Open Arms, il dibattito

Il processo “Open Arms”, a carico dell’imputato Matteo Salvini, tiene banco nell’agone politico.

La richiesta del Pubblico Ministero nei confronti dell’imputato è una condanna a 6 anni di reclusione.  

Come ha reagito Giorgia Meloni? Ha detto: “trasformare in un crimine il dovere di proteggere i confini italiani dall’immigrazione illegale è un precedente gravissimo … è incredibile che un ministro della Repubblica Italiana rischi 6 anni di carcere per aver svolto il proprio lavoro difendendo i confini della Nazione, così come richiesto dal mandato ricevuto dai cittadini”.

Non ci interessa come si svolgerà il processo perché non conosciamo eventi, fatti, correlazioni che saranno valutati dai giudici del Tribunale di Palermo.

Qui interessa capire se un privato cittadino o un qualsiasi esponente pubblico o delle istituzioni abbia o no il diritto di esprimere una propria opinione.

Purtroppo, siamo in presenza di diverse confusioni che oramai fanno parte del modus vivendi del Paese.

Abbiamo bisogno di un po’ di “pulizia del pensiero”.

La prima confusione è la personalizzazione. Quella, cioè, alla quale siamo quotidianamente esposti perché la ritroviamo dovunque: se la tua opinione non mi aggrada, allora sono legittimato a sentenziare sulla persona. Ma c’è una differenza: l’opinione personale si può cambiare, come ci insegnano a scuola; la sentenza sulla persona no perché entra nella opinione collettiva che è facilmente condizionabile. La gente non può più fare a meno di personalizzare come se fosse un proprio diritto inalienabile.

La seconda è la tracimazione. E’ il “miscuglio” che annebbia i ruoli dei tre poteri dello Stato, quello legislativo, quello, esecutivo, quello giudiziario. Dovrebbero, secondo la Costituzione e la visione liberale del Montesquieu che li ha declinati nel XVIII secolo, autonomi e indipendenti. Ma, questo appare non valere praticamente più negli Stati dell’era odierna, sia in quelli democratici che in quelli dittatoriali. C’è un evidente straripamento dai propri ruoli, sempre dettato dalla questione di allargare il proprio dominio. Ma c’è una differenza: il potere delle istituzioni legislative e esecutive sono collegiali e controllate; il potere della istituzione giudiziaria è individuale e non cobtrollabile.

La terza confusione è la mistificazione. E’ quella che ha fatto dimenticare il significato della “Politica”. La opinione pubblica confonde la “politica” con la “gestione delle relazioni” e con il “vociare convulso dei politicanti in piazza e nei media”, per cui si abbandona all’astensionismo, con l’adottare il diffusissimo slogan  “sono tutti uguali”.

La quarta è la travisazione. E’ quella che parole e fatti vengono artatamente  distorti con l’obiettivo di creare ulteriore confusione nella opinione pubblica che non ha mezzi, tempo e voglia per una analisi critica.

Non ci allontaniamo molto dalla realtà quando osserviamo che questo scenario di confusione appare favorito dal quarto potere, quello dei media della comunicazione di massa che, invece di “fare pulizia” nel pensiero collettivo, partecipa attivamente a questa confusione.    

Ora, sulla base di queste premesse, tornando alla esternazione della Giorgia Meloni, appare che sia stata criticata una tesi non una persona (personalizzazione) né messo sotto accusa un potere autonomo e indipendente della Stato (tracimazione). A ben vedere, le esternazione appare come la legittima preoccupazione che il ruolo della “politica”, che è quello di progettare e realizzare, con norme e leggi, la qualità della vita dei cittadini, possa essere, ancora una volta, misstificato.

Si potrebbe discutere della opportunità della esternazione, come dice la Schlein; ma la eventuale inopportunità non dovrebbe cancellare il diritto di esprimere le proprie opinioni.  

A nostro parere, sono le dimensioni della pena richiesta che appaiono decisamente inopportune perché fanno assumere al processo “Open Arms” il timbro di un giudizio sulla “Politica”.

 Ciò è certificato da quanto detto, nel corso di due interviste al Corriere della Sera e al Fatto Quotidiano, Gian Carlo Caselli, ex procuratore di Palermo e di Torino, pensionato dal dicembre 2013. L’ex magistrato dice: ”Se Meloni interviene a piedi giunti su un processo in corso, bisogna essere qualcosa in più di un giudice intellettualmente onesto per fare il proprio lavoro, nell’unico Paese al mondo dove la politica non accetta di essere giudicata … chi fa il suo dovere anche nei confronti di un politico, indagandolo per questo o quel reato, finisce a sua volta sul banco degli imputati ed è paradossalmente accusato lui di fare politica”.

Ma la Meloni non ha detto nulla di tutto questo né avrebbe potuto perché, all’epoca dei fatti “Open Arms”, non ricopriva alcun ruolo governativo: non ha nulla da difendere perché era una semplice “insignificante” parlamentare della opposizione a capo di un partito del 6%.

Ci saremmo aspettati che Gian Carlo Caselli avesse risposto sui contenuti della esternazione della Meloni; cioè sul fatto socio politico del “precedete gravissimo” ma ha preferito la personalizzazione, il conflitto dei ruoli fra poteri dello Stato, la mistificazione della esternazione.

In sostanza, avrebbe fatto meglio a tacere e a non approfittare della sua notorietà per alimentare le polemiche.

Invece ha sentenziato.  

 E a corredo, secondo il detto “excusatio non petita, accusatio manifesta”, la Associazione Nazionale dei Magistrati di Palermo ha dichiarato: “Sono state rivolte nei confronti di rappresentanti dello Stato nella Pubblica Accusa insinuazioni di uso politico della giustizia e reazioni scomposte, anche da parte di esponenti politici e di Governo” con buona pace del principio di separazione dei poteri.

Noi reputiamo che la Costituzione dia a tutti il diritto di esprimere le proprie opinioni ed eventuali critiche a tesi non conformi alla sensibilità di ciascuno senza tuttavia giudicare le persone che esternano. Ciò non significa che le sentenze giudiziarie non si rispettino.

Un numero, però, balza agli occhi: un sondaggio di Pagnoncelli, pubblicato dal Corriere della Sera dice che in 11 anni la fiducia nella Magistratura è scesa dal 68% al 39%.  

L’opinione pubblica sembra assente, ma non lo è.

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