Il racconto. “Cagnolino di pezza”, tratto da “Pegni D’Amore”

Era marzo, le corriere avevano scaricato una massa enorme di giovani, muniti di: bandiere, megafoni, bombolette spray e mazze. Flora scese, si stiracchiò e annusò l’aria già carica di tensione. Il cielo aveva l’azzurro macchiato da piccole nuvole bianche e il sole ancora tiepido, illuminava di traverso le lamiere delle corriere ferme nel grande spiazzo, nei pressi della zona Tiburtina. Per le vie di Roma, una macchia multicolore avanzava e i poliziotti, in tenuta antisommossa, teneva a bada la fiumara di gente.

Il corteo sfilava ordinato in mezzo a lacrimogeni e parole urlate al megafono. La Polizia era pronta alla carica e gli studenti agguerriti alla lotta. Flora capeggiava il suo gruppo e bandiva slogan contro chi non capiva i loro problemi di giovani. 

I vecchi, i matusa, gli ammuffiti, i genitori, le istituzioni erano bersagli e nemici da combattere. Gli studenti le avevano dato il nomignolo “Guerrina”. 

Era forte e imprudente, femminista, impulsiva e mai distruttiva. Nella sua camera da letto non c’era il Crocifisso, ma la gigantografia di Che Guevara. 

Molotov, sassi e scritte infamanti non facevano per lei. Amava il dialogo, spesso accesso e spietato ma non tollerava in nessuna maniera il contatto fisico, finalizzato a pugni e tirata di capelli. Flora non se ne faceva passare nessuna: alle offese rispondeva con le offese e, proprio per questo, tanti suoi coetanei e professori badavano bene nell’attaccarla verbalmente. Non amava, quasi schifava i rossetti, i mascara e i fard; li considerava roba da donnicciole insipide. Era riferimento per chiunque avesse da contestare qualcosa ma non tollerava le idiozie e i sovversivi incalliti che, pur di obiettare, creavano disordini e rimostranze.

“Guerrina!”

Una voce alle sue spalle la chiamò. Lei si girò e vide un ragazzotto con i capelli rossicci, mille lentiggini sul viso e uno zaino usurato in spalla. Lei procedette e azionò il megafono. Il ragazzo le si mise a fianco, aveva nelle mani un pezzo di cartone sul quale c’era scritto: 

Diritto e libertà.

“La tua fama ha superato i limiti, sai?”

“Non mi interessa! Quello che faccio è per quelli che arriveranno dopo di noi.” 

“Mi affascini!”

Flora abbozzò un sorriso e continuò imperterrita. Azionò il megafono e la sua voce carica di fervore, si propagò per tutta la lunghezza del corteo. Cori e canti si mischiarono e l’aria divenne una bolgia di suoni e rumori diluiti a caso. Il ragazzo si perse nella calca e i suoi occhi smarrirono la figura di Flora. Un attimo e nella mente di Guerrina si fusero rabbia e sentimento. Chi era quella macchia di capelli rossi che le aveva parlato in tono così confidenziale?

Istintivamente lo cercò tra i tanti, ma di lui perse le tracce. Al megafono urlò con disperazione e il fiato le si strozzò in gola. Ebbe un mancamento, fu subito soccorsa e fatta sedere sopra al marciapiede. Il corteo continuò, mentre due compagne di classe le restarono a fianco.

“Flora cos’hai?”

Il buio le sbarrò gli occhi e svenne. Il fiato riprese a circolare nei polmoni e aprendo gli occhi si vide con la testa appoggiata sulle ginocchia del ragazzo dai capelli rossi che sospirò. 

“Sei svenuta, non preoccuparti, sei sempre la più tosta di tutti.”

“Cosa mi succede?”

“Sarà stato il viaggio, la tensione… “

“Tu chi sei, come ti chiami?”

Il ragazzo le fece un largo sorriso e i suoi occhi brillarono di soddisfazione. Aveva sulle ginocchia la ragazza che aveva sempre desiderato d’incontrare. Ammirava la sua tempra forte e la sua capacità di mostrarsi tenera e accomodante.

“Sono Stefano e frequento il terzo liceo.”

Flora sollevò la testa e la prima cosa che notò fu un cagnolino di pezza che oscillava a modo di ciondolo dallo zaino di Stefano.

“Dove cazzo sei andato a trovare quel pupazzetto di cane?”

“Lo porto con me dalle scuole elementari”

“È logoro… “

Stefano arrossì e si schermì.

“Lo porto come mascotte.”

Flora si sollevò in piedi aiutata dalle compagne e rise di gusto. Poi lo ammonì.

“Le guerre non si combattono con i cagnolini di pezza.”

Stefano si fece coraggio e le rispose a tono:

“Non sono qui per combattere una guerra.”

“E che cazzo sei venuto a fare?”

“Per reclamare i nostri diritti!”

Flora roteò la testa verso le compagne e non seppe rispondergli. Scoppiò in una risata tonante, d’istinto si fece seria, l’afferrò per il bavero e lo scosse:

“Senti giovincello: siamo qui per lottare, non per fare una gita. Lottare!!!”

