Siamo tutti presidenti e direttori

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Potremmo dire, siamo tutti generali. Ma quello di direttore è un titolo molto ambito, ritenuto   quasi miracoloso. Provate a chiamare direttore un solerte e indaffarato cameriere che può dedicarvi poco ascolto e in poco tempo e si avvererà d’incanto l’impossibile. Se non penserà di essere preso in giro, si avvicinerà al vostro tavolo disponibile ad accettare le ordinazioni, ma anche desideroso di essere nuovamente chiamato direttore. Non solo l’ambiente culinario è ricco di mancati dirigenti ma gli aspiranti tali sono diffusi ovunque. Nei supermercati è nata una figura importante che dirige il movimento dei prodotti e quelli del personale, in alcuni più grandi le figure dirigenziali vengono distribuite nei diversi settori di vendita. 

Non si è raggiunta una riforma estrema con la presenza di direttori di ogni singolo prodotto frutticolo o altro, ma la settorializzazione della merce   di vendita favorisce la spinta verso questa ambizione, non tanto repressa, in buona parte del personale. Non meno ambita la figura di presidente, poco dissimile da quella descritta da Fantozzi nelle tante sue parodie, con la comparsa di mega stanze con mega scrivanie, piene di nulla, una sontuosa poltrona, naturalmente presidenziale, non lontana dal piano della scrivania su cui poter poggiare le estremità degli arti inferiori. Insomma l’ambizione colpisce la voglia di apparire, senza colmare un vuoto abissale che poche volte viene preso in considerazione, rappresentato dalle competenze. Come al solito il merito soffre a discapito di una invadente ignoranza supportata dalla supponenza. Naturalmente queste figure apicali, collocate ovunque nei pubblici uffici, soffrono della stessa patologia prima descritta, anzi viene esaltata ancora di più perché tutelata dal superiore di turno che ha organizzato la giusta cordata, fatta ad immagine e somiglianza della sua persona. Per perseguire identici obiettivi. Il disfacimento della cosa pubblica è sotto gli occhi di tutti! Un Paese fatto di un mega direttorio, carente di impiegati semplici a cui viene affidato gran parte del lavoro, relegati in un silenziato inaccessibile pensatoio. Non semplice per un qualunque cittadino districarsi all’interno di queste realtà kafkiane dove rivolgere la parola a qualcuno diventa difficile per paura di non usare l’appellativo giusto. Non difficile trovarsi di fronte un personaggio che prima di rispondere, faccia notare l’errore compiuto nell’attribuire alla sua persona un titolo diverso da quello posseduto. Insomma creare disagio nei confronti del richiedente di turno, è ormai un atteggiamento usuale, tanto non accade nulla se anche un semplice impiegato postale, a differenza di tanti fra loro educati, pur non essedo dirigente si mostra scortese e scocciato nei confronti di un utente che con  insistenza chiede qualche informazione.  Identico atteggiamento assunto quando non sapendo nulla e non conoscendo i gradi, ci si rivolge ad un poliziotto o a un carabiniere o a un finanziere attribuendo loro il grado di ispettore o maresciallo. Preferendo sbagliare in meglio piuttosto che in peggio. Cosi accade anche nelle corsie ospedaliere dove è facile trovarsi di fronte un permaloso infermiere che vi faccia notare di doversi rivolgere a lui, chiamandolo dottore, avendo acquisito la laurea infermieristica di tre anni. Un caso in cui lo sconcerto assale l’umano che per non sbagliare chiama tutti dottore.

La tecnologia ci mette del suo e anche se vengono sfoderati sorrisi a bocca spalancata di fronte ad alcuni, per fortuna pochi impiegati di banca a cui ci si rivolge per chiedere una informazione, pur chiamandoli dottori, la risposta è spesse volte stentata e indispettita. Ormai quello che chiamano progresso dovrebbe consentire a tutti di compiere gran parte delle operazioni bancarie utilizzando computer o telefonini. La disperazione di chi non possiede né  l’uno o l’altro, ma anche,  soffre di  dimestichezza, viene manifestata in tutta la sua esuberanza. Non sempre è sufficiente ricordare loro che sono uffici aperti al pubblico! Insomma abbiamo smesso di definire impiegati tutti coloro che hanno un impiego, avvalendoci della corretta definizione che attribuiamo  usufruendo dell’aiuto  di madre lingua latina o con l’intervento di quella greca. Non sarebbe ridicolo se ci rivolgessimo a tutti chiamandoli direttori sapendo che molti fra loro non conoscono nemmeno la coniugazione dei verbi?  E In tanti emettono solo fastidiosi suoni gutturali? Ma soprattutto sono privi di competenze!

Ugo Lombardi

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