2024 – Il premio Nobel per l’economia

Il Premio Nobel per l’Economia 2024 è stato assegnato a tre economisti statunitensi: Daron Acemoglu, Simon Johnson e James Robinson.

Riceveranno, insieme, gli 11 milioni di corone svedesi, pari a $ 1,058 mln, dalla banca centrale svedese.

Qual’era il loro intento?

Capire il perché delle differenze di prosperità dei vari Paesi e della disuguaglianza di ricchezza tra le nazioni; con l’obiettivo di estrarre indicazioni per ridurre le enormi differenze di reddito tra i Paesi.

Tema, questo, da loro considerato la più grande sfida di questo secolo.

Acemoglu e Johnson sono professori d’Economia al MIT (Massachusetts Institute of Technology); mentre Robinson dirige il Pearson Institute for the Study and Resolution of Global Conflicts dell’Università di Chicago.

Il loro punto di riferimento è stato il libro “Why Nations Fail: The Origins of Power, Prosperity, and Poverty”, scritto nel 2022 da Acemoglu e Robinson. Mentre Simon Johnson è stato Capo dell’Ufficio Economia del FMI (Fondo Monetario Internazionale).

La loro ricerca è partita dall’osservazione che il 20% più ricco dei Paesi è oggi circa 30 volte più ricco del 20% più povero. Ma la questione critica è che quel 20% più ricco diventa sempre più ricco; mentre il 20% più povero non riesce a crescere significativamente per colmare, seppure in parte, il divario.

Anzi, il divario sembra aumentare.

C’è, forse, qualche parallelismo con la la storia del Nord e del Sud d’Italia?

Tutti pensano che, qui, sia questione di soldi: il mantra è che lo Stato preferisce approvvigionare il Nord e lascia il Sud indietro.

Ma  quale è la tesi che emerge dallo studio dei tre economisti?

Utilizziamo le parole di Jakob Svensson, presidente del Comitato per il Premio in Scienze Economiche, che motivava la scelta di assegnare il Nobel ai tre economisti:

“I vincitori hanno dimostrato l’importanza delle istituzioni sociali e del sistema politico economico operante che non siano intenti allo sfruttamento”.

Non si può dire che sia una tesi originale.  

Che le istituzioni siano il fulcro per garantire la crescita economica e lo sviluppo sociale della Comunità civile è un concetto che fa parte della istruzione che ci hanno impartito.

C’è da chiedersi, allora, come mai il sistema partitico italiano e la maggioranza della opinione pubblica, che hanno ricevuto la nostra stessa istruzione, si fermino ai “soldi” come la sola soluzione per riallineare un divario Nord/Sud che sta diventando di portata storica?

Come l’hanno dimostrata, i tre economisti, una tesi così poco originale e, per molto versi, banale?

Il fatto stesso che fosse necessaria una dimostrazione mostra il livello di degenerazione delle istituzioni degli Stati democratici e liberali.

Si è preso in esame il cosiddetto “terzo mondo”, che è stato oggetto di colonizzazione dei Paesi occidentali, specificatamente europei e poi statunitensi, e dei sistemi politici ed economici introdotti.

Lì si è verificato, sostengono i tre Nobel, che i territori più ricchi, una volta colonizzati, si sono impoveriti ed ora sono tra i più poveri; viceversa, quelli più poveri hanno beneficiato di un incremento di ricchezza. Le differenze e i divari sono, ovviamente, relativi rispetto allo stato di pre colonizzazione.

Il fenomeno è legato, questa è la tesi, al tipo di sistema politico ed economico introdotto dai colonizzatori.

Cioè, in alcuni territori, l’obiettivo del colonizzatore era lo sfruttamento sia delle genti che delle risorse: si è, così, introdotto un sistema di governo per il controllo. In altri territori, l’obiettivo era favorire e consolidare l’insediamento  di coloni europei, per acquisire un mercato: si è, così, introdotto un sistema più aperto ed inclusivo a beneficio dei nuovi arrivati.

E dove i colonizzatori hanno introdotto un sistema politico ed economico di controllo in mano agli sfruttatori? Nei Paesi colonizzati più ricchi.

Viceversa, i colonizzatori hanno introdotto un sistema politico più aperto ed inclusivo nel Paesi colonizzati più poveri a beneficio della immigrazione europea.

Ecco che i Paesi più ricchi si sono impoveriti mentre i più poveri sono diventati relativamente prosperi.

Quindi, studiando la storia delle ex colonie, i tre Nobel hanno dimostrato che è il sistema politico ed economico il nòcciolo della prosperità.

Si può aggiungere, tuttavia, come commento a questa tesi, che i Paesi ex colonie faticano ad acquisire un livello di prosperità simile ai paesi più progrediti perché, in effetti, non sono del tutto autonomi, indipendenti ed auto determinati: la colonizzazione, infatti, ha lasciato in eredità residui, di inefficienza e corruzione, duri a morire.  

Infatti, fin quando permarranno, negli uni, istituzioni “a timbro estrattivo e di sfruttamento” che arricchiscono pochi a danno di tutti, sarà molto difficile, se non impossibile, una reale prosperità; analogamente, fin quando permarrà, negli altri, l’occupazione delle istituzioni “di timbro inclusivo”, a privilegio dei coloni, sarà difficile un reale sviluppo sociale.

 In sostanza, i Paesi ex colonie, pur registrando differenti tassi di crescita della prosperità, sono intrappolati nella loro storia di vassallaggio che fa da freno.  

 Questo, secondo lo studio, è il motivo per cui il divario con i Paesi più progrediti aumenta.

Unica soluzione: trasferimento del potere e contendibilità delle istituzioni.

In pratica, serve un cambiamento verso una sorta di democrazia autoctona.

Qualcuno vede dei parallelismi in Italia, fra territori a diversa latitudine?

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