Le università telematiche sono nate con un obiettivo importante: offrire l’opportunità a studentesse e studenti impossibilitati a frequentare i corsi tradizionali e quindi a conseguire il relativo titolo universitario: perché lavoratori, oppure perché residenti in regioni sprovviste di sedi.
È evidente che le università online nascono proprio per intercettare studenti che non hanno altre scelte, perché sarebbe necessaria la presenza di un ateneo pubblico per soddisfare questo bisogno, o offrire lezioni fuori orario convenzionali o festività, in realtà oggi quasi uno studente su quattro è under 23 o è residente in una provincia in cui insiste un ateneo fisico quindi, non una esigenza ma una scelta.
Perché allora. attraggono tanti giovani?
Le rette vanno dai 1.500 ai 7.000 euro all’anno quindi comunque economica per chi vive lontano dalle città con sedi universitarie tenuto conto delle spese di vitto e alloggio.
Ma spesso diventa importante, fondamentale e sicuramente valutata dagli studenti è il fatto non ci sono test di ingresso, numeri chiusi o programmati e gli appelli sono numerosi e flessibili.
Altro dato fondamentale è che alle telematiche è più facile laurearsi velocemente.
Il 44,8% ottiene la laurea triennale nella durata prevista, cioè non va fuori corso, contro il 37,8% dei laureati negli atenei tradizionali.
Le università online nascono nel 2003, con un decreto consente di svolgere in presenza solo gli esami di profitto e la discussione della tesi, e vengono tutti abilitati a rilasciare titoli equivalenti a quelli delle università tradizionali.
Dal 2019, su parere favorevole del Consiglio di Stato, queste università possono acquisire la forma di società di capitale, diventando così delle vere e proprie imprese.
Ma come funzionano questi 11 atenei, come preparano, chi li controlla, chi li valuta (visto che il titolo è equipollente cioè vale tanto quanto quello di una università in presenza).
Oggi l’11,8 per cento degli universitari frequenta uno degli undici atenei riconosciuti dal ministero dell’Università e della Ricerca che erogano corsi in modalità e-learning, con l’obbligo come abbiamo detto di svolgere in presenza solo gli esami di profitto, ma qui iniziano i primi dubbi e la discussione della tesi.
Attualmente sono undici, tutte di diritto privato: (su 97 totali, di cui 76 pubbliche e il resto private), con 149 corsi di laurea anche magistrale (soprattutto in discipline umanistiche), e richiamano ben 224.000 studenti (erano 44.000 dieci anni fa) sui poco meno di due milioni totali del sistema universitario.
Come si spiega questo exploit che ormai rappresenta più del 10% della popolazione universitaria italiana?
Le università telematiche sono letteralmente esplose, mentre negli 86 atenei tradizionali dall’anno accademico sempre in 10 anni il numero totale degli iscritti alle università nel nostro Paese è cresciuto solo del 10%, pari a 182.473 unità.
Caso a parte i due anni del Covid pandemia in cui nelle università statali tradizionali il numero di studenti è diminuito di ben 19 mila unità, gli atenei telematici che hanno fatto incetta di iscritti o immatricolati crescendo del 410%.
A crescere anche, come si evince dall’ultimo report redatto dall’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca), è stata l’offerta formativa delle università online che in dieci anni è più che raddoppiata, aumentando del 112% il numero dei corsi offerti, principalmente nelle aree economica, giuridica, sociale e per le discipline Stem.
Escluse le facoltà che prevedono attività obbligatoria in presenza come medicina, veterinaria e scienze della formazione primaria, nelle telematiche ormai ci si può laureare in tutte le discipline.
A non aumentare o a non crescere abbastanza, nelle università telematiche, negli ultimi dieci anni, sono stati i docenti in servizio .
Uno squilibro enorme che non si riflette solo sulla qualità dell’insegnamento, ma anche sulla possibilità per i docenti di seguire gli studenti e interagire con loro.
Infatti, il numero dei docenti è bassissimo, l’ultimo rapporto Anvur indica per le università telematiche un rapporto medio studenti-professore di 384,8 a 1 cioè un docente ogni 385 studenti.
Nelle università pubbliche il rapporto è di 28,5 (comunque poco rispetto alla media europea che è di 1 a 14,3).
Nel 2022, nella maggiore università telematica (novantamila studenti, di fatto il secondo ateneo del Paese dopo la Sapienza di Roma), i docenti erano solo 401, dei quali 335 (l’83,5%) a contratto.
I professori a pieno titolo, erano solo 5 ordinari e 37 associati, con la presenza, quindi, di un numero enorme di insegnanti precari,
Risparmiando su stipendi e numero di docenti gli atenei online, proprio perché profit, fanno concorrenza sleale agli atenei tradizionali, il sistema oltre all’effettiva libertà didattica e rivolto essenzialmente ad attirare e “soddisfare” le richieste di studenti-clienti.
