La strage di Venerdì 20 dicembre 2024, in Germania, al mercatino natalizio di Magdeburgo, fa ripiombare l’Europa nel terrore degli attentati di odio viscerale, insano e indiscriminato, verso uno specifico settore di umanità colpevole, agli occhi dell’assassino terrorista, solo di esistere.
Tutto ciò, ovviamente, con l’alibi e la mistificazione della folle accusa, verso un popolo e una folla ignara, di un improbabile crimine da loro commesso.
Ma non è questa la filosofia della “Jih?d”? Non è questa la impostazione originale della “Guerra santa”, la guerra contro gli infedeli o gli eretici?
Chi decide se tu, addirittura un popolo, sia infedele o eretico? Con quali parametri viene assunta questa decisione? Con quale profondità di pensiero, di sentimento o di istinto questa decisione diventa odio conclamato fino a giungere ad una sentenza di morte indiscriminata per una folla di cittadini?
Non è questo il timbro di una identità culturale dura a morire e perciò impossibile da dominare?
Trasferire una visione, addirittura personale, in un crimine collettivo di popolo, meritevole di morire, è la cultura identitaria della “Jihad”.
Un’auto, una BMW nera, è stata lanciata, poco dopo le 19, nell’ora di massima affluenza, contro la folla ignara che gremiva il mercatino di Natale. Il giornale Bild e il sindaco riportano almeno 68 feriti, di cui 15 gravi e un numero imprecisato di morti, di tutte le età, donne, uomini, bambini. Vedremo nelle prossime ore il bilancio definitivo.
Ma chi è l’autista assassino? Un medico saudita di 50 anni, addirittura psichiatra, in Germania dal 2006, subito arrestato.
Questo medico, immigrato in Germania, è forse un islamista radicale, un “lupo solitario”? Sembra proprio di no.
Taleb Al Abdulmohsen è un attivista anti-Islam.
Fuggito dall’Arabia Saudita, lavorava come medico in una struttura privata a Bernburg, nel distretto di Salzland, in quel di Magdeburgo, Germania. Perché era fuggito dal suo paese? Perché era un perseguitato con l’accusa di essere ateo. Quindi ,molto distante dalla ideologia del movimento jihadista. Appena in Germania, nella sicurezza dell’asilo, aveva fondato il forum “wearesaudis.net” (noi siamo sauditi) come punto di riferimento per gli atei dei paesi musulmani in fuga da quelle terre. Ma non solo il suo impegno sociale era contro l’Islam; anzi la sua simpatia era verso la estrema destra nel denunciare una presunta tendenza politica della Germania alla islamizzazione.
Infatti sul suo profilo social scrive: “Opposizione militare saudita. La Germania insegue le persone richiedenti asilo saudite, dentro e fuori la Germania, per distruggere le loro vite. La Germania vuole islamizzare l’Europa”.
E sul suo forum giganteggia l’abstract citato in calce di questo articolo: ““My advice: do not seek asylum in Germany”.
Come mai un tipo del genere fa strage in un mercatino natalizio?
Forse è proprio per la difficoltà di rispondere a questa domanda che cala il silenzio dei media sul tragico evento. I media si limitano a relegare nella cronaca la notizia dell’attentato. Infatti, esso è non facilmente spiegabile con i classici presupposti e, pertanto, si nota un imbarazzato silenzio degli opinionisti.
Tutti i parametri sono contro le narrazioni ufficiali e ipocritamente “buoniste”. Eccoli.
Immigrato dal 2006: quasi vent’anni in Germania. Professione qualificata: medico, addirittura psichiatra. Lavoro dignitoso: in una impresa privata. Vita priva di eccessi: in territorio tranquillo della provincia di Magdeburgo. Impegno socio politico: anti islamismo. Senza condizionamenti religiosi: ateo.
Eppure assassino di massa, non improvvisato.
Infatti, un assassinio di massa non può essere frutto di un impulso; non può che essere premeditato.
Se non si è di fronte ad una lucida pazzia che, in questo caso, dovrebbe essere esclusa vista la professione dell’assassino, si è in presenza di una cultura identitaria, come sopra citato, che è, per definizione, dura a morire.
Se questa è la corretta interpretazione, non si dovrebbe forse concludere che la decantata e auspicata integrazione sia questione difficilissima? Non si dovrebbe concludere che la cultura è questione di identità e che le identità non si integrano? Non si dovrebbe concludere che ci si dovrebbe limitare ad una inclusività che preveda l’obbligo di un comportamento di reciproco rispetto?
Purtroppo, il vero problema della immigrazione è la “cultura identitaria” che, non è per niente strano, rinviene anche nelle seconde generazioni della immigrazione. Di ciò si sono già accumulate numerose esperienze.
Serve qualche generazione per assaporare il cambiamento culturale!
