ARITMETICA: ANCORA DI SALVEZZA?

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Se dovessimo misurare il tasso di polemica che caratterizza il nostro Paese, dovremmo tutti convenire che siamo ai massimi livelli, in stato di saturazione.

Non ci va bene niente. Discutiamo spesso, discutiamo vivacemente, il più delle volte per la sola tendenza a contraddire. Ma, soprattutto, polemizziamo su tutto, senza tralasciare nulla, anche su questioni talmente marginali da essere asfittiche di per sé.

E i social sono il palcoscenico adatto per soddisfare la nostra attitudine alla polemica e alla vanità. Lì, si fa a gara a chi è più bravo, più arguto, più attrattore di like.

Tutta questa energia, invece di impiegarla nel costruire, la sprechiamo nel classificare le persone, nel sentenziare su di esse, come se conoscessimo tutto di tutti, anche i loro inconfessabili peccati, difetti e tendenze.  

Ma, in effetti, conosciamo ben poco di tutto e di tutti, impastati e schiavi, come siamo, di luoghi comuni e di pensieri pregiudiziali.

Non ci rendiamo conto che la polemica come stile di vita, da un lato, diffonde una immagine di degrado sociale a chi esterno, poi, ne  approfitta per abbattere la credibilità del nostro Paese, dall’altro, è la causa principale del pessimismo nazionale e del disagio delle nostre giovani generazioni; disagio ormai acclarato e molto preoccupante.  

Chi ci guarda non può che concludere che siamo un popolo di immaturi.

Quello su cui polemizziamo spesso è la farraginosità della pubblica amministrazione e della sua soffocante burocrazia, senza peraltro coltivare la minima idea che questo è il tema prioritario per restituire flessibilità al Paese e che pretende una immediata, innovativa e radicale risposta politica.

Ma noi indugiamo nel polemizzare: e la “polemica” si accompagna sempre al cugino “lamento”.   

Senza dubbio, il sistema della Repubblica è ingessato e il popolo italiano è allo sbando, in cerca disperata di soluzioni.

Quella gran massa di consensi, che si è spostata, negli anni, da Forza Italia di Berlusconi, al PD di Renzi, alla Lega di Salvini, alle 5Stelle di Grillo, ed oggi a Fratelli d’Italia di Meloni, sembra che non sia per merito del preferito di turno ma per demerito del precedente che ha regalato solo delusioni dopo aver propagandato illusioni.

Sono, pertanto, giustificate le incredibili dimensioni del fenomeno “astensionismo”, che diminuisce considerevolmente le reali percentuali assolute del consenso nell’area dei partiti.

Allora, ci accorgiamo che la maggior parte del popolo non ha rappresentanza. Rimangono stabili gli “zoccoli duri” che non cambiano idea nemmeno di fronte alla evidenza dei fallimenti; rimane una manciata di partiti intorno al “tre per cento” in affannosa attività per emergere; pullula una miriadi di gruppuscoli del “dissenso” intorno allo zero virgola qualcosa.

E’ un coacervo, dove impera la polemica che è il vero tessuto connettivo popolare.   

In queste condizioni, non è possibile parlare di un futuro della Repubblica che abbia il timbro dell’ottimismo: la spirale negativa appare inarrestabile.

Non c’è alcun dubbio che questa nostra Repubblica sia malata: ogni settore, nessuno escluso, ha bisogno di riorganizzazione, di investimenti, di soldi.

Soldi? Non ce ne sono più nella Cassa Pubblica! E, senza soldi, non esiste Sanità, Giustizia, WelFare, Ricerca, Sicurezza,  Innovazione, … Servizi; e non si può aiutare nessuno.

Ma, come mai la Repubblica Italiana, nonostante l’enorme e incredibile debito, versi in questo disastro economico, finanziario, strutturale, geologico? Dove sono finiti tutti questi soldi? E, ora, dove finiranno i nostri risparmi e patrimoni?

