Il racconto. “Il violinista dei ciechi”, tratto da “Fumé”

La neve lentamente si scioglieva. Filippo avanzava e le sue scarpe inzaccherate crocchiavano sulle piastre di ghiaccio. Passò dalla piazza, diede una veloce occhiata alla fontana monumentale che nella sua imponenza mostrava i getti d’acqua congelata e ne rimase attratto. Anche la facciata del castello e tutto quanto sembravano una cartolina dipinta da un’abile artista. Filippo era sceso dalla corriera due isolati prima ed era in cerca dell’osteria: 

Il gallo d’oro

gestita da Assunta. Era la prima volta che metteva piede a Carosino e, a parte lo spettacolo della piazza che gli si era presentato davanti agli occhi, non ebbe una buona impressione del paese. Lo vide antiquato e misero. Un uomo, chiuso nel suo cappotto consunto lo incrociò e mosse appena la testa in segno di saluto. Filippo era forestiero, lo si vedeva lontano un miglio: il suo modo di vestire e le sue fattezze non erano tipici del luogo e la cosa più strana era che aveva uno strano bagaglio: una valigetta piatta e stretta. L’uomo si fermò e con la faccia tosta, tipica dei contadini abituati a tutte le temperature, lo fermò:

“Sciati acchiannu ncununu?”

(Andate in cerca di qualcuno?)

Filippo non ebbe esitazione, il volto dell’uomo gli sembrò bonario, si fidò di lui e gli chiese dell’osteria.

“Ssunta stè retu la chiazza. Ci vi faci comudu vì ccumpagnu.”

(Assunta si trova dietro la piazza, se volete vi accompagno.)

Filippo si rifocillò e approfittò delle camere che Assunta affittava a pensione e vi soggiornò per qualche giorno. Nessuno sapeva niente di lui. Ma la curiosità, si sa, è più forte di ogni altra cosa al mondo e si fecero delle ipotesi. L’oscuro motivo della presenza di Filippo in paese, però non fu risolto.

La neve si era disciolta del tutto e una mattina Filippo si affacciò dalla porta dell’osteria, sorseggiando una tazza di caffè. Il suo sguardo si posò sul palazzo di fronte: una giovane donna stendeva il bucato sul terrazzo. Lei, orfana di padre, era a servizio in quella casa che apparteneva a don Gaetano Galeone, signorotto locale e possidente terriero.

Tra lenzuola e biancheria intima, la ragazza cantava una canzone popolana. Filippo stette a sentirla, finì di bere, entrò e dopo pochi secondi ricomparve col violino. Lo posizionò sulla spalla e seguì le note della canzone. I due risero e continuarono la loro opera. La canzone finì. Filippo, incantato la salutò: “Buongiorno!”

La ragazza esitò nel rispondergli e scomparve dietro un lenzuolo che l’avvolse facendola apparire una nuvola. La voce della ragazza attraversò il lenzuolo e giunse fino alle orecchie di Filippo:

“Buongiorno!”

“Sono un violinista… “

La notizia fece subito il giro del paese: il misterioso uomo era violinista e cosa ci faceva a Carosino? Qualcuno propose di farlo interrogare, proprio dalla ragazza delle lenzuola. Nel frattempo, Filippo, tramite informazioni aveva saputo il suo nome: Chiara.

Chiara stette al gioco, d’altronde in paese non succedeva mai niente e quello era un motivo per distrarsi.

Con una scusa banale Chiara scese giù nell’osteria e chiese ad Assunta una cipolla. Filippo comparve nella stanza, allacciandosi la cravatta e le sorrise. Chiara sorrise e arrossì. Filippo si sedette e ordinò il caffè con lo sguardo rivolto a lei. Si guardarono intensamente e fu un tempo interminabile e intenso. Filippo interruppe il silenzio e le fece i complimenti:

“Hai una bella voce, Chiara.”

