Neanche due giorni prima dell’incendio della “Venere” mi era arrivata questa segnalazione sul quartiere di Chiaia, il salotto “buono” di Napoli, vittima dell’ennesima violenza di genere…alimentare, riguardante una gelateria in via Calabritto.
Senza una qualsivoglia visione di lungo periodo, Napoli subisce un turismo di basso profilo anziché pianificare una strategia che alzi il livello dell’offerta, gettando i semi per un’attrazione fatta di vocazione culturale alla quale si affianchino, per carità, il mare, le suggestioni dei vicoli ai Decumani e la gastronomia.
Tutto sembra casuale, invece un sottile, fortissimo filo fatto di abbandono e noncuranza unisce l’incendio di un’opera e l’imbarbarimento di una città: cosa che se fatta di proposito avrebbe una sua finalità logica. E invece no, neanche quello!
Napoli muore di sufficienza e pressapochismo, e sono i suoi figli i maggiori carnefici.
Sotto gli occhi delle sue istituzioni, i richiedenti asilo se lo prendono sul cemento di piazza Garibaldi o della stessa piazza Municipio dove – tra il Comune e la Questura – qualcuno ha potuto concedersi il gusto di incendiare quella “Venere degli stracci” (per me inguardabile ma non l’avrei incendiata per questo) che nessuno sorvegliava.
Sotto gli occhi snob e annoiati della borghesia napoletana tutto è concesso in cambio del classico “…‘na cos’ ‘e sord…” (= una cosa di soldi), concetto che sembra attualmente possa legittimare qualsiasi tipo di volgarità, dai comportamenti agli arredi, a chi spaccia scambi di premi e favori sotto la maschera ipocrita e sfacciata della “cultura”.
Povera Chiaia! Da passeggiata borbonica a gretta quotidianità mendicante: da regno incantato a regno incartato dove – tra baretti affollati e ristorantini senza pretese – passeggiano fate povere, alla ricerca di chi offra una pizza, e principi senza reame a caccia di una dama prodiga che li adotti.
Che speranze di sopravvivenza hanno il bello e la cultura in un simile ambiente talmente malato e degradato che solo un antico maleficio può aver reso possibile?
Gino Giammarino
