Alla stazione il treno sbuffava impaziente, aveva fretta di portare giovani vite al fronte. Un bacio lungo e tenero schioccò in mezzo alla confusione e tutti si girarono. Teresa si strinse forte ad Angelo, tanto da fargli perdere il respiro.
“In carrozza!”
Il capostazione soffiò nel fischiettò e mosse le bandierine che aveva in mano, per segnalare l’avvio al macchinista. Molti si precipitarono agli sportelli del treno e vi entrarono trafelati. Angelo si affacciò dal finestrino e lanciò un bacio appassionato.
Teresa non nascose una lacrima, tirò fuori dalla borsetta una fotografia fatta in occasione della cerimonia nuziale di sua cugina Filomena, sarta come lei, e gliela porse rincorrendo il treno, che già si muoveva sulle rotaie.
Angelo si sporse di più e fece in tempo a stringerla nella mano.
Gridò: “…sarà un lampo!”
La locomotiva prese la rincorsa e sfuggì alla vista di Teresa. Col cuore in gola e la speranza che tutto finisse in un batter d’occhio, lei ritornò all’Atelier della signora Gianna, dove prestava servizio. Ad aspettarla c’era la moglie del gerarca; esigeva la sua presenza e per ingannare l’attesa, sorseggiava il Tè con la titolare al salottino privato.
“Oh, la nostra Teresa!”
Teresa si scusò per il ritardo e spiegò le sue ragioni. Noncurante, la moglie del gerarca pretese un servizio degno della sua persona e fu accompagnata nel gran salone, dove le mannequin esibirono le creazioni della:
Prestigiosa casa di moda Atelier Gianna.
Gli abiti acquistati furono due: uno da sera e l’altro per l’ippodromo. Nell’aria il vento della guerra lambiva case e cuori e la gente si preparava al peggio.
Teresa, a fine giornata, camminava a testa bassa per raggiungere la fermata della corriera che la riportava a casa. Ogni giorno quindici chilometri ad andare e quindici per ritornare. La città, costruita per metà sul mare e metà sulla terraferma, tenuta insieme da un ponte, le aveva dato la possibilità di conoscere gente di alto rango e per questo le era grata. Dalla dichiarazione di guerra avvenuta il 10 giugno 1940, erano passati sei mesi. Il suo amore non le faceva avere notizie e l’ansia nelle viscere di Teresa montava, minuto dopo minuto. Il suo volto appariva sempre più abbattuto e preoccupato.
Nell’atelier non si risparmiavano i baciamano e le tartine al caviale e bisognava fare, per forza di cose, buon viso a cattivo gioco. Nelle ore di pausa pranzo Teresa correva alla ringhiera del lungomare. L’odore della salsedine la tranquillizzava e l’andirivieni delle onde le riportava la voce del suo Angelo che, tornato dal conflitto, avrebbe sposato con la benedizione di Dio e in abito bianco. Da qualche mese, però, l’orizzonte era nascosto da incrociatori e sommergibili che affioravano a pelo d’acqua, pronti ad intervenire sugli scenari di guerra e questo la portava nello sconforto. C’era un via vai inusuale di navi e marinai. Lei percepì che gli eventi precipitavano e che, da lì a poco, non avrebbe più fatto la pendolare dal paese alla città.
La signora Gianna vendeva meno abiti e le tartine divennero fette di pane nero. Comunque si andava avanti.
La fame diventava sempre più nera come il pane e quello che c’era era poco per tutti.
Al fronte Angelo pensava a Teresa. La sognava vestita con uno di quegli abiti che confezionava per le gran signore di città. Sognava di notte, mentre di giorno il rancio nella gavetta era sempre uguale: rape o patate bollite. Bisognava accontentarsi e lo stomaco non reclamava. Al lume del mozzicone di una candela, guardava e riguardava la foto della sua amata e la baciava. Riordinava le idee e rifletteva sull’evoluzione della sua vita, una volta che la guerra fosse terminata. Era meccanico apprendista e gli piacevano le moto da corsa. Avrebbe aperto una sua officina; il sogno più grande era quello di sposare Teresa e avere dei figli.
La notte era tetra e piovigginosa. I cannoni tacevano e tutto sembrava immerso in un antro orrendo.
Un’ombra si aggirava nell’accampamento, di soppiatto frugò nello zaino di Angelo, cavò fuori la bottiglietta del Cordiale e bevve con avidità. Una mossa falsa e il piede dell’uomo ombra toccò il piede di Angelo: ne scaturì una colluttazione, presto sedata dagli altri commilitoni.
