Carlo Spagna tra ricordo e ricordi di Achille della Ragione

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Un dolore devastante mi ha sconvolto quando ieri ho saputo che Carlo Spagna, illustre magistrato, ma soprattutto tra i miei amici più cari, ci ha lasciato. Ci conoscevamo e volevamo bene da circa 60 anni e vorrei ricordarlo ai tanti che lo conoscevano e stimavano raccontando ai lettori alcuni divertenti episodi della nostra giovinezza.

La Canzone del Mare mi è particolarmente cara perché mi rammenta gli anni ruggenti della mia giovinezza, quando d’estate la frequentavo quotidianamente via mare, tuffandomi dagli scogli di Marina Piccola e raggiungendola con poche e vigorose bracciate. Tra gli scogli in un sacco impermeabile tenevo: una copia del New York Times, un voluminoso sigaro cubano (erano i tempi di Fidel Castro), un telefono bianco munito di un filo interminabile, una divisa da maggiordomo. Mi sedevo su una sedia a sdraio lì dove adocchiavo qualche signora o signorina dal gentile aspetto e dalle forme ben tornite. Poscia cominciavo una lettura attenta quanto distratta e a fumare il sigaro avidamente; tra una boccata e l’altra lanciavo sguardi sessuali alla fauna femminile limitrofa.

All’improvviso compariva Carlo Spagna, il mio compare, attualmente stimato presidente della Corte d’Assise di Napoli, nelle vesti di maggiordomo, il quale mi consegnava su un piatto di finto argento il telefono bianco, il cui filo si perdeva lontano:
“Eccellenza vi è al telefono Gianni Agnelli che, prima di prendere un’importante decisione sul destino della Fiat, vuole conoscere la sua opinione”. 
La mia risposta, puntualmente, era:
“Mandalo a quel paese, non vedi che sto ammirando una fanciulla dalla bellezza devastante e dal seno debordante?”

Avevo diciotto anni e mi trovavo ai bordi della piscina della “Canzone del mare” che, squattrinato, avevo raggiunto senza pagare l’ingresso attraverso gli scogli in compagnia di Carlo Spagna, allora, come me, giovane audace e scapestrato, oggi severo e stimato Presidente di Sezione penale del Tribunale di Napoli.
Mentre ci guardavamo intorno alla ricerca di qualche bella fanciulla da accalappiare, fummo attirati da ciò di cui parlavano due affascinanti ragazze bionde della società dorata napoletana. 

Anna Maria Sernicola e Manuela Coja, favoleggiavano di una grande festa da ballo che, organizzata dal principe di Sirignano, si sarebbe svolta quella sera ed alla quale avrebbero partecipato centinaia di invitati, parte in abiti da gala e parte in maschera. 

Il sogno delle due ragazze era quello di poter partecipare ad una festa così importante per far notare la loro bellezza, che era veramente sfolgorante e per fare qualche conoscenza interessante. Presi la palla al balzo e con sfacciataggine mi avvicinai alle due fanciulle e dopo essermi presentato come conte, millantai un’amicizia di famiglia di vecchia data col principe Sirignano, dal quale potevano considerarsi, se volevano, invitate al ricevimento. Anna Maria e Manuela mi abbracciarono e baciarono contentissime e corsero in albergo e dal parrucchiere per prepararsi adeguatamente alla festa alla quale si credevano invitate ufficialmente. 
Ci demmo appuntamento in piazzetta con le ragazze per le 21:00.

A quel punto, però, per me ed il mio amico si imponeva il problema dell’abito da sera che non possedevamo, ma potendosi presentare anche in maschera, la scelta cadde su due travestimenti da antichi romani, che fu facile arrangiare con le lenzuola della pensioncina ove alloggiavamo ed i tralci di vite del vicino giardino. Così agghindati, io da Bacco e Carlo, il mio amico, da ancella e muniti anche di un bidet di plastica portatile, sottratto alla pensione e tenuto da me sotto braccio con eleganza e naturalezza, ci presentammo in piazzetta all’appuntamento con le due ragazze. Non curanti di un passante che mi apostrofò col grido: “Ma che puort’, duje cess”, ci dirigemmo verso la villa ove si svolgeva la grande festa. 
Fummo accolti dal maggiordomo e da alcuni camerieri, ai quali consegnai in deposito il bidet e mi presentai come invitato del conte della Ragione, cioè di me stesso.

Mentre il maggiordomo si recò dal principe ad informarlo del nostro arrivo, fummo sequestrati dai fotografi, che nel giardino della villa ci immortalarono in più pose. Con la coda dell’occhio vidi il principe, accigliato, e spalleggiato da vari camerieri, dirigersi verso di noi e feci appena in tempo ad avvertire Anna Maria e Manuela, che splendevano nei loro abiti da gran sera dalle abissali scollature, di allontanarsi e di mischiarsi tra la folla degli invitati. 

Il principe volle sapere chi eravamo, e quando seppe che ci aveva invitati il conte della Ragione, a lui naturalmente ignoto, ci fece capire che se non ce ne andavamo con le buone avrebbe chiamato i carabinieri. Mogi, mogi, guadagnammo l’uscita, ma giunti in piazzetta ci ricordammo del bidet e tornammo indietro per riprenderlo.
Bussammo e alla finestra del primo piano il maggiordomo gridò:
“Andatevene o chiamo la polizia!”. 
La chiamiamo noi la polizia se non ci restituite il bidet!”
– rispondemmo noi.
Pochi secondi e l’accessorio ci fu scaraventato dalla finestra. Il giorno dopo potemmo acquistare da Foto Capri le nostre immagini immortalate durante la festa e l’unico lato positivo della vicenda fu, che con le due ragazze, nonostante tutto, facemmo amicizia. Una amicizia tanto intensa che dura ancora oggi a distanza di oltre mezzo secolo..

Carlo aspettami, tra poco ti raggiungerò e vivremo in una dimensione dove il tempo non esiste e ci divertiremo facendo scherzi, speriamo agli angeli e non ai diavoli. Amen

ACHILLE DELLA RAGIONE

NB
Le pagine dei simpaticissimi racconti dell’amico e collaboratore dott. Achille della Ragione, al cui dolore ci associamo, sono tratti dal libro “Capri tra arte, bellezza e mondanità” per Giammarino Editore (2017).


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