Il cielo umido di pioggia gettava fiotti d’acqua su Carosino. Era stato un settembre abbastanza caldo e la vendemmia procedeva a ritmo accelerato.
I grappoli di Primitivo erano gonfi di succo e il mosto si attaccava alle mani, colorandole di rosso sangue.
Il paese odorava di mosto e i carri stracarichi, trainati dai muli, portavano uva ai palmenti dove si pigiava senza sosta, dall’alba alla notte.
Giuannino (Giovannino) aveva otto anni e le sue braccia erano già braccia di uomo e, come tutti in paese, non si risparmiava nei lavori di campagna. Era stato ingaggiato dal conte D’Ayala Valva, proprietario terriero, che dimorava nel castello della piazza, a portare da bere ai contadini, dentro recipienti di terracotta (Vummili) nelle piantagioni.
L’acqua era copiosa e le strade infangate. Giuannino si coprì con un telo incerato e raggiunse il palazzo. Bussò ripetutamente e Carmelina, la custode, gli aprì il portone e lo fece entrare.
“Dò ve girannu cu st’acqua?”
(Dove vai girando con quest’acqua?)
“Don Mimino, lu fattori, mi manna.”
(Mi manda don Mimino, il fattore.)
“Spetta ca vvisu lu conte.”
(Aspetta qua che avviso il conte)
Lo fece aspettare nell’atrio e lì vi rimase fino a che il conte lo fece salire.
“Dimmi Giuannì ce ha successu?”
(Cos’è successo Giovannino)
“Riverisco don Chicchino! Don Mimino vi manna ticennu ca li vaschi so chini ti mustu a spittirrà”
(Riverisco don Chicchino! Don Mimino vi avvisa che le vasche sono piene di mosto fino all’orlo)
“Stannu stonu a spitterrunu. Mo pruvvetu. Tilli a ton Mimino ca lu mustu lu po purtà alla masseria ti Musicuru.”
(Quest’anno stanno traboccando. Digli che il mosto lo può portare alla masseria di Misicoro.)
Nel mentre, in piazza, si udirono schiamazzi e una voce urlante che spronava un mulo.
“Ah… camina. Ah…”
(Ah… cammina. Ah…)
Gli abitanti del palazzo si precipitarono a vedere cosa stesse succedendo. La pioggia non si placava e sia il vetturale che il mulo erano interamente fradici. Sul carretto c’era un telo cerato che copriva qualcosa di grande.
I presenti pensarono che il carretto trasportasse capasoni (grossi recipienti di terracotta.)
Simeone, uno dei tanti falegnami del paese, che si trovava nel castello per aggiustare il piede rotto di una credenza, si affacciò dal portone e urlò verso il conducente del carretto.
“Cumpà, ste iastiemi comu nu pacciu!”
(Compare, stai bestemmiando come un pazzo!)
Il vetturale gli rispose in un dialetto diverso dal suo. Simeone intuì che qualcosa non andava. Perché il mulo si era fermato in mezzo alla piazza e non voleva andare né avanti e né indietro?
Il conte, don Chicchino, raggiunse Simeone e vide ciò che stava succedendo in piazza: il mulo si era impuntato e il vetturale lo frustava a sangue per proseguire il suo cammino. Don Chicchino lo fermò con la voce:
“Fermiti tisgrazziatu! Mo lu faci murè quiru frusckulu. Trasi ntà lu purtoni.”
(Fermati disgraziato! Così lo farai morire quel frusco. Entra nel portone.)
Il mulo girò il muso e si diresse verso il conte senza essere spronato. Simeone e Carmelina aprirono il portone del castello e il carro vi entrò gocciolante, con tutto quello che trasportava.
Nell’androne corsero la moglie del conte, donna Irene, i figli, la cuoca e tutti i domestici. Giuannino rimase inebetito di fronte a quella scena.
L’acqua che continuava a scendere dal cielo si velava col nero della sera. Il vetturale scese dal carro e imprecò contro il mulo che era come assorto nei suoi propositi. Simeone, uomo religiosissimo, gli chiese di smettere, per rispetto di Dio e dei presenti.
“Pì l’amori ti Ddiu, spiccila!”
