Il racconto. “Maschera d’oro”, tratto da “Pegni D’Amore” di Arcangelo Conzo

Gli ultimi sberleffi e la scena si concluse nell’applauso e nelle risate a crepapelle del pubblico. Costante chiamò a sé gli altri interpreti, si tolse la maschera nera di cartapesta e l’inchino pose il punto alla commedia. Costante era il capocomico di una compagnia di teatro vagante, che si muoveva col carrozzone per borghi e Corti. Dopo la rappresentazione del capitano Scaramouche, replicato tante volte, entrò nel carrozzone, si sedette alla poltrona imbottita in velluto, si tolse la maschera con l’enorme nasone, il cappellaccio piumato e si pulì gli ultimi residui di farina dalla faccia, resa pallida per ragioni di canovaccio. Nel buio del carrozzone, comparve una giovane donna, vestita miseramente.
“Mi scusi messere!”Costante si voltò e, dall’ombra della luce di una candela, notò il volto della donna, celata da una maschera di cartapesta color oro e una bellezza per niente ostentata. “Da dove sei entrata?”“Scaramouche è spaccone, donnaiolo ed esibisce beffardamente il… “Costante si toccò la protesi di cuoio che aveva sul basso ventre, che evidenziava la sua virilità scenica.“Sei venuta per dirmi questo?”“Messere, il suo costume non mi piace affatto.”Costante indossò la maschera e si mostrò alla luce. La donna arrossì e fece per andare. La fermò, le avvicinò la candela al viso e la sfiorò col dorso della mano.”“È solo finzione scenica.”“Mi chiamo Emerenziana è penso che nulla viene dal caso, messere.”“Beh, e che vuoi dire?”
Emerenziana lo lasciò e corse via. Costante si turbò: il suo orgoglio era stato ferito e non fece nulla per fermarla. I suoi sberleffi, le sue moine, il suo fare da gradasso dov’erano finiti? Goffamente si mosse nel carrozzone e l’inseguì. 
Scostò il telo che ostruiva l’entrata e non la vide più.
“Dov’è finita quella donna?” 
Nessuno seppe dargli risposta. Con un balzo saltò giù e si fece largo tra gli attori che, con un’alzata di spalle, ripresero ad arrotolare i teli delle scene. 
Guardò a destra e a sinistra, ma di Emerenziana nemmeno l’ombra. Urlò e tutti sobbalzarono.
“Quella femmina mi ha insultato. Chi l’ha mandata?” 
Il sole calava visibilmente e la sera produceva versi di animali che tornavano nelle stalle. Costante si vide circondato da un gregge di pecore che ritornavano all’ovile. Il cane lupo che le sorvegliava, vedendolo così conciato lo puntò e lo bloccò sulla scaletta che portava nel carrozzone. “Vai via cagnaccio!” 
La sua espressione, verosimilmente uguale a quella della maschera che interpretava, di colpo perse la sua tracotanza e se la fece sotto per la paura. Gran risate degli attori e gran disordine. Alcuni spettatori, che avevano assistito al suo spettacolo, si riunirono intorno alle pecore e ci fu una bolgia di risate e sfottò. Scaramouche cadde nel ridicolo e Costante andò su tutte le furie. In lontananza comparve la figura di Emerenziana, lui ruzzolò sui gradini e sbiancò. Si ricordò di avere la maschera e se la sfilò. Il cane si ammansì, le pecore ripresero la loro strada e il pubblicò si diradò. Emerenziana restò imperturbabile a guardarlo. Lui urlò:
“Cosa vuoi da me?”
Tutti si fermarono, il mondo si fermò. Nelle sue vene un fiume gelido percorse il corpo, fino a farlo diventare di ghiaccio. Emerenziana si avvicinò ad un palmo da lui e lo fissò brevemente negli occhi.Intercorse tra loro una distanza lunghissima carica di interrogativi. Lei senza proferire parola si voltò, sgusciò e fece perdere la sua figura nell’ombra della sera. Costante si precipitò all’interno del carrozzone e andò a mettersi ad un angolo, nel buio. 
Lo colse l’affanno e sentì salirgli il sangue alla testa. L’ira s’impossessò del suo essere e incominciò a buttare i vestiti di scena per terra. 
Nelle mani gliene rimase uno di donna. Lo esaminò attentamente e notò all’interno della fodera una data ricamata col filo in oro. Il tempo capovolse le ore e ridusse gli spazi. Emerenziana era la coscienza che si ribellava dentro di sé e una serie di emozioni affiorarono dagli abissi torturandogli l’anima.“Oh, Dio!”
Nel cadere pesantemente sulla poltrona, sbatté la testa alla spalliera, procurandogli un bozzo. Guardò fissamente la maschera, trovando un punto dove poter porre il suo sguardo, ma bruciava di vergogna nelle sue mani e la lasciò cadere.
“Non è possibile!”Il bardotto, che trainava da una decina d’anni il carrozzone della compagnia d’arte teatrale di Costante, nitrì e ficcò la testa nella bisaccia piena di biada. Nel carrozzone si presentò Fabiana, la sua donna, con un piatto di minestra fumante. Lo porse, ma lui lo rifiutò.“Vai via!”“Cos’hai?”“Lasciami in pace!”“Che ti ho fatto?”“Non farmelo ripetere.”“Va bene! Se ti va possiamo parlarne.”“Parlarne? Cosa vuoi sapere tu?”“Se posso aiutarti.”
