La mia riflessione prende spunto da un episodio che mi ha colpito: la contestazione organizzata, dai magistrati o almeno da una larga parte, il giorno di maggiore visibilità o particolarmente significativo come l’inaugurazione dell’anno giudiziario.
Protesta non individuale, spontanea ma, bensì progettata e architettata dalla Anm (Associazione Nazionale Magistrati); l’organismo rappresentativo, senza carattere politico, come da sua definizione, che invece, e non penso sia un mistero per nessuno, la vera e concreta opposizione all’esecutivo attualmente al governo del paese.
Non è questo il tema della mia riflessione e non posseggo le competenze e la volontà di entrare valutare o giudicare la riforma.
Il mio pensiero assistendo a queste manifestazioni è stato un altro: possibile che non hanno voluto neppure sentire, non solo ascoltare, hanno negato la loro presenza, non volendo neppure vedere.
L’avevo visto già fare sulli spalti degli stadi di calcio da gruppi di tifosi pilotati e coordinati da organizzazioni ultras, che per dissentire si rifiutavano di vedere i propri giocatori, vietandolo contemporaneamente anche ad altri, mi è sembrato molto strano un simile atteggiamento segnatamente messo in atto da parte di giudici, rappresentanti della magistratura, persone delegate dallo stato per garantire a tutti i cittadini indistintamente uguali diritti e rispetto.
Più che strano, sarebbe meglio definirlo anormale, sconcertante, inspiegabile, inverosimile privo di coerenza soprattutto se, effettuato da magistrati, figure alle dirette dipendenze del Presidente della Repubblica, che negano l’ascolto, non a tutti indistintamente ma, ai soli rappresentanti del governo, membri del parlamento e quindi quelle persone scelte direttamente dai cittadini con la libera espressione di voto, come loro delegati.
Resto perplesso ma, non bisogna meravigliarsi più di tanto nel mondo attuale, nel quale non mi ritrovo per nulla a livello di valori, ideali, educazione e rispetto.
“Rispetto” appunto vuol dire anche “saper ascoltare” indipendentemente dalla propria opinione.
Ascoltare le persone è un bel modo di rapportarsi ed è rispettoso nei confronti, nei riguardi di queste.
Questo è il Rispetto, dal latino “re-spicere”, vedere di nuovo, fermarsi, ascoltare, pensare, riguardare, assistere, avere attenzione, aver cura, preoccuparsi di, indugiare un attimo e andare con lo sguardo oltre, non fermandosi all’apparenza, cercare di capire.
Questo è tutt’altro che facile da trovare, soprattutto al giorno d’oggi, nella “società del rumore”; forse facciamo molto rumore perché non abbiamo voglia di ascoltare; il vero ascolto avviene solo nel silenzio.
Un silenzio che non è solo mancanza di frastuono esterno ma, soprattutto capacità di zittire le voci interiori, o di altri, che distraggono da quello che l’altro di fronte a noi dice.
Per sentire si usa passivamente l’udito, per ascoltare occorre invece l’utilizzo attivo dell’udito e della vista, con la partecipazione del pensiero stimolato dalle nostre sensazioni.
L’ascolto non richiede solo il silenzio, vuole anche la capacità di sentire, non soltanto quello che viene detto ma, anche “come” viene detto.
Spesso il contenuto non è così importante, può contare molto di più il tono.
Come si può classificare allora l’ascolto:
Ascolto dei contenuti: ciò che l’altro dice con le parole (verbale) e di ciò che non dice con il silenzio,
Ascolto come osservazione delle tonalità, di come lo dice (paraverbale),
Ascolto come osservazione degli sguardi, della gestualità (non verbale) di come l’altro si presenta e si muove.
Quali sono ancora gli elementi e le fasi che caratterizzano l’ascolto attivo (promosso dal metodo Gordon):
Prima fase: ascolto passivo.
Seconda fase: accoglimento.
Terza fase: approfondimento.
Questo è quell’ascolto profondo che ci fa sentire rispettati.
Questo è l’ascolto che è direttamente collegato al rispetto; in pratica vuol dire dare agli altri lo spazio a cui hanno diritto.
Perché noi spesso questo spazio non lo diamo. Ma inzitutto, ed è diventato naturale, istintivo, giudicare.
Giudicare spesso non ci costa nulla, ed è facilissimo, non solo: ci dà anche un senso di superiorità: perché se giudichiamo ci mettiamo al di sopra di chi stiamo giudicando.
In definitiva invece occorre e basterebbe una educazione di base solida che consenta di dare, offrire ascolto e rispetto a tutte le persone civili e che rispettano le leggi della nostra Repubblica, a maggior ragione se questo rientra nei compiti istituzionali per i quali siamo stati nominati.
In tutti i casi l’esempio è sempre la migliore forma di insegnamento, soprattutto in un momento di crisi, di carenza di modelli e quanto si è visto sicuramente non è stato molto “educativo”.
Quello a cui abbiamo assistito non è sicuramente un “modello” per tutti i cittadini Italiani o almeno per quelli che credono ancora nelle istituzioni e che oltre le leggi dello stato, seguono ancora gli insegnamenti e l’educazione e che hanno ricevuto e non rispondono alle logiche non solo politiche ma, di partito.
