Il racconto. “Micol”, tratto da “Pegni D’Amore”

Il racconto. “Micol”, tratto da “Pegni D’Amore”

La luna dei primi di marzo, quella sera, splendeva radiosa nel suo cerchio perfetto. L’invito era per le venti e Gabriele fu puntuale. Si presentò con una rosa scarlatta. L’amica Anna era stata all’ospedale per problemi di cuore e lui, per impegni di lavoro, l’andava a trovare qualche mese dopo. Al citofono rispose una voce irriconoscibile, non si preoccupò e salì su per le scale. Sulla porta, i suoi occhi incrociarono gli occhi di una donna elegantissima e sorridente.

“Anna la sta aspettando!”

Gabriele indugiò ad entrare. Quegli occhi avevano un non so che di misterioso e affascinante.

“Prego da questa parte.”

“Sì, sì grazie! Conosco la strada.”

Anna l’accolse a braccia aperte. Parlarono dei loro trascorsi e della malattia che aveva bisogno di assidui controlli e di cure specifiche. 

Gabriele era amico di Anna da vecchio tempo. Fra loro intercorrevano parecchi anni di differenza, una quindicina. Avevano modi diversi di interpretare la vita: a lei piaceva sprecare il denaro in cose superflue, mentre per Gabriele il denaro aveva un valore effettivo. Sgobbava per guadagnarlo e ponderava bene ogni suo acquisto. In una cosa però erano uguali: amavano l’arte e la poesia.

Quella sera successe che Gabriele non staccò gli occhi dalla donna che aveva premure per Anna e l’assisteva in ogni sua mossa.

“È Micol! Lei mi aiuta.”

Con voce amorevole la presentò. Gabriele la guardò negli occhi ed ebbe un tuffo al cuore. Le sue mani toccarono le mani di Micol ed un corto circuito prolungato lo incendiò. Anna fu oscurata, messa da parte e i riflettori illuminarono i volti sorridenti dei due, che si raccontarono. 

Anna non se ne fece un problema. 

La storia di Micol aveva sapore acido: un marito che diventava violento quando si ubriacava, perdeva al gioco delle macchinette e le chiedeva assiduamente soldi per sigarette e vizi. Lavorava poco, quasi mai e viveva di notte per combattere la sua ansia connaturata. Gabriele s’aprì, non era solito farlo. Il suo carattere introverso lo faceva apparire schizzinoso, ma in realtà aveva un cuore di burro che si scioglieva in un niente.

Anna armeggiò col telefono, aveva imparato ad usarlo e si connesse a Facebook. A loro non ci pensò. Era contenta che conversavano indisturbati. Dopo mezz’ora Gabriele si rese conto di chi aveva di fronte. Il volto di Micol si rivelò nei suoi ricordi ed ebbe una smorfia di meraviglia.

“Micol! Oh Dio, come ho fatto a non riconoscerti?”

“Volevo che lo facessi tu!”

“Non sei cambiata affatto. Sono io che ho la nebbia negli occhi e nella testa. Mi sono separato e sto vivendo una nuova condizione.”

Anna si girò appena, poi riprese col cellulare. 

Si scambiarono i numeri di telefono e videro se il collegamento su WhatsApp funzionava. Promisero di sentirsi presto, si baciarono sulle guance e il portoncino fu chiuso alle spalle di Gabriele. Anna rise.

Era come se tutto fosse frutto di un suo disegno. Soddisfatta, chiese la cena e fu servita da signora qual era. La sua era una famiglia altoborghese, aveva vissuto nell’agiatezza e, alla morte dei genitori, la casa era toccata a lei, congiuntamente a terreni e un gruzzolo da spendere. Era sola e zitella. I fratelli, professionisti medici e avvocati, vivevano in città e non potevano badare a lei. Micol aveva bisogno di lavorare; nonostante avesse gestito un negozio di porcellane pregiate, gli affari erano andati male e si ritrovava a combattere con le esigenze di casa, senza un centesimo. Aveva accettato la richiesta di fare da assistente ad Anna e lo faceva alla sua maniera: con classe. 

La sera Gabriele andò nella trattoria, gestita da due anziani che lo avevano preso a bene, nei pressi del porto della città dei due mari. Pasteggiava da solo ed aveva un posto prenotato, in quella che era diventata la sua famiglia. Un pensiero gli balenò nella mente: come mai non aveva riconosciuto Micol?

Eppure, era stato a casa sua, lei era amica della moglie. 

Tra un boccone e l’altro, prese il telefonino e selezionò il suo nome e le mandò un messaggio su WhatsApp:

“È stato veramente un piacere parlare con te stasera.”

Erano le ventidue e non ci fu risposta. Gabriele riprese a mangiare e a fine pasto sorseggiò un goccio d’amaro. La luna continuava a mandare luce sul mare e nei suoi occhi; decise di fare due passi sulla banchina. La calma delle onde era totale. La sua vita aveva avuto una svolta e ancora non si capacitava a cambiarla. Con la moglie aveva chiuso da due anni e la sua mente era sgombra da ogni ricordo che la riportasse a lei. La rimuoveva giorno per giorno ed era giunto al punto che non sentiva più nessun dolore. Un’altra storia con una donna c’era stata, ma nulla di significativo; solo messaggi telefonici e incontri fugaci.