Costante ebbe un senso di ripulsione verso la donna ma nello stesso tempo voleva conforto. Il suo fare da gradasso non le permetteva di cedere al pianto, lo avrebbe fatto volentieri. Avrebbe pianto sul grembo della donna che lo seguiva nel suo girovagare da parecchi anni e divideva con lui gioie e dolori di una vita che si trascinava sulle strade infangate degli inverni e infuocate e aride delle estati.Fabiana lasciò il piatto sul tavolino, gli fece una carezza e andò per uscire. Costante a testa bassa la fermò.“Nemmeno tu hai visto quella donna?” “Anche se l’avessi vista… “
Fabiana scivolò giù dal carrozzone e lo lasciò immerso nelle sue riflessioni. Sapeva che dopo ogni spettacolo aveva bisogno di riprendersi la vita e tornare nel reale. Ma questa volta c’era qualcosa in più. Riprese il vestito con la data ricamata in oro e lo esaminò in tutte le sue parti. Tornò nel tempo dei ricordi. Sovrappose la sua maschera al vestito e nella sua immaginazione un corpo di uomo e l’altro di donna erano uno sopra l’altro, immersi in un campo di margherite. Pose le mani al volto:“Non può essere!”
Si precipitò verso l’uscita e vide i suoi attori attorno al falò. Fabiana non c’era, la cercò con gli occhi ma niente, si era dissolta anche lei. La notte passò tra insonnia e agitazione. La mattina seguente, di buon’ora, i teli delle scene furono spiegate e Costante si apprestò a dare un nuovo spettacolo e una nuova storia. Il pessimo umore lo allontanò dai suoi teatranti e non rivolse loro la parola, non prima della fine della rappresentazione. Era stato il solito sbruffone tracotante e sulla scena aveva dato il meglio di sé. La gente si era sollazzata fino alle lacrime e tutto era andato per il verso giusto. Come suo solito, a fine recita, si chiuse nel buio del carrozzone e lì vi rimase, fino a quando non lo raggiunse Fabiana. 
“Dove sei sparita?”“Ti sono mancata?”“A domanda, non rispondermi con domanda.”“Avevi bisogno di solitudine e mi sono rifugiata a dormire sotto un albero.”“Hai avuto freddo?”“Non importa!”“Oggi sei stata brava, hai saputo tenermi testa.”“Ho seguito le tue espressioni… ““Senti Fabiana: devo dirti una cosa.”“Ti sei stancata di me?”“Ma non dire idiozie!”“Sono pronta a farmi da parte.”“Che vuoi dire?”“Gli uomini d’arte come te non sanno ritrarsi davanti ai piaceri della vita.”“Non è come pensi tu!”“Non penso a niente. Conosco il mio ruolo nella tua vita e cerco di non invadertela.”Costante rise di gusto e l’abbracciò. Il suo caratteraccio, di colpo prese la piega del sentimentalismo. Lei capì che c’era qualcosa che non andava in lui, ma si prestò al gioco e fecero l’amore. Nuovamente la sera aveva calato le sue tende e fu subito buio. 
Nel carrozzone furono sistemati le tele di scena, il bardotto fu rifocillato e il carrozzone riprese il suo peregrinare fino alla prossima tappa. 
Tra gli scossoni e lo stridere delle ruote Fabiana si addormentò sulle sue braccia. Nella mente di Costante la figura di Emerenziana lo tormentava con il suo enigma.Perché lo aveva deriso e chi era in realtà? La maschera in oro, che celava i suoi occhi, non gli avevano permesso di scoprirlo. 
Carezzò i capelli a Fabiana, non ricordò nemmeno da quanto non lo faceva. Lei era sua moglie, ma l’abitudine e lo scorrere degli anni gli avevano fatto perdere il desiderio sfrenato d’amarla come i primi momenti dell’innamoramento. Si guardò le mani che cominciavano a riempirsi di rughe. Lo specchio sul tavolo dei trucchi gli restituì un volto stanco e sciupato. La fiammella della candela, si mosse allo sbalzo delle ruote sopra i sassi. 
I suoi occhi si chiarirono e tutto fu chiaro: la maschera in oro, la data cucita col filo in oro sul vestito.
“Emerenziana perché mi vuoi torturare?”Fabiana girò la testa, aprì gli occhi e studiò l’espressione del suo viso. Il tempo si fermò e cancellò in un attimo segreti ed enigmi da risolvere. Lei indossò la maschera in oro che aveva nascosto nelle pieghe del vestito e gli rispose dolcemente. 
“Scaramouche stiamo perdendo il vero senso dell’esistenza. Abbiamo consumato una vita in mezzo alle maschere.”“Non posso farne a meno, fanno parte di me.”
Il ricordò affiorò fulmineo: la maschera gliela aveva regalato lui, nel giorno di marzo quando i fiori investono il creato di colori e di profumi. La data ricamata sul vestito ne era la testimonianza.Adagiò Fabiana sopra il letto, le sistemò il cuscino sotto la testa e la coprì con la coperta. Lei si sentì coccolata e piena d’attenzioni. Una lacrima scivolò da sotto la maschera e le bagnò la guancia. Costante la deterse col pollice e la baciò lievemente sulle labbra. Ritornava il campo delle margherite e i loro corpi che splendevano di purezza al sole.   
“Solo quando non abbiamo quello che veramente ci interessa, scopriamo che ci manca di più. Sì, Fabiana mi sei mancata. Mi manchi da un tempo illimitato. La colpa è del mio orgoglio che non so tenere a bada.”Fabiana sospirò e le lacrime fluirono inzuppando la maschera di cartapesta. L’oro con la quale era dipinta si sciolse e lei fu interamente cosparsa dal metallo prezioso. Costante buttò sulla strada polverosa la maschera di Scaramouche e si adagiò accanto al suo gioiello.
Arcangelo Conzo

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