La prefazione del libro (di Massimo Mazzucco):
Io sono nato il 20 di luglio. E la sera del 20 luglio 1969, quella del mio 15° compleanno, è sempre stata per me una data memorabile, perchè quella sera, per la prima volta, ho baciato una ragazza. E mentre emergevo da questa emozionante esperienza, abbarbicato sul muraglione di un piccolo paesino ligure, vedevo là sotto la gente assiepata davanti al bar, che seguiva con gli occhi incollati al televisore lo sbarco sulla luna. Ricordo di aver pensato che l’Universo avesse voluto dedicare a me quella serata memorabile, in cui si combinavano una forte esperienza personale e un evento storico di portata epocale.
Poi sono diventato fotografo professionista, e lì è cambiato tutto.
Quando, nei primi anni 2000, mi capitò di vedere in Internet tutte le fotografie degli sbarchi lunari in alta definizione, pubblicate dalla NASA, ebbi un sussulto di stupore, perchè vedevo in quelle foto gli stessi identici difetti che riscontravo io ogni volta che provavo a replicare in studio la luce del sole.
Qui bisogna fare un passo indietro, per spiegare bene di cosa sto parlando. I fotografi di moda vanno, almeno una volta all’anno, in qualche isola tropicale, per fotografare le nuove collezioni di moda e costumi da bagno della nuova stagione estiva. Ma quando il budget non lo permette, invece di andare alle Bahamas o alle Maldive, al fotografo viene chiesto di realizzare lo stesso catalogo di fotografie in studio, “fingendo” di trovarsi su un’isola tropicale.
E allora ci si organizza in una sala di posa molto grande, al centro della quale viene messa una enorme “vasca” piena di sabbia, per simulare la spiaggia delle Bahamas. Poi si innalza, subito dietro la vasca, uno schermo verticale di retroproiezione, sul quale viene proiettata una diapositiva con il mare e il cielo blu. Ed infine si illumina la modella, che sta al centro della vasca di sabbia, con un potente riflettore da cinema, per simulare la luce del sole. Agli occhi del profano, questa sembrerà una classica foto scattata al mare, e non capirà la differenza. Ma agli occhi del professionista ci sono tanti piccoli dettagli che rivelano che invece la foto è scattata in studio, e non in esterni. Il più vistoso di questi detagli è l’immancabile linea continua che attraversa l’inquadratura da destra a sinistra, e separa la fine della sabbia dallo schermo di retroproiezione. Ovviamente, non c’è modo di eliminare quella linea di separazione, visto che la vasca di sabbia ad un certo punto “finisce” fisicamente, e non può certo “confluire” in modo naturale con le onde dell’acqua che si vedono nella diapositiva.
Fu proprio questa la prima cosa che notai, osservando con l’occhio del professionista le fotografie delle missioni Apollo: moltissime immagini degli astronauti sulla luna presentavano questa linea continua di separazione fra il terreno in primo piano (quello dove cammina l’astronauta) e le colline in lontananza. Questo per me fu un enorme campanello di allarme, che mi portò a sospettare che le foto della NASA fossero state realizzate in studio.
Una volta insinuato il sospetto, l’analisi divenne più accurata: scaricai le centinaia e centinaia di immagini delle 6 missioni lunari (Apollo 11, 12, 14, 15, 16 e 17), e mi misi ad analizzarle una per una, in modo quasi maniacale. Scoprii così moltissime altre “anomalie” che denunciavano sistematicamente le riprese fatte in studio e non in esterni: direzione delle ombre (che rivelano spesso una fonte molto vicina al soggetto – quindi artificiale – e non la luce solare), inconsistenze nell’illuminazione del terreno (zone più chiare e zone più scure nella stessa inquadratura, mentre il sole dovrebbe illuminare tutta la scena con la stessa intensità), e soprattutto una straordinaria capacità di riflessione del terreno lunare – una capacità “magica” direi, per noi professionisti – che riusciva ad illuminare in maniera perfetta delle zone in controluce che avrebbero invece dovuto apparire in forte penombra (a causa della mancanza di atmosfera).
