Fra le diverse opzioni quotidiane, quando decidiamo di percorrere una via, tralasciando le altre possibili, diamo forma al tragitto individuato, costruiamo la traccia, creiamo la sua esistenza. Cercare la verità è un bisogno, come la ricerca del cibo per l’anima. Quindi il quark potrebbe non esistere se riuscissimo a convincere noi stessi della esistenza delle vibrazioni che a livello quantico prenderebbero il posto della materialità, anche microscopica. Viviamo in un mondo fatto di frequenze! In questo percorso libero da condizionamenti, lasciamo i solchi di una memoria che registra il cammino della nostra esistenza, privo di aggiunte.
Le strade che decidiamo di non percorrere, annichiliscono e opacizzano altre possibili linee temporali. Un dettato quantico espresso dagli esperti della ricerca che hanno dato vita al concetto del “un po’ qua un po’ la”, ovvero l’osservatore e l’osservato sono la stessa cosa. La storia dei Veda ci consente di dire che loro, già molto tempo prima degli altri, sapevano spiegare un fenomeno che adesso si può tentare di comprendere con le leggi della fisica quantistica. Quindi il teatrino che ci vede eterni attori debuttanti, altro non è che una delle tante possibili parti che decidiamo di ricoprire nella grande scenografia della vita. La linea temporale che abbiamo scelto per recitare una parte, ne prevede altre in cui potremmo rivestire ruoli diversi, ma queste ultime non creano sedimento. L’evento della materializzazione si concretizza quando esercitiamo il nostro diritto di scelta, grazie al quale costruiamo il cammino da compiere. Se la “quantistica” ci aiuta ad interpretare gli avvenimenti che ci coinvolgono, non ci spiega il perché dobbiamo vivere queste esperienze (la voglia della coscienza universale di vivere una esperienza duale?).
Abbiamo sperato risposte illuminate dalle religioni, dai pensatori eterni, dagli sciamani, ma pur numerose e confezionate con diverse interpretazioni, peccano di credibilità. La scienza si occupa delle modalità della creazione non del suo scopo o del suo significato. Un argomento non facile da affrontare, privo di prove che nessuno possiede. Ma rispondere a questo interrogativo ci darebbe il movente di un gioco o di un esperimento all’interno del quale potremmo essere individuati come interpreti passivi. Oppure no? Conoscere alcune verità sarebbe meglio o peggio del non sapere? La stoccata inflitta dal così detto virus, ha colto molti fra noi di sorpresa, ma ha anche fatto da sveglia ai sensi intorpiditi, oltre a creare morti e invalidi. Siamo osservatori delle magie che compiamo? Il sospetto che la realtà fosse una rappresentazione illusoria era già nella storia del” Mito delle caverne” di Platone, ma ancora prima nelle regole di credibilità religiosa e filosofica della India antica. Loro avevano già imparato a coniugare il concetto di illusione con il termine “maya”. Ci facciamo ingannare da un teatro magico che distrae, noto nella tradizione vedica come maya. In questo caso solo se si conosce il funzionamento dell’inganno si può comprendere il segreto della creazione. Non tutti conoscono il dolore creato dalla sofferenza se non si ha esperienza! Il fuoco è necessario che qualcuno lo veda, altro si ustioni, altrimenti non lo si conosce.
I decibel è necessario che qualcuno li ascolti perché possano essere riconosciuti, da soli non sono udibili. Uno strumento musicale produce dei suoni non le canzoni ! Potremmo pensare di vivere in una realtà olografica, noi stessi fatti di frequenze, entità olografiche. Ma in principio fu solo la coscienza? L’unica che ci rende coscienti. Li dove torniamo dopo la morte del corpo? La materialità sempre di più manifesta la sua caducità, come potrebbe esprimerla una nuvola in un cielo azzurro di una giornata estiva.
