La fame della intelligenza artificiale

La costruzione di software di Intelligenza Artificiale procede spedita.

Il rischio che possa sostituire l’uomo è molto alto.

E’ trascorso quasi un secolo da quando Alain Turing ha partorito la macchina “general purpose”.

Prima di lui le macchine erano pensate per eseguire un lavoro: solo quello. Una gru solleva e sposta pesi; non altro. Una automobile facilita la mobilità; non altro. Ma, con l’avvento dei calcolatori elettronici, il passaggio al “general purpose” è stato quasi automatico.

Infatti, sarebbe stato sufficiente dotare il computer di sensori (input) e articolazioni (output) adeguate per trasformare il computer in robot tuttofare. Il software ne sarebbe stata l’anima.

Già, il software, una serie di istruzioni elettroniche, che ha collezionato una storia incredibile. Nato per velocizzare i calcoli, è diventato “gestionale”. E’ stato usato per calcolare migliaia di cedolini, per controllare innumerevoli presenze e accessi, per facilitare la customer care e, poi, per disegnare fusoliere e per andare sulla Luna.

Il suo segreto? Disporre di una grande Banca Dati e di adeguate e sofisticate istruzioni. Con enormi Banche Dati disponibili, si è fatto il primo passo verso la IA con i query languages. Si poteva chiedere, ad esempio, quanti dipendenti avessero gli occhi azzurri: l’importante sarebbe stato incrementare i dati nelle BD. E qui è nato l’appetito della macchina “general purpose”: più dati, sempre più dati; più software, sempre più sofisticato. Ma allora, introducendo il software adatto, ecco che si può ottenere una macchina capace di auto replicarsi. Questa genialata è stata partorita da Franz Ernest Neumann, fisico e matematico tedesco. E da qui nasce la paura: come si fa a controllare una macchina capace di costruire altre macchine capaci di evolversi?  

Capace di evolversi? Ma come fa una macchina, per quanto “general purpose” ad evolversi? E’ il confine fra il “Software Classico”, per quanto sofisticato sia, e il  Software di Intelligenza Artificiale”.

Come è possibile?

Facciamo un esempio, il più semplice possibile. Quando uno studioso legge i Promessi Sposi di Alessandro Manzoni o la Divina Commedia di Dante Alighieri ne coglie il timbro, le inflessioni, lo stile, le tecniche, i motti, le correlazioni …. Lo fa con una sua “procedura”, con un suo metodo. “Impara” l’opera costruendone la “consapevolezza”. Non è quello che fa un falsario quando decide di “copiare” una opera di un artista? Ebbene quel metodo si può trasformare in una serie di istruzioni elettroniche per la  macchia “general purpose”. Il segreto è sempre quello: grandi Banche Dati, software sofisticato e, poi, una nuova Banca Dati delle nuove serie di istruzioni.

Ed ecco che la IA “impara” arricchendo Banche Dati e Programmi. Poiché il programmatore non è uno studioso ecco che deve fruire del supporto degli studiosi. Possiamo dire che la macchina impara perché è l’uomo che le insegna ad imparare.

Sono oggi disponibili nuovi modelli di intelligenza artificiale capaci, ad esempio, di produrre video realistici a partire da un testo, da immagini, da altri video.

La fame di dati della Intelligenza Artificiale non conosce sosta.

Come difendersi? E’ questa la domanda che assilla perché non solo la IA divora tutto senza distinguere privato, pubblico e copy right (il WEB e Social sono fonti inesauribili) ma è anche capace di sostituire chiunque. Il regolamento EU sull’intelligenza artificiale (AI Act),  benché corredato dal  General Purpose AI Code of Practice (le linee guida per l’AI), non riuscirà a fermare la rivoluzione in atto. Potrebbe essere consolatorio il pensiero che siamo agli albori del fenomeno; ma è proprio per questo è necessario attrezzassi.

E’ facile dire che “bisogna mantenere il controllo” del fenomeno disponendo di un interruttore in mano. Ma quanti interruttori servirebbero? Lo conosciamo bene l’uomo: per uno che controlla, ce ne so migliaia che trasgrediscono.

Un metodo potrebbe essere segnare, in maniera indelebile, ciascun prodotto della IA con una “filigrana” inamovibile: c’è già un software di Google, SynthID, per filigranare e identificare contenuti generati dallIintelligenza Artificiale. Deve necessariamente essere perfezionato ma è il primo passo.

La soluzione è quella del “chiodo scaccia chiodo”: combattere la IA con la IA.

Una enorme Banca Dati Universale del “Mondo della Intelligenza Artificiale” (aziende, software, prodotti) e software di controllo sofisticatissimi accompagnati da pene severissime come l’esclusione perenne da quel mondo.

La IA va presa a piccole dosi in attesa che l’umanità sia pronta, per gradi, a utilizzarla. Infatti, in una Società la cui caratteristica è “l’analfabetismo funzionale”, il disastro procurato da un utilizzo non governato della IA, potrebbe essere irrecuperabile. Si centuplicherebbe il fenomeno della Globalizzazione. Uno strumento di tal portata, quale lla IA, in mano a qualche dittatore avventuriero, potrebbe veramente generare un definitivo Nuovo Ordine Mondiale.

Per ora, siamo ancora in tempo.

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