Lettera ai meridionalisti

La ormai pluridecennale “questione meridionale” non ha ancora trovato una risposta ai suoi interrogativi. Il fallimento conclamato di ogni tentativo di dare un futuro all’economia del Sud impone un deciso e ardito cambio di strategia.

 -Un primo punto fermo è intendere per “sviluppo del Sud” la crescita delle imprese che ci sono e la nascita o la “importazione” di nuove; non certo limitarsi a finanziare a carico del contribuente imprese provenienti da fuori o quelle meridionali interessate solo alla percezione degli aiuti. Quindi va riconosciuta la assoluta e indistruttibile centralità della piccola impresa che per altro già si riscontra nella effettività della nostra economia.

 -La esistenza della Zes unica permette la realizzazione di una strategia specifica per il Sud che sia differente da quelle realizzate fino ad oggi e specifica per le esigenze del Sud.

 -Questa strategia non potrà non fondarsi sulla evidenza incontestabile di una grave carenza di servizi pubblici pur in costanza della unicità nazionale della legislazione fiscale. Quindi mentre i servizi pubblici al Sud assomigliano a quelli albanesi o montenegrini il sistema fiscale è pensato per realtà economiche ricche.

 -Inoltre le produzioni locali subiscono la concorrenza delle economie estere (anche mediterranee come la Turchia, la Grecia, la Spagna, il Portogallo, Israele, l’Egitto,…) a costo-stato molto più basso senza che vi siano compensazioni a tali politiche evidentemente dannose.

-Infine la parte più prospera d’Italia e d’Europa subisce un momento di incertezze nazionali ed internazionali che pone una seria ipoteca sul futuro dell’intero Occidente.

 Quindi si deve agire sul piano dei fattori della produzione a cominciare dal ruolo dello stato (fisco, previdenza, burocrazia, tariffe) per proseguire con il mercato delle materie prime energetiche fossili e rinnovabili, la situazione del credito e della finanza, il grande problema dell’acqua,…è necessario individuare una politica specifica per il Sud in modo che si paghino quei fattori della produzione per il loro valore effettivo (e non imposto con criteri opinabili) e per il loro contributo alla nostra economia e non con le modalità frutto di mercati diversi.

Il prezzo dell’acqua (che oggi spesso produce profitti faraonici), delle energie verdi e fossili (anch’esse producono profitti faraonici a favore di imprese che pagano le tasse altrove e distribuiscono dividendi a chissà chi), la fiscalità, la burocrazia (che al Sud si subiscono senza avere servizi della stessa misura), devono essere calcolati in base alla effettività dei servizi resi e al valore che le forniture hanno nel mercato meridionale; ma anche i rapporti con le economie che si affacciano sul Mediterraneo non possono essere più effetto di casualità.

Vanno definiti pattiziamente limiti e modalità della collaborazione tra le economie rivierasche in modo da cercare e trovare mutui vantaggi per la crescita di ognuna e di tutte queste realtà socio economiche in modo da puntare ad una nuova centralità del Mediterraneo nel grande gioco economico planetario.  

 

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