Insomma, ero di fronte al classico campionario di trucchi fotografici che qualunque mio collega avrebbe utilizzato se avesse dovuto realizzare quelle foto in studio, fingendo di trovarsi veramente sulla luna.
A quel punto chiamai Oliviero Toscani, il fotografo dal quale avevo appreso il mestiere una trentina di anni prima, e con il quale ero rimasto in ottimi rapporti. “Oliviero – gli chiesi – tu cosa hai pensato la prima volta che hai visto le foto delle missioni Apollo?” La sua risposta fu tanto secca quanto sconcertante: “Ho pensato che se le avessero fatte fare a me le avrei fatte molto meglio” mi disse senza esitazioni, con una punta di presunzione.
Avevo avuto la conferma che cercavo: non era la mia mente malata di “complottista” a vedere un inganno che non c’era, ma eravamo effettivamente di fronte ad una problematica di tipo tecnico, che metteva seriamente in dubbio l’autenticità di quelle foto.
A quel punto ebbi una triste epifania: il mio grande ricordo di gioventù, il “regalo” che l’Universo aveva voluto farmi, la notte del 20 luglio 1969, si sgretolava rapidamente davanti ai miei occhi, essendo basato su un clamoroso inganno. Il mio Bildungsromans era giunto a conclusione.
Ma a quel punto la curiosità di scoprire la verità fu molto più forte di un romantico ricordo andato in frantumi. Ordinai così tutti i DVD ufficiali di tutte le missioni Apollo che contengono, fra le altre cose, ore e ore di “passeggiate lunari” effettuate dagli astronauti sulla superficie del nostro pianeta, e mi misi a studiarli con la stessa attenzione che avevo dedicato agli scatti fotografici. Inutile dire che era come aver aperto un vaso di Pandora: non solo le immagini in movimento confermavano i problemi di illuminazione già rivelati dalle foto, ma in moltissime situazioni si vedeva chiaramente che gli astronauti si muovevano in modo goffo e innaturale, come se non fossero in grado di camminare liberamente, ma fossero appesi a sottili cavi d’acciaio (come quelli usati nel cinema per simulare la gravità ridotta) che ne condizionavano vistosamente i movimenti. Spesso in modo decisamente ridicolo.
Decisi così che era il momento di fare un documentario su questo argomento. Allargai la mia ricerca a tutti gli altri aspetti delle missioni lunari (il background storico-politico, le relazioni con i sovietici, le mille problematiche tecniche incontrate durante la preparazione delle missioni, la questione delle fasce di Van Allen, ecc.), e dopo tre anni di ricerca nacque American Moon, un film nel quale cerco di riassumere non solo i punti deboli della versione ufficiale, ma anche le obiezioni a questi punti deboli avanzate da coloro che sostengono che invece sulla luna ci siamo andati (i c.d. “debunker”).
Dopo aver concluso questo lavoro, la mia opinione sui viaggi lunari è la seguente: pur non potendo affermare in modo categorico che l’uomo non sia mai stato sulla luna (magari c’è stato, con mezzi ed in tempi diversi da quelli dichiarati), oggi ho la certezza assoluta, matematica e irreversibile che le foto e le riprese televisive delle missioni Apollo siano false, ovvero realizzate in studio. (E ne ho avuto conferma intervistando alcuni dei più famosi fotografi dell’epoca, fra cui lo stesso Toscani, Peter Lindbergh, Tony Thorimbert e Aldo Fallai). Se a questo si aggiunge la grande quantità di prove ulteriori che smentiscono la versione ufficiale, e soprattutto le difficoltà evidenti che la NASA sta incontrando oggi, nel suo tentativo di “tornare” sulla luna dopo quasi 60 anni, con tecnologie mille volte superiori, diventa veramente difficile sostenere che le missioni Apollo siano avvenute davvero.
Ma la mente umana è meravigliosa: esattamente come io mi ero illuso, la notte di quel lontano 20 luglio, che l’Universo mi avesse fatto un regalo incommensurabile, così oggi chiunque è libero di illudersi che le missioni Apollo siano davvero avvenute, e che tutte queste argomentazioni siano solo contorte elucubrazioni uscite dalla mente bacata di un complottista.
Chacun à son goût, come dicono i francesi. Buona lettura.
