E’ tempo che chiunque pensi di dedicarsi all’attività politica si dia un minimo di cultura giuridica e storica, senza confidare unicamente nella “scienza” dei leader (che spesso manca anch’essa).
Oggi sono sul tappeto in Italia la riforma della giustizia e la volontà di accentuare il federalismo regionale con la proposta Calderoli.
Allora: per fare un esempio, la Lega dovrebbe capire, leggendo più approfonditamente Tocqueville, che il federalismo in America ha rafforzato il già enorme potere dei giudici. Ergo:Salvini, collocandosi nell’antinferno, come “ignavo” a “Dio spiacente e agli inimici sui” dovrebbe uscire dalla posizione in cui si è posto il suo partito e fare in conti con la razionalità.
Il Visconte e magistrato francece aveva rilevato che per uno straniero l’assetto del potere giudiziario in America sorprendeva per il ricorso all’autorità dei giudici per ogni avvenimento politico.
Anche se negli Stati Uniti, come in Europa, il giudice operava solo previo esperimento di un’azione processuale e si occupava soltanto del singolo caso sottopostogli, egli tuttavia, aveva dei poteri ben più ampi rispetto a quelli dei colleghi europei, essendo in grado di paralizzare le leggi ordinarie che fossero state ritenute in contrasto con la Costituzione.
Le Corti, e quella Suprema più di ogni altra, erano dotate di poteri tali che qualcuno aveva definito enfaticamente quello degli Stati Uniti, come un “Governo dei Giudici”. (Da qui la possibilità -ovviamente “teorica” – di un “malgoverno” o di una “dittatura” dei giudici, diaframmata, ovviamente, su una moltitudine di soggetti dispotici).
Il cittadino americano, dunque, che si fosse ritenuto vulnerato da una determinata legge, poteva contrastare e minare l’autorità del Parlamento ricorrendo alla via processuale per evitarne gli effetti, con la conseguenza che innanzi al moltiplicarsi del contenzioso giudiziario, la legge impugnata finiva con il perdere l’efficacia sua propria.
In più – ed è questo il punto che Salvini dovrebbe prendere in considerazione – Tocqueville aveva notato che la struttura federale dello Stato, rafforzava il potere dei giudici.
Il Governo centrale americano doveva poter contare più di ogni altro sull’appoggio della giustizia, perché il federalismo lo rendeva naturalmente più debole innanzi ad eventuali conflitti con la periferia.
Un altro approfondimento “culturale” che gli attuali governanti del Paese dovrebbero fare riguarda la selezione dei giudici e del pubblici ministeri.
In Italia, vige la legge del Re Sole, ispirata dal suo Ministro dell’Interno (“di ferro”), Jean Baptiste Colbert (accentuata da Napoleone Bonaparte e copiata da Benito Mussolini) e “accusano e giudicano” i cittadini giovani laureati in giurisprudenza (come si diceva una volta “freschi d’esame”) che superano un concorso “di primo grado”, nozionistico e, poi, sedendo in uffici contigui “si passano le carte”.
E’ una situazione aberrante affidare a dipendenti dello Stato (classici impiegati, un tempo definiti “Travet”) il destino di privati cittadini magari più colti e meglio inseriti nella società produttiva di loro.
La soluzione americana alla “politicizzazione” dei giudici è stata quella di eleggerli, ritenendo tale procedimento più democratico perché obbliga l’élite giuridica di un Paese a tenere conto del sentimento che alberga nei cuori della maggioranza, mentre, come osserva Fratini, su “Domani” “senza controllo, una minoranza potrebbe imporre, a colpi di sentenze, ciò che il popolo non ha avuto il tempo di maturare come pensiero diffuso”.
Anche sui membri della Suprema Corte, nominati dal presidente degli Stati Uniti, sentito il Senato, indipendenti dagli altri poteri a causa drlla loro inamovibilità “vita natural durante”, gli attuali componenti della cosiddetta “maggioranza” dovrebbero concentrare la loro attenzione.
Di questo, però, scriverò in una prossima nota.
LUIGI MAZZELLA
