Zampillava copiosa e generosa, ed emanava effluvi di dolcezza sanguigna di vitigni Primitivi.
La fontana, posta al centro della piazza, si mostrava fiera e altera nella sua posa monumentale di trascorsi storici, nel quale aveva visto anche Vittorio Emanuele III, in fuga verso Brindisi.
La sagra del vino come ogni anno si svolgeva in agosto e le belle donne, in abiti leggeri, esibivano la loro bellezza con sfrontata sicurezza.
Nella calca di persone, Annibale, uomo sicuro di sé e oltremodo vanaglorioso si faceva largo con sotto il braccio la moglie, Zita. A pochi metri da loro faceva capolino la testa di Veneranda, amante di lui. I loro occhi si incrociavano e si distraevano con ritmo cadenzato di banda in festa.
Per chi sapeva i fatti, ed erano in tanti, il gioco era godibile e molto più interessante della festa. Zita rideva a tutti e non provava per niente imbarazzo.
Anzi, di tanto in tanto, fugacemente si passava una mano sui capelli e si sentiva a posto. Annibale si fermò a uno dei chioschi dove offrivano il vino e, per pochi euro, acquistò due calici di vetro e brindò con la consorte.
Un loro conoscente, Mattia un giovanotto di appena trent’anni, compagnone e perennemente col risolino stampato in faccia, si avvicinò e beffardamente fece tintinnare il suo calice a quelli dei due, che ignari risero e bevvero. Attorno a loro non si sprecarono le risate e le pacche sulle spalle.
La piazza era diventata una bolgia e, come succede per tutte le sagre di paese, l’ordine era quello di divertirsi e di tenere a bada la malinconia.
Alla vista di quella scena goliardica, Veneranda si contorse nell’invidia e, a spintoni raggiunse il gruppetto che brindava. Chiese un calice stracolmo di vino e lo tracannò fino all’ultima goccia. Dagli angoli della bocca le colò il vino e imbrattò la sua camicetta bianca, dal quale fuoriuscivano generose le sommità dei seni. Rabbia e vino si mischiarono e il suo viso divenne rosso-violaceo.
Annibale, nonostante avesse un nome così importante e combattivo, era un codardo e si impressionò. Temette che da lì a poco sarebbe successo l’irreparabile. Prese Zita per un braccio e la tirò verso la parte centrale della piazza, vicino alla fontana.
Mattia rise e iniziò a cantare con quanto fiato avesse in gola. Veneranda li seguì; nel frastuono di giocolieri, mangiafuoco e donne che camminavano su trampoli altissimi, uno spintone spostò Zita violentemente contro la vasca della fontana e le fu tirata la gonna. Annibale, prontamente avvertito per quello che era successo, non poté fare altro che accorgersi di Veneranda che lo guardava in cagnesco. Ad una seconda tirata di gonna Zita si ribellò e inveì contro Veneranda che le stava a fianco, incollata a modo di francobollo. Male parole, spintoni e insulti, aprirono gli orizzonti delle vere nature popolane delle due donne, che dall’antro nebuloso del perbenismo sbucarono fuori, mostrandole grette e cafone oltremodo.
Veneranda prese una massa considerevole di capelli di Zita e le fece roteare la testa come una palla di luce stroboscopica. Zita le mollò un ceffone, facendola traballare e perdere l‘equilibrio.
Veneranda finì con la testa nella vasca piena di vino della fontana e lo zampillio la colpì dritta sulla nuca. I suoi capelli divennero corde di canapa adatte a tirare il giogo dei buoi. Il gatto che era dentro il suo corpo si svegliò e con un balzo uscì fuori dalla fontana. Prese Zita per il collo, la graffiò e la trascinò nella vasca. Una bolgia di urla e, intorno a loro, si riunirono, a circolo, i curiosi e i linguacciuti.
La piazza diventò un ring e si accettavano scommesse su chi l’avesse spuntata. Nessuno riusciva a staccarle, talmente erano imbestialite e propense a farsi seriamente male. Annibale tirò fuori dalle sue viscere la vigliaccheria innata e fece per sfuggire alle grinfie di Veneranda, incazzata fino all’inverosimile. In difesa di Zita si presentò il fratello, Guardia municipale, e nella foga anche lui fu trascinato nella vasca. Vino e bestemmie schizzarono da tutte le parti. La piazza si animò di sfottò e gli ubriachi fradici attinsero vino dalla vasca e bevvero a più non posso. Veneranda si issò sul bordo della fontana e, senza pensarci su, si denudò il petto. Dalla camicetta balzarono fuori generosi e bianchi i seni, che si diceva erano manomessi da più di qualcuno.
Gridò a squarciagola verso Zita:
“Queste cara mia sono del tuo amato Annibale!”
Annibale abbassò la testa, si coprì il volto con le mani e si defilò nella confusione. Mattia lo raggiunse e ridendo lo trascinò verso la fontana, che zampillava vino senza sosta. Le due donne, la Guardia e alcuni goliardici nuotarono nel vino e, ormai inzuppati fino al midollo, apparivano mostri della mitologia greca. Veneranda continuò senza ritegno e si tolse i pantaloni. Rimase in slip, che a dire il vero forse nemmeno portava, talmente era striminzito e trasparente. O per magia, o per un caso inspiegabile, dal cielo piovve vino e i presenti aprirono la bocca e lo inghiottirono con libidine.
Zita, imbambolata, non riusciva a proferire parola. Veneranda le gridò contro:
“Sei una cornuta!”
Zita si riprese e prese la situazione in mano. Dalla vasca attinse del vino con le mani a coppa e lo buttò in faccia a suo marito che non reagì perché era stretto nella morsa di Mattia, che continuava a ridere. Con un balzo, Zita si mise a fianco a Veneranda sulla vasca e gridò per farsi sentire da tutto il perimetro della piazza:
“No, il cornuto è lui!”
E indicò Annibale che sbiancò e fece per crollare, sorretto da Mattia che si scompisciava. Si denudò il petto, e la misura quinta dei seni ebbero uno scossone e sbatterono l’uno contro l’altro.
I mangiafuoco sputarono fiamme a ripetizione e rimasero allibiti per tanta procacità.
Zita chiamò Mattia che liberò Annibale e si avvicinò alla fontana.
“Vieni qua tu!”
Mattia divenne rosso non per l’emozione, ma per le forti risate che non riusciva a frenare. Anche lui era mezzo brillo e ficcò la testa nella vasca che fu cosparsa interamente dal vino. Zita allungò lo sguardo verso Veneranda con sfida e con veemenza tirò fuori la testa di Mattia e mostrò i seni a tutta la piazza:
“E questi sono suoi, da anni.”
I capelli di Mattia gocciolarono da tutte le parti e gli nascosero il viso che sembrava tumefatto e insanguinato. Alzò le braccia al cielo e unì le mani a pugno, in segno di vittoria. Tra risate e grida d’entusiasmo, molti gli strinsero la mano congratulandosi. Annibale cascò per terra svenuto e fu soccorso dai volontari della Croce Rossa. Veneranda, vedendolo così conciato, lo biasimò, si rivestì e andò via portata a spalla da quattro giovanottoni abbronzati e palestrati. Anche Zita si accanì contro di lui e lo apostrofò con le peggiori parole che conosceva ed erano tante. Infine, lo sputò, prese tra le mani la testa di Mattia e lo baciò con libidine.
Sul palco i musicisti intonarono una rumba e nell’euforia generale la piazza ballò in mezzo a schizzi di vino e atteggiamenti ruffiani di godimento.
