Siamo colpiti dal fatto che dalla penisola arabica siano partiti a suon di dollari alla conquista del calcio, che sarebbe , per tutti i Paesi europei, il nostro sport nazionale.
Ovvia conseguenza della progressiva trasformazione del calcio in una industria, in un business quindi, come tutti i business, esposto al mercato globale.Se tutto questo però è stato facilissimo per gli sport individuali ( tennis, golf ) con i giocatori – azienda, la cosa appare con il calcio che è uno sport di squadra, un po’ più perfida.Eh sì perché il ” cliente” del business calcio non è uno che sceglie di volta in volta quello che più gli piace e più gli conviene come in qualsiasi mercato, è invece un romantico “cretino” che tifa per la sua squadra anche se compra solo bidoni, se fa schifo o se retrocede di categoria, anzi si fa vanto di essere così perché è tifoso della bandiera e rimanere tali quando le cose vanno male è di certo più difficile.Io ho visto cos’è uno sport di squadra – business quando insieme ai Colleghi sono andato a guardare una partita di NBA ad Atlanta.Scoprimmo ben presto che gli unici davvero interessati emotivamente alla partita eravamo noi perché nella squadra di Atlanta giocava un italiano, al resto del pubblico interessava molto di più mangiare a crepapelle porcherie comprate nei mille punti ristoro dell’impianto e partecipare coralmente a giochi da deficienti che si facevano negli intervalli fra un tempo e l’ altro.Pensare di ” comprare” il calcio e con esso anche un pubblico di quel genere non mi sembra impresa facile o piuttosto fin troppo facile con dei tifosi – clienti che comprano il tuo prodotto a prescindere, solo per l’ affetto.Non so i ragazzi di oggi come la pensino e come andrà a finire, ma io penso che, in fondo, il calcio resti un pregevole caposaldo di amore spassionato e disinteressato, di attaccamento ad una storia, ad un simbolo, ad una maglia, ad una bandiera. Non sono molti, almeno quello lasciatecelo, nella vita serve.Eccome se serve.
Pinuccio Tarantini
