I nostri partigiani – Nome di battaglia, Fra’ Diavolo !

27 Visite

Una modesta tomba, in una Chiesa sempre chiusa, accoglie le spoglie di quello che possiamo definire, senza tema di smentita, uno dei più grandi patrioti napoletani; un uomo che seppe con indomito coraggio, sprezzante del pericolo, contrastare e difendere palmo a palmo la propria terra dell’invasore francese.

Michele Pezza nacque ad Itri (oggi provincia di Latina, all’epoca Terra di Lavoro) il 7 aprile 1771. Il padre, Francesco, era un agiato possidente che commerciava olio. Da piccolo si ammalò gravemente e la madre, Arcangela Marullo, fece voto a San Francesco di Paola per ottenerne la guarigione. Il piccolo Michele guarì e secondo l’usanza dell’epoca gli fu fatto indossare un piccolo saio da francescano a testimonianza della grazia ricevuta. Ma Michele era un ragazzino molto vivace ed il canonico De Fabritiis, che gli dava lezioni nella scuola del paese, lo soprannominò: Fra’ Diavolo. Soprannome a cui Michele Pezza rimase attaccato per tutta la vita, aggiungendolo al proprio nome e cognome anche negli atti ufficiali.

Durante la Campagna di Roma del 1798 Michele Pezza era basso ufficiale nel Reggimento Messapia. Sconfitto l’esercito borbonico, invece di tornarsene comodamente a casa, rispose all’appello del suo Re e si diede alla strenua difesa della Patria in pericolo. Con pochi seguaci andò al fortino di Sant’Andrea sulla via Appia, tra Itri e Fondi, e da qui iniziò la sua epica lotta contro l’invasore francese. Nel giro di pochissimo tempo raccolse nei paesi vicini più di 4000 volontari e con questi passò a sorvegliare i passi di montagna sul confine del Regno di Napoli. Il 29 dicembre 1798 il generale Jan Henryk D?browski al comando di soverchianti truppe gallo-polacche riuscì ad impadronirsi del fortino e piombò su Itri.
Arresasi la Piazza di Gaeta, disperse le masse, Michele Pezza rimase con soli 600 uomini ad attaccare la retroguardia francese lungo tutto il confine. Itri venne messa a ferro e a fuoco dai francesi dal 16 al 21 gennaio 1799.

Testimone diretto di quei fatti l’Arciprete della Chiesa di San Michele Arcangelo, Don Nicola Agresti che nel libro dei defunti della Chiesa lasciò scritto:
“Nel predetto mese di gennaio 1799, nel giorno 16 dello stesso mese, di nuovo i Galli invasero questa terra, che dagli stessi era stata lasciata, dopo che nel giorno 29 del decorso mese di dicembre 1798, se ne erano impadroniti, avendo occupato il fortino di S. Andrea, nel quale cittadini itrani, per pochi giorni, si erano virilmente opposti ad essi; e senza alcun senso di umanità, non solo saccheggiarono per cinque giorni continui (delitto inenarrabile) i sacri vasi con le Particole, cosa accaduta anche nella mia Chiesa parrocchiale; bruciarono le case di molti cittadini […]

Ma i predetti Galli inseguirono i cittadini, la maggior parte dei quali non aveva cercato la salvezza nella fuga, non aveva preso le armi contro i Galli, e li uccisero in vario modo; molti furono bruciati, altri furono uccisi dalle spade galliche, altri infine furono uccisi con strumenti di guerra, principalmente quelli che confidavano fermamente nei propri buoni ed onesti costumi. Queste cose scrissi lagrimando e tu lettore, forse un giorno lagrimando leggerai”.

Fra le vittime anche il padre di Frà Diavolo:
“Francesco Pezza di anni 67,percosso da molte ferite. Nei mesi successivi Frà Diavolo attaccò i francesi da Itri al Garigliano e divenne il capo indiscusso dell’insurrezione di Terra di Lavoro. Da tutti i paesi numerosi accorsero i volontari fino a raggiungere il numero di 6000.Perfettamente ordinati e disciplinati con paga e gradi di truppa regolare, con ufficiali medici (il chirurgo Don Saverio Bonelli) e con cappellani (Don Onorato Costanzi e Don Francesco Cassetta). Di tutto il denaro ricevuto per il mantenimento della sua truppa ne rese conto al Re con dettagliate relazioni che si conservano nell’Archivio di Stato di Napoli: “Conti del Colonnello Don Michele Pezza”.

