Il racconto: “La Pecorella”

Tratto da “I Santi Protettori” di Arcangelo Conzo e Floriano Cartanì

 

 

 

 

“Pierì tengu nu pinzieri”

(Pierino ho un pensiero.)

“Cce pinzieri mest’Andò?”

(Che pensiero maestro Antonio?)

“La Matonna ti Carusinu.”

(La Madonna di Carosino.)

“T’agghiù capitu mest’ Andò!”

(Ho capito mastro Antonio!)

“Amà ggiustà lu cappellone ti la Matonna.”

(Dobbiamo ristrutturare il cappellone della Madonna.)

“Mest’Andò ncì volunu li soldi.”

(Mastro Antonio ci vogliono soldi.)

“Pierì ticimulu puru a Ntuninu Pugliese.”

(Pierino diciamolo anche ad Antonio Pugliese.)

“E ce po’ ffà cchiù ti nui, iddu?”

(Cosa può fare più di noi, lui?)

“Tutt’e tre giramu lu paisu. La Matonna sapi edda comu am’ha ffà.”

(Tutti e tre giriamo per il paese. La Madonna sa come dobbiamo fare.)

“Mest’Andò è nu cranni sacrificiu però l’ama ffà!”

(Mastro Antonio è un grande sacrificio, ma lo dobbia-mo fare.)

“Scià parlamu cu lu previti.”

(Andiamo a parlare col parroco.)

Antonio Conzo (falegname), Pietro Manigrasso (Pie-rinolu fotografo), fotografo originario di Taranto, ma carosinese d’adozione perché sposato e residente a Caro-sino e Antonio Pugliese (falegname) iniziarono a fanta-sticare su come e su quando il cappellone della Madonna di Carosino, sarebbe stato pronto, per farlo risplendere di nuova luce.

La cappella, già esistente nella chiesa, ospitava in una nicchia sulla sinistra l’immagine a tutto tondo della Ma-donna, e sulla destra la statua del Cuore di Gesù.

Era spoglia di qualsiasi abbellimento che desse risalto alla sua venerazione viva nei cuori dei carosinesi e di tutti i paesi limitrofi, compresi i tanti tarantini che nei giorni di Pasqua e Pasquetta venivano ad onorarla per i tanti mira-coli fatti, nel corso dei secoli.

Intorno alla figura della Madonna si tramanda oral-mente una leggenda, che si perde nella notte dei tempi.

Fortunato, sordomuto, pascolando col gregge giunse dove ora sorge la chiesa Madre di Carosino dedicata alla Madonna delle Grazie. La Madonna gli chiese di far edificare una cappella in suo onore, proprio là dove gli era apparsa. Il sordomuto acquistò la favella e l’udito e, preso dalla smania di toccare colei che gli aveva fatto il miracolo, si mise a togliere un rovo riempito di spine che nascondeva una grossa pietra, sulla quale era dipinta l’effige della Madonna nell’atteggiamento di allattare Gesù bambino. Tornato al paese, (Citigliano, Citrignano o Cirigliano il nome non è chiaro), avvertì la gente di quello che aveva visto e sentito e, in pochi anni, fu edificata la cappella dedicata alla Madonna.

I tre presero a cuore l’idea di ristrutturare la cappella e non pensarono più se ce l’avrebbero fatta oppure no.

Intestarditi o forse ispirati dalla devozione che porta-vano alla Madonna, ne parlarono all’allora parroco don Cosimo De Siati, il quale non nascose titubanze e riser-ve. Si giunse alla conclusione che non sarebbe stata un’impresa facile, ma comunque non impossibile. Trovare i finanziamenti era la prima cosa da fare e si pensò dove andare a bussare: commercianti di vini o comunque gente che potesse affrontare le spese.

Senza scomodare nessuno, si decise di girare il paese per fare una questua e per raccogliere: ferro vecchio, bot-tiglie di vetro e cartone da poter rivendere. Le tante botti-glie furono ammassate in una stanza dello stabilimento vitivinicolo di proprietà di “patrumu Pascalinu ti fuchet-ta” (Pasquale Pastore) in via Cavour (strada per il cimi-tero)

Il trasporto di queste raccolte fu affidato a Cesarino D’Elia, (Camionista), il quale per onore alla Madonna e all’amicizia che lo legava ai tre fautori del progetto: “Cappellone ti la Matonna” non pretese nessun compen-so. Mest’Antoniu, Pierino e Ntuninu Pugliese si presen-tarono in tutte le case e nessuno rifiutò la loro richiesta. Ognuno promise di devolvere una parte dello stipendio e alla fine di ogni mese i loro nomi venivano scritti sopra un quaderno con la foderina nera.

Nelle mani di mest’Antonio giunse, qualche anno pri-ma che il suo pensiero si focalizzasse su quello che in se-guito fu realizzato, una cartolina dei primi anni del 1900 sulla quale c’era raffigurata la scena dell’apparizione della Madonna a Fortunato.

In realtà la cartolina non era altro che la foto di un dipinto su carta o tela, di datazione ignota, che era posto al centro, in alto della navata centrale (tra la Madonna del Rosario e il Crocifisso) della chiesa Madre, del quale si erano perse le tracce. Sul retro c’erano notizie riguardanti il paese d’origine di Fortunato. Si parla di Citigliano, pae-se fondato erroneamente dagli albanesi provenienti da Carone; forse più propriamente da Corone, abitata da greci-albanesi di fede Ortodossa.

Con i primi soldi e il benestare del prete iniziarono i lavori. Si decise di rivestire l’intero cappellone con marmi pregiati provenienti dalle cave di Carrara e mest’Antoniu si mise in viaggio per andare a toccare con mano e a contrattare direttamente con i fornitori. Un mastro pia-strellista posatore (il signor Pietro), proveniente da Car-rara, fu ospitato nelle case dei tre amici e i lavori proce-dettero a ritmo spedito. La cittadina contribuiva con gli oboli e la vendita dei materiali di scarto andava bene.

Mest’Antoniu, dopo aver dipinto la scena del fondale, (che oggi per effetto di giochi di prestigio, non reca più la sua firma), si rimise in viaggio, destinazione Ortisei, pa-tria delle sculture in legno.

Portò con sé una gigantografia della cartolina raffigu-rante l’apparizione della Madonna, fatta dalle mani es-perte di Pierino. Il mastro scultore esaminò la foto, la girò tra le mani, emise un sospiro e sorrise:

“Sì, l’opera si può fare!”

“La Madonna deve essere posta in alto, il pastorello deve avere lo sguardo pieno di stupore e le pecore al pascolo.”

Le statue in legno di cirmolo dipinto arrivarono alcuni giorni prima dell’inaugurazione della cappella nella botte-ga di mest’Antoniu (mio padre), la quale si riempì di bel-lezza indicibile.

Ho ancora negli occhi quella bellezza, avevo poco più di due anni e desiderai ardentemente una delle tante pe-corelle scolpite, la più piccola, la più vera, come vero era stato il lavoro immane dei tre amici che avevano avuto un sogno e quel sogno era stato realizzato con sacrifici e devozione.

Abbracciavo la pecorella ed era mia e nessuno poteva portarmela via. Quando lasciò la mia casa per raggiun-gere quella che sarebbe stata la sua destinazione defi-nitiva (Il cappellone della Madonna), feci un gran pianto che, ancora oggi a distanza di molti anni mi è rimasto dentro.

 

[responsivevoice_button buttontext="Leggi articolo" voice="Italian Female"]

News dal Network

Promo