Definizione di gratitudine: sentimento e disposizione d’animo, di affettuosa riconoscenza per un beneficio o un favore ricevuto e di sincera completa disponibilità a contraccambiarlo.
Provare gratitudine, comporta anche un ricordo equo, obiettivo di quanto e, a che prezzo, ti è stato offerto.
Ho iniziato così la mia riflessione, perché in Italia e questo da sempre, non si è illustrata nella sua completezza e integrità quella che è stata la sanguinosa Campagna d’Italia, e che ha portato alla liberazione dai nazisti dal territorio italiano e la caduta del regime fascista.
Si è trattato di una vera guerra, durata quasi due anni, dal giugno 1943 al maggio 1945 e che è costata il prezzo più alto pagato dalla popolazione civile e dal territorio nazionale nel secondo conflitto mondiale.
Il non aver dato il giusto giudizio e peso agli avvenimenti, a mio parere in maniera spesso dolosa, ha portato negli anni, la popolazione italiana, a non riconoscere a tutti gli uomini coinvolti e che si sono sacrificati per la nostra libertà, il giusto e doveroso senso di gratitudine.
Oggi, in Italia, quando ci si riferisce alla guerra di liberazione il grosso pubblico pensa solo alla “resistenza” nei territori occupati dai tedeschi e si è radicata una visione di “guerra civile tra italiani” più che di “guerra di liberazione dall’occupazione straniera”.
La campagna d’Italia è stata un conflitto tradizionale, “simmetrico” combattuto sul territorio italiano tra anglo-americani e tedeschi, e che non ha i connotati di una guerra civile “endogena”.
Durante la Seconda Guerra Mondiale sul fronte di guerra l’Italia scontava una condizione di netta inferiorità tanto rispetto alle forze anglo-americane e sovietiche, quanto alla Germania nazista, i civili italiani si videro dapprima costretti a viveri razionati fino alla malnutrizione e alla fame, privi dei più elementari servizi per la sopravvivenza collettiva (e individuale) e in seguito, a partire dal 1943, a vivere in città bombardate e in territori militarmente occupati.
Non voglio fare una cronaca degli avvenimenti, delle battaglie, delle crudeltà voglio evidenziare gli uomini coinvolti e soprattutto quelli provenienti dalle terre più lontane e meno interessate agli eventuali sviluppi successivi alla fine del conflitto ma, che hanno combattuto con l’unico fine di vedere un mondo veramente libero, accomunati solo dalla fede nella libertà.
Sulle lapidi dei tanti cimiteri di guerra disseminati lungo la penisola tra Siracusa e Udine, ci sono anche nomi di soldati e ufficiali: hawaiani, australiani, canadesi, neozelandesi, indiani e nepalesi, francesi e marocchini, polacchi, brasiliani, belgi, militi della brigata ebraica, oltre quelli inglesi e i numerosi statunitensi, che sono la stragrande maggioranza, tra cui persino pellerossa,
Continuano ad emergere, grazie al
lavoro dei ricercatori storici, particolari che non finiscono mai di stupirci e tra le pieghe delle vicende della guerra di liberazione troviamo anche i 3.600 volontari m?ori che combatterono in Italia quasi 2 anni.
Il 28° Battaglione Maori, della Divisione neozelandese, sbarcò sul suolo italiano a Taranto, era diviso in più compagnie, ciascuna delle quali era comandata da un ufficiale Maori, ed era formata da volontari delle diverse tribù.
Un forte legame univa i soldati di ogni singola compagnia, perché erano quasi tutti imparentati tra di loro, essendo membri della medesima tribù.
Ben 230 Maori provenienti dalle isole polinesiane caddero in combattimento in Italia, nelle battaglie di Cassino, Arezzo, Firenze di cui contribuirono alla liberazione, o sulla linea Gotica in Romagna, per poi liberare Faenza e poi proseguire verso il nord Italia sino a Trieste.
Anche iI contingente polacco ha subito gravi perdite, con 2.300 soldati uccisi in battaglia, 8.500 feriti e oltre 500 dispersi.
La maggior parte dei polacchi coinvolti nella campagna d’Italia provenivano dall’area Bsrr (Bulgari, Slovacchi, Romeni, Russi), dove erano stati esiliati dopo l’invasione della Polonia da parte dei sovietici.
Nei quattro cimiteri di guerra polacchi (Montecassino, Casamassima, Loreto e Bologna) riposano le spoglie di oltre quattromila soldati appartenenti a quattro confessioni religiose (cattolici in massima parte, ma anche ortodossi, ebrei e persino musulmani),
Durante la campagna d’Italia vennero utilizzati, e subirono un numero significativo di perdite, anche soldati indiani dell’esercito britannico (British Indian Army), provenienti da diversi principati indiani al servizio dell’Impero, in particolare le truppe Gurkha.
Questi e altri dati provengono da una monumentale ricerca storica effettuata dai singoli eserciti alleati, oltre che da saggi e articoli di numerosi storici.
La campagna d’Italia costò dure perdite a entrambe le parti coinvolte, gli Alleati subirono circa 350.000 “casualties” (morti, dispersi e feriti), mentre i tedeschi ne registrarono circa 430.000.
