Una protesta “fuori dal gioco”

Riflessione: pensavo alle proteste, anche giuste, che partono come movimenti pacifici, almeno così sento dire, e ultimamente finiscono con disordini, danneggiamenti, feriti, con fotografie, bandiere bruciate o manichini impiccati o arsi.

Questo accade ormai ovunque a tutte le latitudini, spesso utilizzate non con la giusta proporzione rispetto al problema, al tema, al motivo della protesta.

Ovvio il motivo, il mandante esiste; alcune volte è nascosto altre neno ma, c’è sempre colui che muove, agita, fomenta la contestazione colui o coloro, che a livelli differenti, hanno interessi concreti e personali dietro i manifestanti, spesso giovanissimi e spesso manipolati e utilizzati come comparse o come burattini.
Ricordo ai miei tempi di studente ho vissuto le giuste manifestazioni, in una scuola ben diversa da quella attuale, dove alcuni miei compagni si mostravano più attivi, più coinvolti solo dopo alcuni anni ho capito il motivo, quando sono stati i primi ad essere assunti in un ente o in una banca…

La storia non cambia e quindi si spingono avanti giovani studenti e lavoratori, si inneggia addirittura alla rivolta sociale, in maniera completamente irresponsabile soprattutto in un momento come questo di crisi economica e di tensione sociale.

Chiaro quale il fine, di sicuro non quello di avere una scuola, una università migliore, non quello di non fare chiudere le fabbriche e di conservare un lavoro e un salario giusto equo ma, solo uno squallido progetto di parte, ove non strettamente personale.

I toni di una persona responsabile devono essere diversi, in modo da non poter essere equivocato da persone facilmente influenzabili o da altre il cui unico fine è creare: anarchia, disordine sociale.
A questo scopo sempre legato al tema dei “regimi”, quelli veri, non quelli di cui si sono viste bruciare le immagini recentemente, riporto quanto accaduto e riportato da un autore Cubano: Herberto Padilla.
«Ho sempre ammirato il rivoluzionario che non accetta umiliazioni da nessuno e meno che mai in nome di una Rivoluzione che rifiuta certi procedimenti. Il vero rivoluzionario non è il più docile e il più obbediente, ma il più degno e il più disciplinato. La posta in gioco è la società che stiamo costruendo e nella quale dovremo vivere»
Questo è quanto afferma il poeta e letterato cubano che concorda con la tesi sostenuta anche da Solzhenitzyn:

«Una letteratura che non traduce la società in cui si realizza, che non denuncia problemi, paure, pericoli morali e sociali, è una letteratura inutile, di mera facciata».

Nel 1967 Padilla si trova al centro di una polemica ideologica a causa del suo libro “Fuera del juego” “Fuori dal gioco” che Fidel Castro non può accettare, non può permettere che si diffonda e si conosca quanto accade all’interno del paese.

Il poeta e la moglie sono rinchiusi in celle di due metri per due; senza aver commesso nessun crimine verso una persona, senza aver alzato una mano contro un altro uomo, senza aver usato mai la forza come invece vedo fare adesso.

Non cercandosi di fasi giustizia da solo, colpendo la parte avversaria anche fisicamente come sta accadendo ma, soltanto con la propria scrittura, con il proprio pensiero.

Viene malmenato e torturato per 37 giorni psicologicamente e materialmente, anche con bagni freddi e caldi, per costringerlo a ritrattare come affermeranno testimoni che hanno vissuto la medesima esperienza.

Nella primavera del 1971 il mondo conosce il “Caso Padilla“, una grande farsa montata dalle autorità culturali cubane che ricorda i processi sovietici, durante i quali gli intellettuali di prestigio, principalmente poeti e scrittori, venivano costretti a ritrattare le loro opere in una sorta di autocritica pubblica.

Questo processo tocca anche a Heberto Padilla e a sua moglie Belkis Cuza Malé.

I due intellettuali sono obbligati a ripetere un copione preventivamente concordato e orchestrato dalla Sicurezza di Stato.

Il poeta resta in galera fino al giorno in cui pronuncia davanti all’Uneac la famosa autocritica concordata con i carcerieri.

L’autocritica di Padilla è scritta con linguaggio da burocrate, per niente letterario e molto stalinista. Basta leggere alcune pagine per capire che il suo discorso non è sincero, perché il poeta mette in discussione tutte le sue precedenti opinioni e scritti.

In questa autocritica Heberto si dichiara colpevole di essere un controrivoluzionario e di aver commesso una serie di crimini politici.

Tutti gli intellettuali del mondo, anche quelli di sinistra, comprendono che si tratta di un processo stalinista, reagiscono inviando lettere a Fidel Castro facendo pressione perché Heberto e sua moglie siano lasciati liberi di uscire da Cuba.

Più tardi Padilla scriverà «Quando a un uomo mettono davanti quattro mitragliatori e lo minacciano di tagliargli le mani se non ritratta, di solito acconsente, anche perché le sue mani sono necessarie per continuare a scrivere».

Una volta scarcerato, continua a vivere a Cuba come un fantasma fino al 1980, cancellato dalla vita pubblica e intellettuale, costretto a scrivere di nascosto senza essere pubblicato, praticamente oscurato e messo in condizione di non nuocere. Nel 1980 viene accolta la sua richiesta di espatrio negli Stati Uniti, dopo numerose sollecitazioni da parte di intellettuali europei ma, è ormai un uomo finito.

Questo un vero rivoluzionario che non approfitta dei più deboli, delle persone in crisi, delle minoranze per trarne beneficio di immagine, di audience, di voti e conseguentemente economici.

Il titolo del suo libro resta ancora un emblematico insegnamento “fuori dal gioco”.

Roberto Kudlicka

[responsivevoice_button buttontext="Leggi articolo" voice="Italian Female"]

News dal Network

Promo