Riflettevo come sembra più importante la forma che il contenuto, le parole rispetto alle azioni, apparire più che essere, e questo fenomeno lo osservo in crescita esponenziale.
Recentemente, ho letto svariate, notizie riguardanti lo stesso soggetto giuridico istituzionale: l’Università degli studi di Bari Aldo Moro che mi offrono spunto per questa riflessione.
L’ateneo barese, proprio recentemente, ha festeggiato con luci e concerti il suo primo secolo di vita con i doverosi e legittimi festeggiamenti, purtroppo è salita, anche nuovamente, agli onori della cronaca per un’altra vicenda, a mio parere di estrema gravità, si è concluso con una condanna a 5 anni di reclusione il primo grado di giudizio che vede coinvolto un docente, professore ordinario, titolare di cattedra per il reato di “induzione indebita” (soldi in cambio di qualcosa) mentre l’altro capo di imputazione da “violenza sessuale” è stato derubricato a “tentata violenza” per cui è andato prescritto a carico di una studentessa per l’esame di “diritto civile”.
Lo stesso docente era stato coinvolto anni fa, in un altro caso molto simile sempre ai danni di una studentessa di giurisprudenza questa volta per l’esame di “diritto privato” anche in questo caso il reato, sempre su base sessuale, è andato prescritto tra le more di rinvii e richieste di archiviazione.
Esplicito un mio pensiero: questo professore è talmente sfortunato che due studentesse in tempi diversi si inventano tutte queste storie per cercare di incastrarlo?
Poi penso possibile che, se invece fosse tutto vero, nessuno sapeva nulla, o si sia accorto di nulla in tutti questi 10 anni: studenti, colleghi, dirigenti, personale e non abbia detto nulla, riferito, denunciato?
Non spetta a me giudicare e non lo voglio fare.
Lungi da me neppure fare il sermone o pontificare in un senso o nell’altro, non mi interessa.
Però è innegabile che tutto ciò fa pensare!
Poi leggo che un altro docente, questa volta non titolare di cattedra ma, un cultore della materia del corso di una lezione di “bioetica”, per la Scuola di Medicina, tenutasi online ha pubblicato (facendo scorrere una presentazione e commentando) alcune slide che contenevano messaggi o affermazioni sessiste o comunque lesive della parità di genere.
In questo caso la denuncia dell’accaduto è stata sporta da una associazione studentesca, attraverso una nota recapitata al Presidente della Scuola di Medicina.
In questo caso il Rettore ha, nelle more di definitive determinazioni e da un esame delle slide, “spiccato un provvedimento di sospensione da qualsiasi incarico di didattica e di ricerca contro il docente medesimo”.
Il docente nel frattempo, a sua difesa, ha dichiarato che la sua presentazione si basava su bibliografia scientifica.
Anche in questo caso non giudico, non entro nel merito.
Leggo ancora su parecchi giornali che l’Università di Bari, Senato accademico e Consiglio di amministrazione ha approvato le “Linee guida per l’adozione di un linguaggio ampio rispettoso delle differenze” al fine di «rispettare le differenze di genere» stilate dal “Centro interdipartimentale di studi sulle culture di genere”.
Già numerosi altri atenei in Italia si erano mossi in tal senso; emblematico, a mio parere, il caso dell’ateneo di Trento il cui Rettore afferma che: “per rendere tutto più fluido e per mantenere la questione all’attenzione degli organi di governo si è deciso di usare esclusivamente il genere femminile anche, se il soggetto è di sesso maschile”.
Resto sbigottito, allora io per stare attento e rispettoso nei confronti delle donne devo coniugare tutto al femminile, diversamente non è la mia cultura ed educazione a portarmi a farlo.
Boh…Anche questo mi fa pensare…
Quindi Rettrice, Decana, Segretaria uguale per entrambi i generi!
L’ateneo barese invece, da quello che ho appreso intende ridurre l’uso del “maschile sovra-esteso” o “non marcato” cioè usare utilizzare il maschile per entrambi i generi.
Ho letto che in questo elenco di parole “consigliate” pare ci siano anche modi di dire o di espressioni che fino ad oggi erano nel linguaggio comune, tipo: “buongiorno a tutti”, “diritti dell’uomo”.
Le linee programmatiche del Gender Equality Plan e del lavoro nell’organo del Cug (Comitato unico di Garanzia per le pari opportunità) invitano ancora ad utilizzare pronomi e aggettivi relativi e indefiniti, termini collettivi, strutture impersonali e prediligere perifrasi neutre.
Nel 2024 Uniba ha ricevuto il premio come pioniera dell’uguaglianza di genere a livello internazionale dalla Notte dei ricercatori del Mediterraneo nell’ambito dell’iniziativa Gender Equality Pioneers, assieme ad altre due università in Spagna e in Portogallo ed è la prima ad avviare il Dottorato nazionale in Gender Studies.
È mia opinione personale che le donne vadano rispettate indipendentemente dalla ‘a’ finale ma, siccome in giro ci sono tanti, e c’è ne sono, che non la pensano così, ben venga questa iniziativa.
Io però aggiungo che non è necessario neppure estremizzare questi concetti, in quanto a mio parere, le “comunicazioni sessiste” sono di altro tipo e tenore e l’educazione e la cultura dovrebbero già di loro…
Estremizzare, a mio parere, in ogni campo non gioca mai alla causa, il “politicamente corretto” portato alla esasperazione come la cultura “woke” porta ad integralismi del linguaggio inclusivo del tipo gli “asterischi” e dello “schwa”, che tra l’altro non sono, almeno ancora, attuabili concretamente sui dispositivi elettronici hardware o sui software.
L’inclusione non si ottiene così, il mantra deve essere: rispettare le differenze di genere e la sessualità altrui ma, non a discapito del buonsenso.
Più che attenti alla singola declinazione della parola, è necessario essere attenti alle vere necessità e diritti come: rispetto, considerazione ed educazione per tutti e nei riguardi di tutti.
Tornando al caso del docente sospeso nella motivazione ho letto che il Magnifico ha preso, al momento, questa decisione sulla base che le frasi espresse contravvengono ai principi fondamentali enunciati dal “Codice Etico dell’Università” e, più in particolare, a quelli di eguaglianza e non discriminazione”.
Perfetto! Difatti l’Università di Bari, come molti altri soggetti pubblici e privati, ha adottato, sia pure dopo numerosi scandali sollevatisi relativamente ai casi di assunzione – anche noti come “Parentopoli”- un “Codice Etico” tra i cui principi fondamentali figurano: integrità morale, correttezza oltre che ovviamente onestà, trasparenza e obiettività da applicare a tutti senza eccezioni e cavilli, aggiungo per tempo, realizzando un controllo maggiore sull’operato di tutti.
Ovvio non voglio dare consigli o suggerimenti di nessun tipo, però mi sembra il caso di non fermarsi solo alle parole.
Come ultima nota osservavo che comunque tutti i Rettori dell’università di Bari, da sempre, sono stati di genere maschile, come anche tutti i direttori amministrativi e generali.
Dall’elenco dei candidati per le future elezioni deduco sarà così anche per i prossimi sei anni, ovviamente si può eccepire che la candidatura era libera e soggettiva e aperta a entrambi i generi.
Ok! Però…
Buona riflessione
Roberto Kudlicka