La popolazione italiana subì grandi danni durante la campagna e la penisola fu devastata dal passaggio del fronte e dalle incursioni aeree; 64.000 civili morirono a causa dei bombardamenti, circa 10.000 persone furono uccise dai tedeschi e dalle truppe della RSI nelle rappresaglie e nelle operazioni di repressione.
Alcune fonti parlano che lo sforzo bellico in territorio italiano costò agli alleati più di 120.000 caduti (fra morti in battaglia e feriti in seguito deceduti), mentre i soldati tedeschi uccisi in Italia furono circa 260.000, sepolti in cimiteri militari disseminati sul suolo italiano.
Riguardo ai partigiani i dati di riferimento possono essere quelli che raccoglie Giorgio Bocca nel 1966 nella sua “Storia dell’Italia partigiana”, a cui ha fatto riferimento anche la successiva storiografia moderata, compresi i Montanelli e Cervi dell’“Italia della Guerra Civile”.
Dati che danno un quadro, anche sulla rispettiva filiazione ideologica, nei momenti cruciali del periodo settembre 1943-aprile 1945 e da cui emerge il quadro che non tutta la resistenza era comunista come talvolta si ritiene.
In base al conto di Bocca, a settembre 1943 i partigiani erano in tutto 1.500, e a novembre 3.800, di cui 1.900 autonomi; la sinistra diventa maggioritaria nel 1944: ad aprile si contano 12.600 partigiani, tra Brigate Garibaldi, autonomi, Brigate Giustizia e Libertà del Partito d’Azione, gruppi cattolici.
Per il luglio 1944 c’è la stima ufficiale di Ferruccio Parri che per conto del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (Clnai) stima 50.000 combattenti tra: garibaldini, giellisti, autonomi e cattolici.
Nell’agosto del 1944 si arriva a 70.000, una stima del comando generale partigiano porta 130.000 uomini al 15 aprile, e calcola che “nei giorni dell’insurrezione si arriva a 250.000-300.000 partigiani che si muovono armati o incoccardati e di cui i garibaldini, secondo Bocca, sono la metà o poco meno.
Sulla base di questi numeri e tempistiche, anche nella “rivoluzione italiana” emerge la verità storica acclarata, che corrisponde anche a una precisa logica militare che afferma: “sono sempre i finali aggregarsi di masse alle élites guerrigliere a segnare il trionfo delle rivoluzioni”.
In Italia oltre all’esercito dei partigiani del Cln, tra settembre 1943 e aprile 1945 si contano altri due eserciti.
Il secondo era il complesso delle forze militari della Repubblica Sociale Italiana (Rsi) rimasto fedele al regime fascista, che arruolava 130.000 uomini:
Il terzo esercito, infine, era quello del Regno del Sud, che assunse il nome di Corpo Italiano di Liberazione (Cil) che divenne nucleo del futuro Esercito Italiano ricostituito, e partecipò attivamente a varie battaglie da Cassino per prima fino allo sfondamento sulla Linea Gotica.
Riguardo i numeri dei caduti dell’esercito partigiano le versioni, tra le quali l’Anpi, divergono alcune versioni parlano di 35.000 morti dei quali circa 7.000 in combattimento.
Sulla base di questo, una semplice comparazione numerica porta ad un rapporto di caduti superiore ai 10 soldati americani per ogni partigiano per liberare l’Italia.
E qui giunge una riflessione: tutti noi Italiani avremmo sicuramente voluto che fosse solo l’insurrezione popolare a sconfiggere l’invasore e liberare l’Italia dal nazifascismo ma, dobbiamo essere obiettivi e basarsi sui dati, e offrire un giudizio storico corretto, occorre conoscenza di eventi e battaglie, sproporzione di numeri e di evidenze e non fare fede solo a miti e testimonianze verbali per confermarlo.
La Resistenza deve conservare un forte significato sul piano simbolico, si possono narrare, anche come esempio di patriottismo: protagonisti, episodi e imprese ma, non si può sostenere, che fu essa, da sola, a liberare l’Italia.
Sarebbe più giusto per tutti i caduti, di ogni nazione, e per tutti i civili uscire dal mito, dalla pedagogia, dalla retorica e soprattutto dall’opera di mascheramento e falsificazione e raccontare soprattutto ai giovani la cronaca, la verità senza minimizzare da una parte ed esaltare dall’altra.
Questo prescinde dai giudizi personali che possono considerare gli alleati come benefattori e liberatori o occupanti e invasori, o solo soldati in guerra o chi, addirittura, avrebbe preferito che fossero stati i sovietici a liberarci.
Conclusione è importante, fondamentale il fine raggiunto e anche l’apporto dei rivoluzionari e partigiani ma, senza gli eserciti messi in campo dagli alleati, la sola resistenza non avrebbe potuto raggiungere l’obiettivo.
La mia proposta, a questo punto, per celebrare la Liberazione dell’Italia è quella di dire la verità, essere obiettivi e ragionare su dati, numeri e vite che non si possono smentire, perchè solo loro possono offrire la giusta e precisa dimensione storica all’evento drammatico, quanto fondamentale per tutti noi Italiani.
Buona riflessione.
Roberto Kudlicka
