Almeno una volta nella vita abbiamo desiderato averla!
Sarebbe intrigante spaziare nel passato, muniti delle conoscenze attuali per non farsi mancare l’Asso nella manica predittivo da sfoggiare pubblicamente per risolvere i problemi dell’epoca con le soluzioni attuali.
Poi, lo dico sommessamente, non guasterebbe nemmeno dare un’occhiata al futuro, magari dando una scorsa alla colonna vincente della lotteria preferita prima di rientrare nella data corrente: si risolverebbe la maggior parte delle beghe economiche contingenti e poi ci si potrebbe dedicare alle buone azioni sociali, ad aiutare i figli e a vivere con serenità.
Tutto questo è nell’immaginario collettivo sul passato e sul futuro, ma quanto ancora manca all’immaginazione concreta del presente, distratta da quegli artifici fantasiosi, quanto pindarici, che obnubilano la mente sulle reali ricchezze che già possediamo?
Qui faccio una rivelazione: la macchina del tempo esiste già. Io la possiedo!
La uso per scaricarmi dagli affanni e dalle impellenze dell’immediato futuro che incombe e dai rimpianti del passato che pesano sulla coscienza.
Io uso il metodo dell’immersione nel “mondo senza tempo”.
Da giovane mi piaceva immergermi in mare con le bombole d’aria compressa, sfidando la morsa dell’acqua gelata invernale a cui, dopo qualche minuto, poneva sostanziale rimedio la muta subacquea che indossavo.
Un tuffo nell’acquario più grande del mondo alleviava ‘l’ansia del dover fare qualcosa’ perché lì, in quelle condizioni e per tutta la durata della capacità dell’autorespiratore, non potevi far nulla se non instillare una buona dose di dopamina endogena!
In quelle condizioni diviene impossibile arrovellarsi sul da farsi; ci si rende conto che quel ‘mondo di sopra’, precipitoso e impaziente, non ci appartiene per almeno un’ora e che rimane soltanto la possibilità di visitare il ‘mondo di sotto’, incuriosendosi dei pesci che brucano i pascoli sommersi, esplorando il fondale e la vegetazione sottomarina che compone praterie invisibili dalla superficie.
Non poter far altro spinge a fare tutt’altro, rispetto alle normali, stressanti occupazioni sulle quali è programmata la nostra esistenza.
Tutt’altro equivale a distrarsi, disimpegnarsi temporaneamente, curarsi nello spirito e badare finalmente ad ascoltare sé stessi nel silenzio sublime offerto dal fluido pelagico.
Ora che ho appeso le pinne al chiodo, mi dedico alla campagna assumendo e rispettando i tempi della natura, capaci di allontanarmi parimenti dagli affanni.
Basta una veduta panoramica sugli alberi, una carrellata sulle lunghe distanze per allungare anche i tempi necessari a rilassarsi facendo il bagno nel verde e purificare lo spirito attraverso gli occhi, come quando m’inondavo di blu.
Occuparsi dell’orto inchioda l’orologio dilatandolo spazio-tempo.
La terra coltivata proietta il beneficato, che se ne occupa, in una dimensione senza tempo, mantenendolo fuori dagli intervalli prefissati e dallo stress indotto.
Le ombre dei rami degli alberi oscurano ogni impulso sbrigativo, scacciandolo.
Il pungolo delle lancette si disperde tra le zolle, dove la natura impone i propri tempi, più umani degli Umani, sincronizzati con i cicli circadiani del dominio vegetale che fanno invidia agli individui del mondo animale, compreso quell’animale che appartiene sempre meno a quel Regno e sempre più a quello transumano.
L’agricoltura, come il giardinaggio, impone ritmi solenni e certi nel mentre distorce la percezione del trascorrere delle ore.
Non sai se raccoglierai dalla terra e quanto, ma sai quando sarebbe il momento di farlo e conosci il periodo in cui devi attendere alla coltivazione per consentirlo.
Ti senti incastonato in un destino aulico.
L’apoteosi di quel dispiegamento di cause ed effetti fa sentire realizzati, in linea con le verità del mondo e sempre meno ‘fuori dal mondo’, dove ci sta portando il logorio della modernità dal quale non riuscì a salvarci neppure un famoso aperitivo, nonostante la sua pubblicità fosse urbanisticamente geniale quanto surreale.
Carlo Zeuli