Chiara si irrigidì ma subito pensò che chiara, era l’aggettivo che aveva usato per la sua voce.

“Ti chiami Chiara, vero?”

Lei si sedette e rimase incredula con la cipolla in mano.

“Come sapete il mio nome?”

Filippo sorseggiò il caffè, fece una lunga pausa, alzò appena lo sguardo e la fissò.

“Me l’ha detto il violino.”

Lei prese coraggio e, di rimando, gli rispose in tono confidenziale:

“È un pettegolo, il tuo violino!”

Risero di gusto e anche Assunta sorrise.

“Vuoi sentire qualcosa?”

“E non lo so, mia madre mi aspetta… “

Lei si alzò e se ne andò. Filippo prese il violino dall’astuccio, uscì fuori e, con maestria ma vista prima, suonò la sonata N. 6 di Paganini. Chiara si fermò e lentamente volse lo sguardo a Filippo che sembrava soffrisse sopra lo strumento. Presa dalla musica, ritornò sui suoi passi e stette assorta a seguire le evoluzioni delle mani su quello che lei definì: soave profumo di rosa.

“Sono un girovago e suono per dare la luce ai ciechi. Mi esibisco in ogni posto che possa apparire un teatro.”

Con la semplicità che caratterizzava le ragazze di paese, Chiara non capì cosa volesse dire Filippo. Lui le tenne le mani e le carezzò:

“L’arte è il mio mestiere e giro per paesi e città. Potrei insegnare anche a te a suonare… “

“Ma io non sono cieca!”

“Sono molti quelli che vedono, ma pochi quelli che osservano e amano ciò che gli appare davanti ai loro occhi.”

Chiara si turbò e abbassò la testa. Filippo, con fare delicato le sollevò il mento e la fissò dritta negli occhi. Un brivido collegò le due anime e l’orologio della chiesa rintoccò mezzogiorno. Chiara si destò dal torpore emozionale e fuggì via.

“Mia madre mi sta aspettando con la cipolla.”

Filippo rise ed entrò nell’osteria. Assunta si asciugò le mani allo strofinaccio e disse a Filippo, che il pranzo sarebbe stato servito alle 13,00.

Altra notizia che fece il giro del paese: “Filippo suonava per i ciechi.”

Anche il sindaco si interessò a lui. Andò a trovarlo all’osteria e davanti a un buon bicchiere di vino si raccontarono. Filippo aveva un carattere non facile e amava smodatamente la sua libertà. Per questo era stato allontanato dall’orchestra del Petruzzelli di Bari ed ora si sentiva spatriato come un uccello che aveva perso la sua rotta. Si trovò a Carosino perché ne aveva sentito parlare da un suo collega, sposato con una donna originaria del posto, da parte dei genitori.

Il sindaco lo invitò al comune, a tenere un miniconcerto. C’era qualcosa che faceva trattenere Filippo a Carosino ed era Chiara. Accettò.

Chiara e Filippo si videro spesso e si piacquero. Lui aveva qualche anno più di lei, ma questo importava poco. L’amore non ha età e in suo nome si fanno mille pazzie.

Si vedevano di nascosto e Chiara non diede più nessuna informazione ai curiosi. Il sindaco sollecitava Filippo a tenere il suo concerto, ma lui cercava sempre di trovare una scusa nuova: non si sentiva pronto o aveva da ultimare un suo componimento scritto apposta per omaggiare il paese che lo aveva adottato.

Chiara si innamorò perdutamente del violinista dei ciechi, in lui vedeva il sole che nasceva ogni giorno. Era attratta dalla sua eleganza, dai suoi modi, dalla sua voce mai alterata e sempre sussurrata come un cinguettio di usignoli.