Abbiamo sprecato tutte le occasioni come il Quantitative Easing di Draghi che ha profuso moneta gratis a gogò, finita nelle tasche sbagliate; e potremmo perdere anche l’occasione del PNRR solo perché, oltre al non saper più progettare al di fuori di nostri tornaconti, non abbiamo chiaro quale possa essere il percorso verso la Rinascita e cosa significhi Resilienza che, peraltro, usiamo in tutte le minestre.

Le riforme, così necessarie, così urgenti, così promesse e tanto decantate e attese, non arrivano mai. E, quando arrivano, non sono altro che placebo, inutili e per niente rigeneratrici.

Dovremmo cominciare a chiederci, non con la pancia, chi, e perché, ha condotto la Repubblica Italiana, che una volta era una potenza economica mondiale, in questa palude di acqua stagnante.  

Certo, è facile rispondere: la politica, non più Politica, che è diventata una enclave, chiusa e autoreferenziale, popolata da Attori di professione il cui solo obiettivo è quello di procurarsi consenso, circondati da una “intellighenzia” (tendenzialmente al soldo benefico dello Stato) che ha il solo obiettivo di sopravvivere nell’agiatezza delle proprie conquiste irrinunciabili.

Eppure questo popolo ha le proprie responsabilità perché rincorre gli Attori e non le visioni prospettiche alle quali incatenare gli Attori stessi.

Quale potrebbe essere una via d’uscita? C’è?

Intanto, è fuori dubbio che serva una innovazione radicale e faticosa: le attuali sovrastrutture che, purtroppo, fanno parte del nostro DNA, si sono vestite di  bizantinismo e non sono più rammendabili.  

Non rimane che chiederci se esista un linguaggio comune da cui ripartire  che non dia adito ad equivoci ed elimini la polemica?

Ebbene si, esiste: l’Aritmetica, che mette tutti d’accordo; è alla portata di tutti non essendo ancora Matematica; è inequivoca; è rassicurante; ci aiuta a far di conto.

“E allora? E’ solo teoria. A che serve?” polemizzerà, senza capire, il solito polemico.

Macchè! E’ pura pratica che tutti possono capire. Facciamo un esempio concreto.  

Se si usa l’Aritmetica, chiunque può accorgersi che solo quattro signori versano soldi nella Cassa Pubblica: il dipendente privato, il cui reddito proviene dall’impresa; il  dipendente pubblico il cui reddito proviene dalla stessa Cassa Pubblica (piglia e mette!); l’impresa e le partite IVA autonome che versano in proporzione al reddito prodotto.

Possiamo concludere, dunque, che la Cassa Pubblica è alimentata dall’impresa e dal lavoratore autonomo?

Ce lo dice, incontestabilmente, l’Aritmetica: la Cassa Pubblica (“fiscalità generale”) è alimentata dal profitto, dalla economia reale.

Questa è la gallina dalle uova d’oro d’ogni Stato.

Già questo pensiero (che grossolanamente abbiamo esposto e che dice che non è il popolo che paga le tasse ma l’impresa, o meglio, la sua attività)  ci mette in serio imbarazzo.

Sembra nuovissimo di zecca e rivoluzionario ma è vecchio come il mondo.

In effetti siamo solo tornati alle origini.

Ma, usata la Aritmetica, ora tocca a noi. Come?

Dovremmo attenderci una proposta politica che favorisca le imprese senza soffocarle con norme demenziali e inutili balzelli, senza criminalizzarle, senza regalare loro nulla, senza che diventino monopoli o sede di illeciti, senza che sfruttino o speculino.

A questa proposta politica, deve corrispondere un comportamento etico:

lo Stato, o meglio, la politica deve evitare ogni sperpero dei soldi incassati; ha il dovere di ristrutturare, dalle fondamenta, l’attuale edificio burocratico non più manutenibile; deve usare la fiscalità per investimenti di Ripresa e per una permanente manutenzione evolutiva; deve garantire l’efficacia e l’efficienza dei servizi al cittadino; deve equilibrare la crescita economica e lo sviluppo sociale; deve garantire la qualità della vita.

Abbiamo proposte politiche in questo senso? Se no, pretendiamole.

Antonio Vox

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