L’epopea del Colonnello Don Michele Pezza
che morì impavido sul patibolo
per difendere la sua Patria e il suo Re

Il Commodoro Trowbridge gli offrì una cospicua somma per le sue imprese ma egli rifiutò, chiedendo cannoni e munizioni. Comandò l’assedio di Gaeta e costrinse alla resa la guarnigione. Insieme al Cardinale Ruffo (foto a destra) liberò Napoli il 13 giungo 1799. Cessate le ostilità Michele Pezza si stabilì nella Capitale e sposò Fortunata Rachele de Franco. Ferdinando IV con Decreto del 25 ottobre 1799 gli conferì il grado di Colonnello e gli affidò il comando di un Corpo d’Armata per liberare Roma. Rioccupato il Regno dai francesi, nel 1805, il Colonnello Michele Pezza non esitò un istante a riprendere le armi ed a combattere di nuovo vigorosamente contro l’invasore. Inseguito dalle truppe del Colonnello Hugo (padre del celebre scrittore), ferito si recò a Baronissi da un farmacista per farsi curare, ma questi, riconosciutolo, lo consegnò ai francesi.
Condotto prima a Salerno e poi a Napoli il 3 novembre, gli fu proposto di passare con l’esercito francese dove avrebbe conservato il grado di Colonnello, titoli e onori, la sua risposta fu:
“… che prima mille morti avrebbe desiderato, che mancare alla fede data al proprio Sovrano, il quale per niuna causa avrebbe tradito”.

I giacobini nostrani ed i francesi ebbero molta fretta di giudicarlo e condannarlo a morte, malgrado le proteste dell’Ammiraglio inglese Sidney Smith e dello stesso Colonnello Hugo affinché fosse riconosciuto prigioniero di guerra. Bisognava ammazzarlo al più presto affinché il suo nome, le sue gesta, cadessero nell’oblio, perché
“i briganti non hanno il tempo di scrivere, né di fare i giornali…”.
(Merlin de Thoin-Ville, deputato alla Convenzione di Parigi, 1793).

Ma il tempo è galantuomo e di Fra’ Diavolo tanti hanno scritto la verità. L’11 novembre 1806 il Colonnello Michele Pezza con incorrotta fede ed austera fierezza salì il patibolo di piazza Mercato dove fu impiccato con indosso quella divisa che aveva tanto amato ed onorato. Non una lapide, non una strada ricorda quest’eroe. Di lui la storia ufficiale dice che fu un brigante, perché combatté per la sua terra, per la sua Patria.

Ogni tanto in televisione ci ripropongono quell’ignominiosa farsa con protagonisti Stanlio e Olio, vergogna per chi l’ha scritta e per chi permette che venga trasmessa, e noi stupidamente ridiamo perché non conosciamo – o meglio non ci hanno fatto conoscere – e non ci rendiamo conto che stiamo beffeggiando noi stessi, la nostra storia, il nostro passato. 
I nostri eroi, i nostri patrioti sono Lazzari, Briganti e sono morti a decine di migliaia per difendere l’indipendenza e l’autonomia di questa nostra splendida terra. Nessuno li conosce, sono scomode eredità del passato che non deve riaffiorare. Il Colonnello Michele Pezza detto Fra’ Diavolo è uno degli esempi più fulgidi di come la storia dei vincitori offende non solo un uomo ma un popolo sol perché il grido di battaglia suo e di tutti gli insorti fu sempre e solo: “Viva la Fede! Viva lu Re!”.

GIUSEPPE de VARGAS MACHUCA
(da Il Brigante del 6 dicembre 1999 / anno I – numero 0)

[responsivevoice_button buttontext="Leggi articolo" voice="Italian Female"]

News dal Network

Promo