Il garzone del fornaio s’era invaghito di Chiara, ma capì che le sue speranze erano vane e ritirò la sua proposta di fidanzamento fattele in piazza, mentre lei attingeva acqua dalla fontana. Filippo e Chiara fecero l’amore una domenica che piovigginava; lei aveva intrapreso la strada per andare alla funzione in chiesa, alle 11,00 e lui la inseguì. Si nascosero dentro il granaio del palazzo di don Gaetano Galeone, che Filippo aveva conosciuto per via della musica. Don Gaetano amava le opere di Verdi e si dilettava nel cantarne alcune arie.

Chiara divenne donna e fu dolce e doloroso. Filippo confidò a Chiara che i soldi stavano per terminare e le spese dell’osteria non potevano essere più coperte. Era passato quasi un mese dal suo arrivo e il suo soggiorno non gli aveva prodotto nulla, era intenzionato a partire; le mostrò una lettera che gli era arrivata all’osteria: era una proposta di suoi colleghi che avevano messo su un quartetto di archi a Taranto e lui sarebbe stato il violinista.

“Vieni con me!”

Filippo le prese le mani e le baciò, Chiara rimase inebetita.

“Parto domani, ho avvisato lo chauffeur.”

Dagli occhi di Chiara scesero copiose le lacrime e il granaio fu inondato di singhiozzi e pianto.

“Mia madre ha bisogno di braccia, io sono l’unica ad aiutarla. Non ho un padre e lei è malata.”

Fuggì come se fosse inseguita da un branco di bestie feroci e così non si salutarono e venne la sera.

A tarda ora bussarono alla porta dell’osteria. Assunta in camicia da notte e con il lume a petrolio in mano andò ad aprire, pensando fosse un cliente.

Filippo dormiva e fu svegliato dalla locandiera. Chiara si presentò con un fagotto fatto di stracci e dentro pochi effetti personali.

“Andiamo via adesso, domani ci sarà troppa luce e io mi vergogno.”

Lo chauffeur fu avvisato e partirono per Taranto.

Nove mesi dopo nacque Alfredo e dopo due anni la secondogenita Michela.

Chiara accudiva i figli con tante attenzioni e, se c’era d’alzarsi la notte per assisterli, non si lamentava e lasciava dormire il suo violinista. Non chiese mai a Filippo di sposarla e, anche se in cuor suo era quello che sperava, non ci pensava poi tanto. Si sentiva una signora di gran classe, le bastava e si adattò ben presto alla vita di città. Lei amava alla follia il suo violinista, ma c’era qualcosa di irrisolto fra loro: l’estrazione sociale troppo distante. Filippo la trattava da governante e lei non capiva. L’uomo dai modi garbati e dall’aspetto regale era il suo uomo ed a lui doveva ubbidire.

Arrivò quello che lei non voleva arrivasse mai: la notizia che la madre stava ultimando la vita terrena.

In casa era sola con i due figli, si apprestò e pregò la comare, che abitava nello stesso palazzo, di avvisare Filippo di raggiungerla.

“Ti prego, quando torna Filippo avvisalo, devo andare a Carosino… “

Filippo non si presentò ai funerali, era impegnato nelle prove per il concerto con il quartetto d’archi.

Chiara si scusò per lui con i familiari. Al ritorno a Taranto, il violinista non si fece trovare, era andato via con la comare. I due erano amanti da tempo.

Dagli occhi di Chiara caddero due lacrime che non sarebbero state le ultime.

Lei guardava la luna e pensava che tutto fosse armonia e bellezza, ma aprì gli occhi e vide la crudezza della realtà.

Il violinista dei ciechi scoperchiò la sua anima perversa e giunsero voci che, prima di Chiara aveva avuto un matrimonio a Napoli dal quale erano nati tre figli.

La luce della luna si spense e per salvare l’onore suo e dei figli, dovette sposarsi con un uomo dai modi rozzi e per niente amorevoli che non amò mai.

Dalla loro unione nacque Tonino che si aggiunse ad Alfredo e Michela e tutt’e tre ebbero un cognome bagnato nelle lacrime del disinganno.

È destino dei sognatori vivere una vita di disfatte. (Foto: Cesfor)

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