Se provate a comprare frutta e verdura di stagione potreste non trovarne. Anziché seminare e raccogliere pomodori coltivati in campo aperto è molto più comodo realizzarli con la tecnica idroponica cioè senza terra, né sole ma al chiuso ermetico di una serra dove all’ interno di una rete di tubi scorre acqua concimata nella quale le radici dei pomodori trovano alimento. È una tecnica che permette di produrre dalla stessa pianta per mesi e senza piegarsi o subire gli insulti del clima o dei parassiti quantità impensabili con la tecnica tradizionale. Però quel prodotto altro non è che polverina trasformata in pomodoro o melanzane o altro con immenso consumo di acqua e di suolo. Il consumo e la produzione di alimenti con la tecnica idroponica non sono ancora vietati e quindi il consumatore li considera alla stessa stregua di quelli naturali prodotti in campo aperto. Il contadino d’altronde insultato dalle avversità atmosferiche, perseguitato dalle normative più diverse, ferito a morte dalla concorrenza internazionale è stanco del suo lavoro, suo figlio non intende continuare in quella attività e quindi il prodotto non si trova più nel mercato.
Tutto questo assieme ad altri fenomeni grandi e piccoli come l’abbandono dei terreni stessi per la antieconomicità delle coltivazioni, va verso la desertificazione di importanti aree della Puglia e del Sud tra le quali a maggior rischio sono il Salento e la Capitanata.
La nostra dieta mediterranea che è essenzialmente meridionale e che è nata e cresciuta dal sudore dei nostri agricoltori sta lentamente morendo. La politica non solo non li ha supportati ma ha creduto di sostituire a quel prodotto l’alimento idroponico cioè industriale. Oltre a questa tecnica abbiamo la ormai infinita serie di alimenti geneticamente modificati e quindi diversi da quelli che riteniamo di acquistare. Peraltro questi ultimi sono protetti da brevetti e quindi hanno un costo maggiore. Oggi il fallimento dell’intera operazione di “modernizzazione” della nostra alimentazione è plateale per la modestia della qualità dei prodotti realizzati; quindi se vogliamo mangiare naturale si deve recuperare per l’azienda agricola quella redditività e competitività la cui mancanza ne ha decretato la morte. Immaginare la futura agricoltura in campo come una attività da “amatore della natura” o da sfruttato dall’industria è un non senso. Quindi la politica deve restituire a questo lavoro la sua dignità e la sua redditività. Ovviamente partendo da Sud. Senza dimenticare mai il valore ambientale che questo lavoro ha in sé.
Esistono responsabilità nazionali, locali e settoriali.
Imporre una etichetta che chiarisca che stai comperando idroponico o una qualità brevettata e quindi non espressione del territorio è il primo ed ovvio passo che deve essere preteso dalle associazioni dei consumatori e dai politici locali a difesa degli interessi dei produttori e dei consumatori.
Impedire l’accesso in Italia a prodotti realizzati con metodi differenti da quelli consentiti in Italia è il secondo ovvio passo anche qui in difesa degli interessi di consumatori e produttori.
Garantire una manodopera copiosa, competente e a buon mercato è il terzo passo ovvio e doveroso.
Azzerare le incombenze burocratiche e fiscali inutili e cioè non funzionali alla gestione aziendale per le aziende agricole e quelle commerciali immediatamente contigue a quelle agricole è un altro passo a costo zero e doveroso.
Le autorità locali devono rappresentare a quelle centrali la necessità di affrontare i temi di competenza nazionale e altresì curare i propri: devono curare la gestione delle acque, la promozione del territorio, la semplificazione delle procedure, la premialità per chi intraprende questo percorso.
Cioè serve una specie di inversione ad U rispetto ad una politica che credeva e ancora crede ciecamente totalmente nella agricoltura trasformata in industria e che oggi si è ritrovata a gestire una economia di fatto falcidiata sotto i colpi della concorrenza internazionale e della voracità dell’apparato pubblico. Per il futuro il centro della economia deve essere, come lo è nei fatti concreti, la piccola impresa produttrice della materia prima con la quale commercianti e cantine, oleifici e ristoratori, agroindustria e l’immenso indotto ad essa collegato fanno la propria fortuna. Se non si capisce il ruolo fondante della piccola impresa nel più grande mondo dell’economia non potremo non assistere al continuo ed ineluttabile deperimento dell’intera economia come è accaduto fino ad oggi.