Non da ultimo, è stato segnalato anche dai sindacati, che c’è inoltre un dumping al ribasso nelle condizioni di lavoro, nella precarietà di chi lavora e questo sia nelle vesti di personale docente che in quello di tecnico amministrativo.
Non si possono chiudere gli occhi di fronte a tutto ciò per il bene degli studenti, della cultura, della preparazione e in futuro degli impatti con il mondo lavoro e delle professioni perché tutto ciò contribuisce contemporaneamente e consistentemente all’abbassamento generale della qualità dell’insegnamento.
Con la scusa di garantire il diritto allo studio, il sapere finisce nelle mani dei privati e questo diventa problema quando va a scapito della qualità, la cultura diventa un mero business, una specie di hard discount.
Questa non è una battaglia ideologica contro l’imprenditoria privata, ma di un dato di fatto: che il livello dell’insegnamento e della qualità del servizio offerta sia più basso, lo testimoniano gli studenti che le hanno frequentate, i docenti che hanno tenuto corsi, l’hanno dimostrato molte inchieste giornalistiche, ma soprattutto i più importanti, perché basati su riscontri e metriche precise, sono i giudizi espressi dall’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur).
Solo un ateneo telematico, l’Università telematica internazionale Uninettuno, ha ottenuto un giudizio di accreditamento periodico «pienamente soddisfacente», 8 atenei hanno avuto un giudizio sufficiente definito «soddisfacente», mentre due, Leonardo da Vinci e Italian University Line, un giudizio «condizionato»
cioè una valutazione che per diventare sufficiente richiede l’adempimento di alcune condizioni nel periodo successivo, un accreditamento temporaneo «vincolato alla risoluzione delle criticità riscontrate», infine la Italian University Line è dal 2018 che viene rimandata.
Decisamente più alti i risultati e i giudizi ottenuti dalle 80 università tradizionali nello stesso rapporto.
Antonio Felice Uricchio, presidente dell’Anvur, già rettore dell’università di Bari, ha chiarito che per definire la qualità degli atenei vengono verificate l’offerta formativa, la didattica, la ricerca, le policy di gestione, la sostenibilità economico-finanziaria, un processo di valutazione molto articolato che tiene conto anche delle regole e linee guida europee.
Il presidente Anvur ha ancora affermato che da quando l’Agenzia esiste, nessuna nuova università telematica è stata abilitata, sebbene le richieste arrivate siano numerose e inoltre che garantire il diritto allo studio significa offrire servizi agli studenti, come trasporti e alloggi a prezzi accessibili, e che questo non dipende dallo strumento con cui si eroga l’attività formativa e non può tradursi nel costringere gli studenti, con un Isee basso, a frequentare i corsi online perché senza altra possibilità di scegliere.
Le università telematiche devono servire ad aiutare chi lavora a migliorare la propria preparazione, non possono essere la soluzione facile per aumentare il numero dei laureati nel Paese, permettendo allo Stato di risparmiare e non affrontare la grave crisi che investe la qualità della formazione e lasciando contemporaneamente, in mano ai privati, un business che grava sulle spalle degli studenti.
La mia personale opinione su questo processo è che a molti studenti e genitori, della qualità poco importa, l’importante è raggiungere l’obiettivo e se possibile nel minor tempo.
L’università non è un “esamificio” (termine usato già nel 1989 da Beniamino Placido) bensì un luogo fisico di aggregazione e di accrescimento intellettivo e culturale, un’istituzione da difendere e incentivare.
Diventa esamificio quando in un approccio molto comune e diffuso, l’unico obiettivo è laurearsi a qualunque costo senza preoccuparsi di quello che si impara.
Il massimo risultato con il minimo sforzo: non si frequentano le lezioni, si spinge per avere più appelli possibile a cui ci si presenta non preparati tanto fino alla fine, si affrontano gli esami non in un ordine logico ma, cercando di dare prima i più facili e lasciando per ultimi i fondamentali di base, infine ci si lamenta se in questo modo il corso di laurea, non formi non prepari.
Dal punto di vista della logistica, basta fare una ricerca su internet delle sedi delocalizzate di questi atenei per scoprire che sono uffici o anche aule ma, prestate, affittate o noleggiate da altri istituti o organizzazioni o in promiscuità con scuole superiori o licei di recupero anni.
Se isoli i ragazzi nelle loro camerette senza la possibilità di frequentare professori e coetanei, non produci quel percorso di crescita che è alla base della comunità universitaria.
Subito dopo il Covid gli atenei tradizionali si sono impegnati per fare tornare la formazione in presenza, convinti che l’università non possa essere «solo didattica, ma sia fatta di aule, laboratori, corsie degli ospedali, la socialità nelle biblioteche e nei luoghi di svago è un valore che caratterizza un ateneo».
