Il racconto: Tramonto rosso vivo, tratto da “In Danza Ruffiana”

Si trascinò lontano dal falò e stette in un angolo della spiaggia a mirare il tramonto che volgeva alla sera, chiuso nella sua solitudine. Pacifico, giovane laureando in Ingegneria Informatica, desiderava essere inondato e coinvolto nei colori che davano spettacolo ai suoi occhi.

Nell’evoluzione delle nuvole il cielo assunse il colore rosso vivo, rifratto dalla luce. Colore del sangue, della passione e del tutto che si compie per volontà divina. Sofia lo guardò e non lo inseguì. 

Conosceva a memoria i silenzi del suo fidanzato e li rispettò, lasciandolo allontanare dal cerchio di amici che si erano radunati intorno al fuoco per dare il benvenuto all’autunno. 

Nonostante fosse fine settembre, la temperatura si manteneva stazionaria sui venticinque gradi e molti giovani, ostinatamente, si immergevano nel mare che li accoglieva nel grembo di una madre protettiva. Pacifico era malinconico e il suo carattere rispettava in pieno il suo nome. 

“Nomen omen” disse il sacerdote il giorno del suo battesimo, mentre attingeva l’acqua dal fonte battesimale per cospargendogli il capo.

Pacifico non era per niente propenso agli scontri fisici e verbali. Il suo motto: “vivi e lascia vivere”, lo identificava in pieno. 

Sofia, di contro, era combattiva e volitiva, non se ne lasciava passare una ed era sempre pronta ai chiarimenti. Due anime e due caratteri naturalmente opposti, ma che si completavano per la loro diversità. Tre anni prima si erano incontrati nei corridoi del Politecnico: matricole immerse in un mondo nuovo, timorosi e impacciati dinanzi a veterani e maturandi.

“Ciao, scusami da che parte si va per Ingegneria Informatica?”

Domandò Sofia ad un imbarazzato e sprovveduto Pacifico, che con zaino in spalla e un foglio in mano cercava anch’egli di capire da che parte dovesse andare.

“Cerco anch’io la stessa Facoltà, andiamo.”

Si inoltrarono per corridoi e stanze fino a raggiungere la grande aula, già piena di giovani volenterosi e speranzosi nel risolvere il proprio futuro. 

Pacifico amava leggere gli scritti di Gandhi e spesso si chiudeva a riccio nel suo mondo, fatto di utopie e speranze.

Vagarono nel Politecnico e dimenticarono la ragione per cui si erano inoltrati. Parlarono di tutto: di Dio, di politica e del senso primario della vita. 

Giunsero nell’aula della Facoltà, ma non giunsero alla conclusione della loro conversazione. Si promisero di continuare e si sedettero ai banchi.

Da quell’incontro, passati tre anni, la loro storia d’amore era piena di punti interrogativi. 

Il tramonto sul mare era nel pieno della sua evoluzione. Pacifico incrociò le gambe, alzò le braccia al cielo e in sequenza ritmata mosse in maniera fluida mani, braccia e cantò per quattro volte – Ong Namo Guru Dev Namo Guru Deva. Sintonizzò la sua anima all’energia creativa dell’universo e il respiro divenne ritmico. Si lanciò in una danza libera, dettata dalla sua forza creativa. Mente, corpo e spirito si lasciarono guidare dalla forza vitale universale.

Il sole restò fermo in cielo e sembrò che si fosse cristallizzato, talmente era trasparente e vitreo. 

Gli amici si guardarono perplessi e non proferirono parola. Sofia gli si avvicinò e si sedette accanto. Tutto divenne tutto e ogni granello di sabbia partecipò al rito del sole in discesa. Nulla era perso, il tramonto preannunciava l’alba, c’era da attendere e l’attesa non è mai vana. Tutto divenne tutto e Pacifico si sollevò come stordito. Iniziò lo Shakti, danza Yoga, e si mosse in un rituale studiato dal corpo in progressione. 

“Amare è passione, amare è silenzio, è luce.”

Questo ripeteva Pacifico a Sofia, quando gli chiedeva perché non parlava e restava per ore in silenzio a contemplarla. 

Tutto divenne tutto e Sofia fu coinvolta nella danza. Tutto divenne tutto e gli amici furono trascinati nella danza che li portò nell’infinito della creazione dei sentimenti, linfa vitale dell’esistere. 

Tutto fu energia e nessuno ironizzò su quello che stavano facendo. Alcuni automobilisti dalla strada videro quello che stava succedendo e, come presi da una forza misteriosa, furono attratti e costretti, loro malgrado, a fermarsi e spegnere le auto. 

Automobilisti, passanti, giovani, sole e il cosmo danzarono fino a che le loro forze lo permisero. 

Infine, rientrarono tutti nell’acqua, liquido amniotico nel quale nessuno vi può accedere. 

Venne la sera e venne la notte che avvolse tutti nelle sue vesti di velluto blu. La spiaggia divenne letto e un unico sonno; il sogno li condusse nella raffigurazione celestiale della pace che sazia i cuori. 

La spuma delle onde sbatteva contro scogli levigati dal loro sciabordare e, in un andirivieni perpetuo, tornavano all’orizzonte. Cielo e mare si fondevano nel suono che abbraccia i popoli e le stelle solleticavano la volta celeste, provocando sorrisi e dolci pensieri. 

Le luci della città penetravano nell’acqua, creando giochi di colori che davano agli occhi felicità infinita.

“Pacifico: Nomen omen.”

Disse Sofia, mentre lo battezzava alla vita e Pacifico diventò uomo, si laureò con lode e divenne padre. Ai suoi figli insegnò il rispetto per le cose e le persone e non tralasciò mai la sua solitudine per mettersi in contatto con la forza vitale universale.

“C’è una spiegazione a tutto, basta cercarla.”

Lo disse sottovoce e uscì di scena senza tanti clamori.

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