Il 26 settembre 2022 esplose, nel Mar Baltico, il gasdotto Nord Stream, l’infrastruttura energetica russo tedesca di approvvigionamento gas della Germania. Da allora, una ridda di ipotesi e indagini a tutto campo.
Il 15 agosto 2024, il Wall Street Journal, nell’articolo “A Drunken Evening, a Rented Yacht: The Real Story of the Nord Stream Pipeline Sabotage”, definiva l’attentato “uno degli atti di sabotaggio più audaci della storia moderna” e rivelava che l’operazione, costata circa $ 300.000, era stata condotta, con un piccolo yacht noleggiato in Polonia, da una squadra di sei membri, tutti ucraini.
Dopo due anni, le indagini aperte dai vari Paesi che si affacciano sul Baltico, si sono chiuse con un nulla di fatto. Solo la Germania, diretta danneggiata insieme alla Russia, ha emesso uno sparuto mandato d’arresto europeo contro un cittadino ucraino. Nè, a nostro avviso, avrebbe potuto fare di più, visto che il Nord Stream era sotto l’osservazione critica di rilevanti interessi internazionali, strategici ed economici. Basti osservare che un sabotaggio di tale portata necessita di strutture, organizzazione, competenze, assetti che solo le marine militari si possono permettere di disporre.
Non è un mistero che la pipeline godeva di diffusa ostilità, soprattutto fra i cosiddetti alleati. Senza dubbio, l’attentato costituisce un gravissimo attacco strategico alla Germania e all’Europa tutta.
Sarà un caso, ma d’allora la Germania è entrata nella palude della recessione; cominciata nell’ultimo trimestre del 2022 è, poi, continuata con un desolante -0,3% nel 2023; e con un atteso -0,2% nel 2024 (come anticipa il quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung). La previsione di crescita per il 2024 del governo Scholz era, addirittura, dello +0,3%: una debacle certamente economica ma, soprattutto, politica. Quello che, però, preoccupa è la persistenza della recessione economica perché le previsioni 2025 non sono affatto rosee.
Ciò impaurisce la nazione e alimenta il desiderio popolare di un drastico cambio di marcia.
La distruzione del Nord Stream se, da un lato, ha privato la Germania di una fonte esiziale di energia e ossigeno per l’industria, dall’altro, ha rivelato un Paese stagnante, immobile, non moderno: cioè, tutto il contrario del dominante immaginario collettivo. Il che significa, banalmente, che la economia tedesca è, come si dice oggi, non resiliente: una locomotiva sfiatata che non può più sopportare una obsoleta politica del rigore adagiata su di una piattaforma di pesante burocrazia.
Purtroppo questa politica conservativa la stessa Germania l’ha traslata in Europa ed, ora, ne paga le conseguenze perché sembra che si sia trasformata in una sorta di camicia di forza da cui sarà faticoso liberarsi.
Carovita, stretta monetaria, tassi alti, costi energetici alle stelle, caduta libera della produzione industriale, domanda interna claudicante per un diffuso pessimismo, domanda estera affaticata per le guerre, sono i fattori che rendono difficile ogni slancio di ripresa e mortificano la competitività tedesca. La crisi è non solo congiunturale ma, emerge in tutta evidenza, per lo più strutturale.
Il tonfo della economia del cluster dell’industria automobilistica, fiore all’occhiello, non è più un sintomo ma una acclarata realtà.
Il tasso di disoccupazione del 4,9%, nel 2019, è salito progressivamente al 6%. Non grave, in percentuale; ma è grave che esso riguardi essenzialmente il lavoro manifatturiero altamente qualificato e ben pagato.
Purtroppo, la politica tedesca non sa da dove cominciare a sbrogliare la matassa. Sempre più, l’unica via d’uscita, sembra a tutti, appare essere un rivoluzionario “cambio di mentalità” che, poi, diciamola tutta, è la cosa più difficile da realizzare.
Sembra che se ne sia accorto anche il “Financial Times” quando rileva che Italia, Francia e Spagna registrano una crescita più robusta del previsto; tanto che sono questi Paesi che contribuiscono concretamente alla media europea del +0,7%.
Piccola crescita ovunque in Europa, è vero; ma a Berlino, la cattedrale è a luci spente per risparmiare elettricità.
Se, nel decennio 2010 – 2019, la Germania si poneva come la locomotiva d’Europa (nel senso di traino delle economie europee perché tutte, in vari modi, correlate alla economia tedesca), oggi non è più così.
Potrebbe costituire un motivo d’orgoglio che l’Italia, nonostante sia un Paese disastrato, si sia rivelata più resiliente della Germania.
Infatti, la preoccupazione degli analisti era che il nostro Paese avrebbe potuto subire un tracollo economico perché fortemente correlato alla Germania e ai suoi destini: siamo privilegiati fornitori di semi prodotti per beni destinati all’export. Le performance italiane, tuttavia, hanno sconfessato questo rischio. Infatti le analisi economiche, a consuntivo, hanno mostrato come l’Italia abbia saputo “scollegarsi” dalla Germania, avendo ridotto il “tasso di correlazione manifatturiero” (da un indice di 0,60 a 0,28) molto più velocemente rispetto alle economie spagnola e francese. Siamo, cioè, oggi, più autonomi di ieri; più Italia nel mondo.
Questo non può che collegarsi alla “mentalità mediterranea” che ha fatto grande un Paese piccolo come l’Italia, privo di materie prime, ma fortemente dotato di energia, creatività, imprenditorialità diffusa.
Infatti, il sistema produttivo italiano, pur avendo nella Germania un partner rilevante, mostra dinamiche tipiche, competitive e vivaci.
E’ la struttura di piccole imprese, flessibile, adattiva, vivace ma resistente.
Un sistema produttivo, fatto da PMI, che tutto il mondo ci ha sempre invidiato e ci invidia. Crediamo che tornerà in auge, nonostante le batoste gratuite subite in questi ultimi decenni.
Perché? Perché chi è in crisi è la globalizzazione delle multinazionali e delle grandi imprese.