Pegaso è tra gli atenei online ma, non è il solo, che per tutto l’anno accademico 2023-24 ha effettuato esami online, non previsti dalla legge e in violazione delle linee guida del Mur, infatti la procedura di fare esami online non è più possibile dopo la fine dello stato di emergenza, e cioè dal 30 marzo 2022.
Atenei che pur essendo aziende private si spartiscono ogni anno in media 2 milioni di euro di contributi pubblici.
Dal 2021, lo Stato paga il 50% dei costi ai dipendenti pubblici che si iscrivono all’università e sembrerebbe che si voglia estendere questa agevolazione anche riguardo gli atenei telematici.
Insomma, almeno finora, c’è un occhio di riguardo per questi atenei da parte della politica che mina ulteriormente la loro credibilità e trasparenza.
Il presidente della Multiversity Spa, una specie di multinazionale del sapere (primo gruppo in Italia e il secondo in Europa nel settore dell’istruzione e della formazione, di proprietà del fondo britannico Cvc Capital Partners con sede legale in Lussemburgo, che ingloba Pegaso, San Raffaele (fondata dal re delle cliniche Antonio Angelucci e poi venduta) e Mercatorum ) è l’ex presidente della Camera Luciano Violante.
Nella Ue l’Italia è il Paese che ha il numero più alto di atenei online e tutti privati.
Seconda la Spagna con 6 università e oltre 300 mila studenti, servendo una enorme utenza sudamericana.
In Germania la didattica online è invece dominata dalla Fernuniversität di Hagen, istituto pubblico con oltre 70 mila studenti.
Secondo il portale Statista il giro d’affari nella Ue quest’anno raggiungerà 3,8 miliardi di euro, di cui 850 milioni solo nel nostro Paese.
Il modello è importato dagli Stati Uniti dove, secondo il National Centre for Education Statistics, 3.894 college offrono programmi completamente a distanza.
La differenza essenziale è che negli Usa la laurea non ha nessun valore legale: a contare non è il titolo in sé, ma «quale» università ti ha conferito quel titolo.
Sul valore legale del titolo in Italia si stanno anche aprendo dibattiti, pareri e discussioni.
Il rettore dell’Università Bocconi Francesco Billari afferma che «Per migliorare davvero la qualità degli atenei si cominci ad abolire il valore legale del titolo di studio così tutte le università, tradizionali e telematiche, saranno spinte a migliorare e competere tra loro».
Il titolo legale significa che in un concorso pubblico il titolo conseguito per esempio all’Università di Bologna vale tanto quanto quello conseguito alla Guglielmo Marconi, quello conseguito alla Italian University Line vale tanto quanto quello ottenuto frequentando in presenza alla Bocconi o alla Luiss.
Ancora: stanno proliferando nuovi sistemi “ibridi”, come quelli dell’università Link di Malta (più volte oggetto di polemiche e indagini negli anni) che è nominalmente in presenza, ma che sfrutta le possibilità delle procedure telematiche: per esempio con gli esami nelle distaccate e la commissione che in parte può non essere in presenza.
Questa estensione delle norme previste per i corsi a distanza agli esami di corsi in presenza è indebita ma, si corre il rischio che queste modalità distorte, vengano importate e trasferire in tutto il sistema universitario, in una logica competitiva che mira solo all’acquisizione di nuovi immatricolati.
La possibilità di costituire università profit ha creato una situazione che rischia di andare fuori controllo e di coinvolgere, nelle logiche di mercato che stanno trionfando, l’intero sistema universitario e agli atenei in presenza.
Questo cambiamento quantitativo, quando raggiunge queste dimensioni, rischia di diventare qualitativo, il rischio serio è questa logica porterebbe ancora più rapidamente alla disgregazione e svalutazione dei titoli di studio.
L’allora ministro Ruberti nel suo disegno di legge del 1991 aveva indicato che “l’università non dovrebbe essere for profit”, tuttavia, poiché la situazione è questa servono regole che governino il sistema, e sempre maggiore attenzione e controllo altrimenti si rischia un rapido decadimento.
Il Ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, ha firmato un decreto che ridefinisce le linee guida per l’offerta formativa a distanza nelle università italiane.
Questo provvedimento mira a garantire standard qualitativi elevati per la didattica online, promuovendo nel contempo l’innovazione e valorizzando le nuove tecnologie nel sistema universitario
La mia opinione personale è che mi sembra comunque “strana” un’università, che impartisce solamente lezioni on-line e che non ha né laboratori né libri.
Una università in cui gli studenti che si laureano in ingegneria non hanno mai avuto esperienze dirette in un cantiere, quelli che si laureano in chimica non hanno mai utilizzato microscopi e i laureati in lettere avranno letto solamente slide invece che libri veri.
Buona riflessione
Roberto Kudlicka
