L’assassinio del capo politico di Hamas Ismail Haniyeh non è cosa da poco. Le notizie che pervengono a noi non sempre sono affidabili e quindi non abbiamo elementi certi né sul come sono andate le cose, né, tanto meno, sulle motivazioni profonde.
Anche le rivendicazioni che usualmente vengono date per buone -e cioè sincere- in questi casi possono nascere dalle più diverse motivazioni.
Una cosa è però certa: chi lo ha fatto è favorevole alla guerra. Evidentemente esiste una porzione di politici -non si sa di quali parti- che soffia sul fuoco. La parte offesa è spinta alla rappresaglia mentre la opinione pubblica internazionale è sgomenta di fronte a tanta sfrontatezza e determinazione verso una escalation militare.
Come detto nel ginepraio mediorientale non si riesce quasi mai a sapere come stanno veramente le cose e chi sta con chi e quindi la cosa più saggia da fare è tenersi lontano e molto fuori da queste beghe. L’Italia, per la sua situazione economica, per gli impegni internazionali che le impediscono di partecipare ad alcuna guerra, per i dettami della sua Costituzione, per il suo ruolo planetario di custode del più grande museo del mondo che inizia sulle vette delle Alpi e finisce nel Mediterraneo non può entrare in queste follie disumane ma concentrare tutte le sue forze nella difesa della integrità del proprio territorio. Non certo per viltà ma per consapevolezza del proprio ruolo centralissimo nella Storia passata, presente e futura. Quindi bando alle bandiere sui balconi…sono fatto loro possiamo e dobbiamo biasimare gli eccessi e basta.
Adesso la parte più intransigente di Hamas e dell’intero mondo palestinese prenderà il sopravvento e comunque ogni accenno di trattativa ne uscirà fortemente indebolita. Assieme a questa parte anche i loro alleati si sposteranno su posizioni più intransigenti. Si innesca una escalation che non si sa dove possa portare. Anche i loro avversari non ne escono bene almeno agli occhi della propria stessa opinione pubblica.
Quindi tutto il Medio Oriente e il futuro della guerra è in mano a questa minoranza guerrafondaia che si nasconde dietro una nube di disinformazione. Situazione che ricorda molto quella Ucraina dove anche le parole hanno cambiato significato.
Il mondo è col fiato sospeso. L’Iran risponderà con una ritorsione all’attacco israeliano come promesso e minacciato ma non si sa né come, né quando. Non è credibile pensare che quando si è deciso di uccidere il capo di Hamas in Iran non prevedesse la reazione forse anche più “grande“ dello stesso attacco. Lo hanno voluto fare proprio per questo?
Quale sarà? Il “ritardo” a cosa può essere imputato? La immediatezza della risposta è sempre stata considerata sintomo di forza e di efficienza che sono elementi costitutivi della rappresaglia stessa ma questo ritardo -non certo casuale- nasconde qualcosa. Più tardano, più l’economia israeliana viene danneggiata e colpire quando lo si aspetta di meno può essere più facile e più dannoso. Oppure si sta preparando qualcosa di molto diverso. Non ci sarebbe da meravigliarsi se si stia organizzando una risposta armata ma accompagnata e preceduta da una rappresaglia finanziaria sui mercati internazionali occidentali a diretto danno delle centrali finanziatrici della guerra di Israele. Peraltro la recente “correzione” dei valori borsistici priva di ragioni apparenti e sufficienti potrebbe essere stata una “prova” …
Quindi è possibile che i consiglieri dei capi iraniani sconsiglino di scatenare subito la ritorsione o la rappresaglia sia perché le difese del loro obiettivo sono al massimo livello di allerta (e quindi, come detto, in grado di vanificare gran parte della efficacia distruttiva della rappresaglia stessa); sia perché prolungare lo stato di allerta massima è certamente per l’avversario un danno economico enorme; sia, inoltre, perché l’attentato è stato realizzato anche per provocare una reazione e quindi abboccare a tale esca potrebbe significare fare il gioco del nemico; sia infine, perché si ha più tempo per organizzare forme di attacco più sofisticato, più demolitivo e meno prevedibile come può essere un attacco informatico o finanziario. Molte di queste considerazioni possono valere anche per il caso dell’Ucraina.
Quindi il nostro futuro si fa più oscuro anche in considerazione del silenzio del nostro governo che ancora non dichiara esplicitamente la neutralità dell’Italia da guerre fuori dal proprio territorio.
Anche la nostra economia deve cercare maggiore autonomia dai mercati esteri sia per il proprio approvvigionamento alimentare sia per quello energetico.
La situazione potrebbe precipitare in qualunque momento.