Il tempo passava e i soldati cominciavano a farneticare parole e atteggiamenti strani.
Ogni azione era dovuta allo stress psicologico nel quale erano compressi e i boati delle bombe esplose contribuivano a far saltare in aria spesso anche i nervi. Le marce d’avanzamento contro il nemico procedevano speditamente, senza trovare ostacoli.
Tutto sembrava avesse avuto fine. Angelo, esperto riparatore, venne chiamato a risolvere il problema di un camion, nel quale si erano riscontrate avarie. Gli fu dato il nomignolo di: “Lampo di genio” perché riuscì a sciogliere il quesito in un niente. La stima verso di lui crebbe e tutta la truppa lo ritenne: uomo indispensabile. C’era chi gli offriva il suo Cordiale, chi un tozzo di pane, chi le sigarette. Diventò l’idolo del reparto.
Giunti nei pressi di un ponte di pietra, la truppa si organizzava ad attraversarlo. Dopo una constatazione, si vide che il viadotto aveva delle crepe e quindi non poteva sostenere il peso di camion e soldati. La decisione fu di far scendere tutti e far oltrepassare il fiume solo dai mezzi pesanti. Il suono delle sirene si propagò nell’aria all’impazzata. Il fuggifuggi della gente del caseggiato lì vicino divenne scomposto e terrorizzante. Qualcheduno nella fretta aveva portato con sé coperte e rosari.
L’incursione aerea ruppe la monotonia. Saltarono in aria case, alberi e camion. Non ci furono perdite fra i soldati. Per questa volta il buon Dio li aveva risparmiati. Col cuore in gola e la sigaretta in bocca, Angelo guardò il disastro, imperturbabile. Un lampo e tutti i pensieri si concentrarono su Teresa. Cosa faceva? Come organizzava le giornate? Era viva, si disperava per lui? Tirò fuori dallo zaino la fotografia e se la girò fra le mani.
“Amore mio, cosa abbiamo fatto di male per stare così lontani?”
Riprese il cammino con armi in spalla insieme agli altri. Nelle campagne si trovarono nei pressi di un casone disabitato. Vi entrarono e dentro c’era ancora qualcosa da mettere sotto i denti. Gli abitanti, probabilmente, lo avevano abbandonato nell’urgenza di salvare la pelle. Mangiarono e si riposarono. Nel pomeriggio ripresero la marcia. In lontananza echeggiavano le mitraglie. Il drappello s’acquattò fra i cespugli di ginepro. Il sole volgeva al tramonto e le tinte cariche illuminavano i volti di tragica espressione.
La paura era trattenuta nelle gambe a stento e non c’era conforto che potesse calmare i cuori di quei giovani che non capivano la ragione di tanta crudeltà. Una voce urlò con vigore spronando tutti a farsi onore e far valere il proprio coraggio. I mortai tuonarono e un polverone accecò la vista e l’orizzonte.
Angelo non aspettò il segnale convenuto.
Preso da uno stato di onnipotenza, dovuto all’assunzione del Cordiale nel quale nessuno sapeva se dentro c’erano anche delle droghe, partì incurante con zaino in spalla e fucile alla mano.
Il caporale, un calabrese verace e corpulento, con due baffoni alla Umberto, gli urlò dietro:
“Dove cazzo vai, Angelo!?”
Una granata raggiunse i piedi di Angelo e lo fece brillare di luce intensissima. Fu un lampo. Sembrava una torcia nella notte buia e tenebrosa. Cadde riverso con la faccia per terra. Dal naso colò quanto più sangue possibile e le sue labbra s’incollarono alla terra inzuppata. Lo zaino scoppiò insieme a lui e tutto ciò che vi era dentro si disseminò per la campagna. Al segnale del caporale, i soldati partirono alla carica lasciandolo agonizzante. Più avanti caddero altri giovani e più avanti ancora ne caddero altri.
Una folata di vento diradò il polverone e una carta rotolò vicino ad Angelo. Gli sfiorò la gamba, la mano e, con un altro svolazzo, raggiunse la faccia attaccandosi alle sue labbra. Lui le atteggiò a un sorriso e i suoi occhi si chiusero alla vita.
La radio, nell’Atelier della signora Gianna, Rabagliati cantava: Baciami piccina.
ARCANGELO CONZO
foto: http://gizzeta.it/25-migliori-libri-classici-da-leggere-nella-vita/
