Salvatore Quasimodo, una delle innumerevoli ed immense figure culturali del Sud Italia, scelto per la prova scritta di maturità 2023 dopo lo scempio perpetrato impunemente dalla riforma scolastica della Gelmini degli anni addietro, avallata in modo scriteriato da incapaci Ministri, Deputati, Senatori e dalla sua “speciale” Commissione allorquando indicò ( ipocrita eufemismo ) quali Autori prediligere, accantonando di conseguenza straordinari letterati meridionali quali, tra gli altri, Gesualdo Bufalini, Elio Vittorini, Leonardo Sciascia.
Paradossale che oggi sia appunto lo scrittore di Modica , morto a Napoli, premio Nobel per la Letteratura, a campeggiare tra le prove di italiano mentre la notizia che un immatricolato su quattro sceglie di conseguire la laurea nel Nord italia ed uno su due, tra quelli già laureati ,si stabilisce lì: capitale umano che perde la nostra Terra per posti dove le condizioni lavorative non sono poi quelle dei sogni e dove spesso si finisce in un monolocale e a lavorare al Mc Donalds.
Quale occasione migliore per riportare l’ennesima storia di emigrazione tracciata dalla soave penna di Salvatore Quasimodo?
Lettera alla madre.
«Mater dolcissima, ora scendono le nebbie,
il Naviglio urta confusamente sulle dighe,
gli alberi si gonfiano d’acqua, bruciano di neve;
non sono triste nel Nord: non sono
in pace con me, ma non aspetto
perdono da nessuno, molti mi devono lacrime
da uomo a uomo. So che non stai bene, che vivi
come tutte le madri dei poeti, povera
e giusta nella misura d’amore
per i figli lontani. Oggi sono io
che ti scrivo.» – Finalmente, dirai, due parole
di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto
e alcuni versi in tasca. Povero, così pronto di cuore
lo uccideranno un giorno in qualche luogo. –
«Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo
di treni lenti che portavano mandorle e arance,
alla foce dell’Imera, il fiume pieno di gazze,
di sale, d’eucalyptus. Ma ora ti ringrazio,
questo voglio, dell’ironia che hai messo
sul mio labbro, mite come la tua.
Quel sorriso m’ha salvato da pianti e da dolori.
E non importa se ora ho qualche lacrima per te,
per tutti quelli che come te aspettano,
e non sanno che cosa. Ah, gentile morte,
non toccare l’orologio in cucina che batte sopra il muro
tutta la mia infanzia è passata sullo smalto
del suo quadrante, su quei fiori dipinti:
non toccare le mani, il cuore dei vecchi.
Ma forse qualcuno risponde? O morte di pietà,
morte di pudore. Addio, cara, addio, mia dolcissima mater.»
Patrizia Stabile
