Un esercito di sordomuti costretti alla disoccupazione

Mentre la politica litiga sul come trattare gli immigrati regolari e se dargli (e quando) la cittadinanza italiana, la stragrande maggioranza del problema sta in quelli che non hanno neanche il permesso di soggiorno. Tra alti e bassi e secondo le peggiori previsioni ormai da decenni continua l’esodo verso l’Italia di migliaia di persone. Un immigrato irregolare (ma anche la grande maggioranza dei regolari) usualmente non conosce l’italiano e non lo sa né leggere, nè parlare. Queste persone poche o tante che siano non sono assimilabili nel nostro tessuto produttivo proprio perché non sanno parlare e quindi non gli si può spigare il lavoro che debbono fare. Tutto il castello di belle intenzioni che va sotto il nome di “formazione” si infrange miseramente su questa scogliera prevedibile costituita dalla lingua. Né è pensabile di trovare docenti in grado di parlare i dialetti cinesi o indiani o africani. Quindi la realtà e il destino di queste persone è in tutto assimilabile a quello dei sordo muti i quali però vengono considerati meritevoli di amorevoli attenzioni da parte del welfare mentre questi extracomunitari non hanno neanche il diritto di passeggiare nelle nostre strade.

 Si pone una domanda: se uno di questi o comunque una persona qualunque chiede di lavorare e gli si trova un lavoro elementare come spazzare degli uffici gli si può accordare quel lavoro? La risposta è: no! Cioè quella persona è spinta verso il lavoro nero ed illegale…cioè ad ingrossare le fila della malavita. Non esiste altra possibilità. Se poi sono giovani facciamo un disastro di cui si pentiranno amaramente anche le future generazioni.

 La politica deve farsi carico di una questione del genere: l’economia deve svilupparsi anche per dare lavoro a quei gregari delle organizzazioni malavitose cui si appoggiano malvolentieri che non hanno un lavoro regolare. Ma l’economia deve dare risposte anche agli extracomunitari che le nostre forze non riescono a rimpatriare. Sono persone che stanno qui e che se SORPRESI A LAVORARE presso una impresa regolare sono passibili di procedimenti amministrativi assieme ai loro datori di lavoro. È mai possibile pretendere che una persona che non conosce la nostra lingua conosca la nostra legislazione lavoristica? È mai possibile che la nostra legislazione impedisca di effettuare lavoretti molto semplici quanto meno per la sussistenza e per entrare nel nostro mondo del lavoro? Può un datore di lavoro lasciare alla deriva una persona che chiede di effettuare un lavoro anche molto semplice? Può dirsi civile un paese che vieti il lavoro? Magari solo per garantire all’erario e all’Inps un rivoletto di danari? si può imporre a dei dipendenti pubblici (ispettori del lavoro, carabinieri, ecc. ecc.) di porre in essere brutture del genere?

 Il mondo disegnato dalle burocrazie romane e comunitarie non coincide né con il diritto naturale, né con le regole del vivere civile, né con la concretezza delle necessità quotidiane, né con i propri stessi limiti nell’azione di rimpatrio o nella assistenza ai bisognosi.

 Certo, l’apertura di una valvola di questo tipo legittimerebbe milioni di persone a rimanere o venire qui da noi per una emigrazione non certo per ragioni politiche o umanitarie ma economiche. Ma l’alternativa è di rafforzare la malavita (come accade anche in altri paesi) o più in generale la esclusione dalla nostra società che è esattamente l’inverso di quello che serve alle nostre imprese e alle nostre città. La scorciatoia di vietare tutto il possibile così cara a certi partiti del nord denota più la incapacità di cercare e trovare una soluzione costruttiva che non qualcosa di concretamente utile per tutti.

 Sembra che questo immenso -direi biblico- problema è almeno parzialmente costituito proprio dalla incapacità della classe politica a fare il proprio dovere di immaginare e realizzare un mondo migliore.

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