“E lo farò a modo mio.”

Flora ritornò a ridere e lo lasciò con veemenza.

“Con chi lotti col tuo cagnolino di pezza?”

“Se è necessario: sì!”

“Ma vai a fanculo!”

Flora radunò le amiche e lo lasciarono inebetito, sul marciapiede. Stefano tolse il cagnolino dallo zaino, la chiamò a gran voce e lo mostrò.

“Tieni, te lo regalo.”

Le voci degli studenti si allontanavano, pronunciando slogan a più non posso. Le compagne di Flora non seppero trattenersi e scoppiarono in risate sarcastiche. Flora fu attratta dal cagnolino che pendeva dalla mano di Stefano, si avvicinò e, senza dire niente, lo intascò e corse a inseguire il corteo.

Si chiuse il processo con la sentenza di colpevolezza. L’assistito di Flora era stato condannato a risarcire i danni alla sua controparte. Si sfilò la toga e la ripose, piegandola con cura, nella sua borsa. Diede una rassettata al tailleur blu, s’ammirò le scarpe col tacco all’ultima moda e uscì dal Tribunale, ancheggiando. La sua femminilità era prorompente e non pacchiana. 

“Vaffanculo! Ci vediamo al processo d’Appello.”

Al bar ordinò un caffè bollente e se lo gustò con calma, seduta al tavolino. Dopo la maturità, aveva deciso di laurearsi in giurisprudenza e lo aveva fatto col massimo dei 

voti. Nel suo studio campeggiava dietro la scrivania la cornice contenente la laurea conseguita all’Università di Parma. Lei era una brillante Avvocatessa e il senso della giustizia, come il nomignolo “Guerrina” datele al periodo del Liceo, le erano rimasti attaccati alle cellule. Nonostante l’insuccesso di quella “Causa”, Flora non si diede per vinta e decise di andare fino in fondo. Lisciò il ciondolo attaccato alla borsa e lo mosse facendolo oscillare a modo di pendolo. Il cagnolino di pezza sembrava volesse parlarle e lei sorrise. Davanti a sé, un uomo con un paio di occhiali attaccati al naso la chiamò con voce dolce:

“Flora!”

Lei lo scrutò ma non seppe identificarlo. L’uomo le si avvicinò e la prima cosa che fece fu quella di prendere nella mano il pupazzetto attaccato alla borsa.

“Flora!”

“Scusami ma non ti riconosco.”

“Abbiamo una cosa che ci accomuna.”

Flora rise e non capì chi fosse.

“Se conosce il mio nome abbiamo avuto modo di

incontrarci. Non riesco proprio a riconoscerla.”

“Posso sedermi?”

Flora scosse appena la testa e annuì. Non sapeva come uscirsene da quella condizione di imbarazzo. L’uomo si sedette, sorrise bonariamente e fissandola negli occhi le parlò:

“Con chi lotti col tuo cagnolino di pezza?”

 Flora guardò il cagnolino e poi l’uomo.

“Non capisco!”

“Sono Stefano!”  

“No, non la riconosco. Mi dispiace, dovrei andare. Oggi 

è stata una giornata di fango: ho perso una Causa e sono 

stanchissima.”

Si alzò e fece per andare. Stefano rimase seduto e la fermò: 

“La vita moderna è una corsa continua e non ci fa più vedere le bellezze della natura.”

“In quanto a natura, cerco di difenderla come posso. Se vuole qualcosa al bar le offro… “

“No, sono io che ti offro qualcosa.”

Flora si indispettì e divenne irrequieta.

“Se vuole consulenza mi può chiamare a questo numero.”

Gli diede il suo bigliettino da visita e andò. Stefano non si girò, sorrise e continuò a parlare:

“Ti offro l’onestà, la lotta, la libertà!” 

Flora tornò sui suoi passi e lo fissò arcigna. 

“Io lotto ogni giorno per la giustizia. Perdo le notti a leggere carte e studiare le leggi, lei cosa fa? 

Chi è lei, cosa fa?”

“Quel ragazzo, che in un giorno di marzo, in mezzo al corteo di Roma, ti diede il cagnolino di pezza, è diventato sacerdote. Ero innamorato della tua tenacia, del tuo andare contro tutto e tutti in difesa dei diritti. Ho imparato da te a lottare. Vivo nelle periferie, nell’abbandono delle istituzioni, nell’ignominia della Mafia e combatto il degrado morale dei potenti. Sono un prete scomodo, ma non mi pento di quello che faccio. Cerco gente che sappia cosa sia il valore della vita e oggi ho incontrato te.”

Flora cadde pesantemente sulla sedia e restò imbambolata a guardarlo. Il cagnolino ebbe uno scossone e si sfilò dalla borsa. Si chinarono e le loro mani si unirono in un’alleanza che li avrebbe portati a difendere con ogni mezzo la vita umana.

“Guerrina” e Stefano continuano a lottare e non si stancano mai. 

Nello suo studio, come in quello di Stefano, sopra la cornice con la Laurea, campeggia la scritta:

La vita è un diritto! 

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