(Per amore di Dio, finiscila.)
Il vetturale lo studiò stordito e rivolse lo sguardo a ciò che trasportava.
“Lu mulu mi pari ca stè comu mbriacatu. No ha mai successu na cosa ti questa.”
(Il mulo sembra come se sia ubriaco. Non è mai successa una cosa simile.)
Carmelina lo invitò ad entrare nel suo alloggio, al pianterreno, per offrirgli un bicchiere di vino.
“Ccè puerti sobbra allu travinu?”
(Cosa porti sul carro?)
“Nu santu benedettu!”
(Un santo benedetto.)
Il vetturale salì sul carro, tolse l’incerata e con meraviglia di tutti apparve l’Arcangelo Michele nell’atto di trafiggere il demonio. Giuannino sgranò gli occhi e spalancò la bocca. Carmelina e donna Irene si segnarono con la croce, il conte e Simeone si inginocchiarono ossequiosi verso il santo. Il mulo li guardò ed emise un sospiro umano. La pioggia cessò e, come d’incanto, comparve in cielo una luna grande e splendente. Il mulo fu tolto dal carretto e rifocillato. Il vetturale bevve il vino e gli fu dato un pantalone asciutto, con la promessa di riconsegnarlo al prossimo viaggio. Si era fatto tardi e fu convinto a rimanere là e ripartire ristorato, la mattina seguente di buon’ora. La notizia fece il giro del paese e molti si avviarono al castello per pregare sulla statua del santo e magari chiedergli una grazia. La piazza si riempì di gente e molti vi passarono lì la notte, nella speranza di essere testimoni di un qualsiasi miracolo. Anche il prete fu avvisato e, recatosi al castello con diffidenza, chiese al vetturale di che materiale fosse fatta e dove era destinata quella statua.
“Eti scultura di legno cirmolo, vengu ti Lecce e viaggiu pì lu barese.”
(È una scultura di legno cirmolo, vengo da Lecce e vado nella zona di Bari.)
Il prete esaminò l’effige del santo, prese con la mano a coppa un po’ d’acqua da una piccola pozzanghera che si era formata sul lastricato dell’androne, la benedisse e l’asperse sulla statua.
“In Nomine Patris et Filiis et Spirictus Sancti.”
Carmelina gli offrì un bicchiere di vino che tracannò d’un fiato e, portandosi un fiasco di vino, si ritirò a casa senza pronunciare nessuna parola.
La notte passò e venne l’alba. Il vetturale già alle quattro era pronto per andare via. Mise il mulo sotto il carro e uscì dal castello. Una volta fuori, il mulo si imputò nuovamente e non volle riprendere il cammino.
Erano le cinque e Giuannino passò dalla piazza, perché aspettava la squadra dei contadini per recarsi in campagna. Vide la scena e dapprima non fiatò, poi con quanta voce avesse in gola gridò, in modo che tutti i passanti e i presenti lo ascoltassero:
“No l’aviti capitu ca San Micheli vo rrimani a Carusinu?”
(Non l’avete capito che San Michele vuole fermarsi a Carosino?)
Il mulo lo guardò e fece una smorfia di sorriso. Fu chiamato d’urgenza il prete che, seccato, si recò in piazza e vide effettivamente che il mulo si era quasi pietrificato. Esortò il vetturale a scoprire la statua.
L’Arcangelo Michele risplendeva al sole come una grossissima pira infuocata. I presenti si schermirono gli occhi e si inginocchiarono. Il prete constatò la realtà del fatto e fu accondiscendente:
“Scendete la statua e portatela in chiesa, San Michele rimane a Carosino. Sicut scriptum est.”
(Scendete la statua e portatela in chiesa, san Michele rimane a Carosino. Così sta scritto.)
Quella mattina del ventinove settembre di molti anni fa, San Michele Arcangelo, Raffaele e Gabriele si insediò nei cuori dei carosinesi e molti bambini e bambine furono battezzati coi nomi del santo.
Avevo otto anni e Giuannino, mio nonno, il giorno del mio onomastico, il ventinove settembre mi raccontò quell’aneddoto che aveva i contorni della leggenda e io gli credetti.
