cirasola, innamorato della nostra città e con cui condividevamo un sogno: il progetto quantomeno di una sceneggiatura per raccontare ciò che né “Il nome della Rosa” di Jean-Jacques Annaud né il remake di John Turturro hanno potuto riversare in pellicola perché fedeli al racconto che Eco fermò praticamente alla “lite di Perugia del 1322” cui partecipò il protagonista del suo romanzo: personaggio, come si è scoperto in seguito, che però inventato non era, ma esistette realmente col nome di Guglielmo di Alnwick (e non di Baskerville) e fu realmente vescovo di Giovinazzo dal 1330 al 1333, cioè prima di cadere nelle mani di Papa Giovanni XXII e sparire misteriosamente ad Avignone. Ma questa è un’altra storia, di cui però con Giuseppe abbiamo parlato a lungo e dunque un frammento di nostro vissuto personale che abbiamo voluto aggiungere, ricordandolo, anche per parlare anche del suo sconfinato amore per il sapere e la cultura. Di certo c’è soltanto che, pur solo un ragazzo, ha lasciato un grande vuoto, e non solo nella nostra comunità, ma non nella memoria di chiunque lo abbia conosciuto e oggi spera che il suo esempio possa valere a qualcosa per le generazioni attuali e future.
Enrico Tedeschi (con la collaborazione di Giorgia Lecce Coccia)
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