Il racconto, tratto da “Fumé – Il volo della luna in penombra” di Arcangelo Conzo

Emilio si mise alla finestra e dai vetri fumé la vita impazzava sulla strada cosparsa di coriandoli e stelle filanti di tutti i colori. Maschere, carri e trombette strombazzavano lungo il loro percorso di sfilata allegorica. Fra tanto baccano e finzione riconobbe Fausto, un tempo amico, col quale aveva condiviso sogni e delusioni. Fausto rideva e si muoveva nel costume di Pagliaccio, a lui congeniale. Si stropicciò gli occhi e guardò l’orologio a pendolo. Stranamente era fermo alle 23,59. Aprì la finestra e il sole si precipitò ad entrare nella stanza, illuminandola di luce intensissima. L’orologio fermo e il sole non avevano niente in comune. Cosa stava capitando? Nel frattempo, i carri continuavano a passare sotto la sua finestra e le maschere ballavano e lanciavano sacchetti interi, pieni di coriandoli.

Urlò ad un passante, chiedendogli l’ora:

“Oggi gli orologi sono fermi!”

Gli buttò in faccia una manciata di coriandoli e proseguì. Una donna, vestita con abito da suora dal quale fuoriusciva la coscia da un lungo spacco, lo invitò a seguirli. Emilio, ancora in pigiama, non esitò: chiuse la finestra e si affrettò sulla strada.

Una volta fuori lo accolse la notte e un barbone mezzo ubriaco che rovistava nei cassonetti. L’uomo si girò e gli chiese una sigaretta. Emilio notò che sul naso aveva una pallina rossa da pagliaccio.

Non si scompose e rientrò. Pensò che i vetri offuscati gli avessero disturbato la visuale e che, forse, tutto quello che gli era apparso fuori dalla finestra, lo aveva visto solo lui. Il fumé dei vetri lo aveva ingannato.

Arcangelo Conzo

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