Giunse a una panchina orientata al mare. Si sedette ad ammirare la città, che si rifletteva imperiosamente nello specchio d’acqua. Sotto il piede sentì qualcosa che gli diede fastidio. Lo sollevò, e nel riverbero della luna apparve una perla, forse un orecchino. Lo raccolse e se lo girò tra le mani. Il mare riportò l’eco di un amore già vissuto chissà dove, chissà quando. Si aggrovigliarono nella sua testa storie mediterranee, fascini d’oriente e bellezze di una Magna Grecia ancora presente nel respiro prolungato del suo essere. Si addormentò cullato dalla brezza e fu svegliato dal suono di un messaggio al cellulare. Erano le ventiquattro e zero nove, sul molo non c’era anima viva. 

“Anche per me!” 

Non rispose, era banale. Si sollevò, fece ballonzolare nella mano, che poi strinse a pugno, la perla e ripensò alle parole di Micol. 

Gli aveva parlato di quanto le piacevano le perle e di come si formano all’interno dell’ostrica. 

“Un granulo di sabbia si intromette nel guscio e l’ostrica, per proteggersi dalla sofferenza, crea attorno al corpo estraneo un involucro opalescente che noi chiamiamo perla. La perla nasce dal dolore.”

   Assonnato, chiuse gli occhi sul materasso di una stanza presa in affitto. Al risveglio c’era Micol, la perla, e mille tenerezze nella sua testa. Non lo considerò colpo di fulmine. Mentre si insaponava il viso, esclamò ad alta voce:

“Affinità celebrale!

Gusti e intendimenti artistici lo avvicinavano alla donna che gli aveva aperto la porta da Anna. Prepotentemente Micol nidificò nei suoi pensieri. Ora un motivo per vivere c’era. La nebbia si diradò dai suoi occhi e finalmente affiorò lucente di sole e d’azzurro lo spirito positivo. Accese una vecchia radio e cantò a squarciagola. Dalla finestra della cucina vide apparire, come tante fiammelle, le teste delle vicine affacciate ai balconi. Una di loro, con un mozzicone in bocca e un bicchiere di whisky in mano, si sporse più delle altre. Gabriele gesticolò e le ripeté: 

“Affinità celebrale!”

La donna sorrise lasciando precipitare nel vuoto il 

mozzicone, alzò il bicchiere, brindò e tracannò.

“Alla tua!”

Le visite ad Anna furono frequenti. Micol si raccontava e Gabriele l’ascoltava religiosamente. C’era un Dio da ringraziare per l’incontro avvenuto tra loro. La salute di Anna migliorava e non aveva bisogno di assistenza eccessiva. In maniera naturale e senza remore, Gabriele fece scivolare nella mano di Micol la perla, trovata sul molo.

“Non so se è vera o niente di eccezionale. È solo una coincidenza. A te piacciono le perle ed io ne ho trovata una.”

I loro sguardi si toccarono in un punto invisibile, chiamato: scintilla d’amore. Le dita si sfiorarono e le guance ebbero il loro premio. Si baciarono e arrossirono. Micol aveva capito tutto ma c’era tra loro un uomo che non poteva abbandonare, perché incapace di gestirsi la vita da solo: suo marito.

Nei loro pensieri c’era turbamento. Gabriele prese la situazione in mano e si dichiarò. Non ci fu risposta immediata, nemmeno nei giorni seguenti.

La perla trovata rimbalzava nel vivere di Micol e cominciava a torturarla. Le attenzioni per lei non mancavano e Anna se ne accorse. Ai caffè della mattina, seguirono gli inviti a cena e Gabriele puntualmente non si lasciava scappare l’occasione di stare con la donna dei suoi sogni. 

Micol lo ammonì e gli ricordò alcuni episodi che lo riguardavano.  

“Come mai mi passavi davanti e non ti degnavi di

rivolgermi lo sguardo? Eri così scostante, ora invece

sei amorevole, premuroso…”

“Non domandarmelo, non lo so. Prima era così, a

desso è diverso!”

Anna intervenne sorridendo e beandosi per quello che aveva fatto.

“Sono stata io!”

Micol e Gabriele si girarono sbalorditi.

“A fare cosa?”

“A farvi incontrare.”

Ne scaturì una lunga risata. Anna conosceva bene le storie dei due e voleva fare una buona azione. Lei, devota e pia, si era messa in testa di fargli vivere dei momenti di felicità, complice in casa sua.

Tutto aveva una sua logica, ma Micol non poteva cedere e mantenne il suo equilibrio. 

L’estate era prossima; una sera Gabriele si presentò da Anna con due rose. Micol aveva nello sguardo una luce diversa dalle altre volte. 

Parlarono come loro solito e venne l’ora per lei di tornarsene a casa. Anna li aveva salutati ed era andata a dormire. Con un gesto fugace della mano, i capelli di Micol ebbero un sussulto e si spettinarono. I suoi occhi brillarono e dal lobo dell’orecchio comparve la perla che Gabriele le aveva regalato.

Le loro bocche si unirono e i corpi si incendiarono di passione.

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