Eccolo il Donald Trump: rafforzare i rapporti bilaterali e fare business.
Questa è la visione della pace del Presidente degli Stati Uniti. La guerra distrugge i rapporti e il business, costa, distrugge ricchezza, beni e vite umane. Sembra proprio che la priorità di Trump non sia la pace, ma il business: è il business che fa grandi o, come si dice, “great”.
Per fare business è necessaria la pace; ma, poi, il business è necessario e sufficiente per la pace.
Poi, c’è la regola d’oro del business: l’affare si fa in due; se non c’è equilibrio, allora non è un affare. Quindi, non atteggiamenti predatori ma equipollenza. A valle, poi, viene l’abilità nel commerciare che significa intuire i bisogni dell’altro per proporre una offerta che soddisfi la sua domanda. E’ l’eterno gioco della domanda/offerta.
Questa sembra essere l’essenza del Donald.
Se si parte da questi presupposti, si potrebbero capire le mosse di Trump.
Ad esempio, in questa ottica, ha senso la visione della striscia di Gaza trasformata in un grande resort; perfino l’accordo con l’Ucraina sulle terre rare, non è predatorio, perché risponde alle esigenze di sicurezza di Zelensky.
Ma anche i dazi, e le loro contingenti dinamiche, assumono il colore della ricostituzione di un equilibrio di business e non della predazione.
Qualcuno potrebbe obiettare che il Donald prima spara e poi si ritira. Niente di più fallace: è il gioco del commerciale. Se, poi, tutto questo crea trambusto, è solo perché ci si è abituati così tanto ad una omologazione acquisita che ogni disturbo alla quiete crea disagi a non finire.
Ma anche la politica del Tycoon sulle guerre si chiarisce: lui non vuol essere coinvolto perché queste costano; in tutti i sensi, non solo economici.
Che ha fatto Trump con la sua visita negli Stati del Golfo? Business, prevalentemente business. Quindi, conviene tralasciare commenti sulla accoglienza faraonica in Arabia Saudita; sulla sua amicizia personale con il primo ministro Mohammed bin Salman al Saud; sul Boeing 747, super lusso, ricevuto in regalo dal Quatar; perché tutto ciò riguarda il consolidamento dei rapporti bilaterali per “fare business”. Tralasciamo, anche, tutte le critiche che piovono solo perché non si è capito né Trump né le attese degli Stati del Golfo. Vediamo invece cosa sia successo in questa visita.
Il risultato è stato un business stratosferico da $ 1.000 mld! Alla base della domanda dei Paesi del Golfo c’è la “Saudi Vision 2030”: un forte impulso alla crescita per diversificare l’economia, ridurre la dipendenza dal petrolio, trasformare il paese in una potenza finanziaria globale. La Vision 2030 prevede la realizzazione di giga-progetti fra cui la costruzione di Neom, una città nel deserto, futuristica, grande quanto il Belgio.
Trump ha colto al volo la opportunità della Saudi Vision mentre altri giocano con “principi” e con la guerra: l’Ucraina, la Russia e, dietro questi, la cinica Cina.
Sono stati toccati, con Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, temi rilevanti: Intelligenza artificiale, Energia, Difesa, Tecnologia, Miniere, Infrastrutture, Turismo, Cooperazione giudiziaria, Assistenza doganale, Cultura (Museo Smithsonian), Criptovalute. Il tutto nella cornice di un Business and Investment Forum a Riad. Era presente tutta la Silicon Valley e Wall Street: Mark Zuckerberg (Meta), Elon Musk (Tesla), Sam Altman (Open AI), Larry Fink (BlackRock), Citigroup, IBM, Starlink, Oracle, Nvidia, Amazon, Amad, Ge Vernova, Boeing, Delta Air Lines, American Airlines, United Airlines e tanti altri.
Ma Trump si è portato anche John Elkann (Stellantis). Ma che c’entra Elkann?
Beh! Il business non ha nazionalità. Ricordiamo che Altman è stato ospite, a Torino, all’Italian Tech Week di Elkann che è, in verità, nato a New York ed è nel Consiglio di Amministrazione di Meta di Zuckerberg; oltre ad aver donato
$ 2 mln per l’incoronazione di Trump alla Casa Bianca.
Ma non saremmo attenti cronisti se non ricordassimo che al Forum di Riad ha partecipato anche una delegazione di imprese piemontesi, guidata da Stefano Lo Russo, sindaco di Torino, in cerca di investimenti e partnership.
Il mondo si muove mentre qualcuno pensa a dormire sugli allori passati.
Tenendo l’occhio al business, Donald Trump ha toccato anche temi cruciali quali la situazione a Gaza, le tensioni con l’Iran per il dossier nucleare, la crisi con lo Yemen, la normalizzazione delle relazioni fra gli Stati del Golfo e Israele sollecitando l’adesione agli Accordi di Abramo, il caso Siria.
Per quest’ultimo, l’approccio è stato rivoluzionario: abboccamento irrituale con Ahmed Hussein al-Sharaa – al Jolani (il nuovo leader della Siria) e revoca delle sanzioni Usa.
Tutti gli stupidi, stupiti: tutto collegato alle relazioni commerciali e al business.
Infatti, Taylor Budowich, vice capo di Gabinetto della Casa Bianca definisce Donald Trump “tremendamente consequenziale”; infatti il Donald, nel suo discorso al Forum di Riad ha suggerito un approccio “realista e post-ideologico, senza prediche americane, senza voler costruire Paesi”.
Ha aggiunto: “I miracoli scintillanti di Riad e Abu Dhabi non sono stati creati dai cosiddetti nation-builders, né da neocon né da ong liberali. Sono frutto della gente del posto”. Una rivoluzione della geopolitica statunitense.
Le presuntuose democrazie “liberal democratiche”, accompagnate dalla “intellighentia” nostrana ed europea, non lo capiscono o non lo vogliono capire. Intanto i treni passano; e si perdono tutti.
Ad esempio, tanto si è dibattuto sul nuovo Papa, R.F. Prevost, sulla sua continuità, o meno, rispetto a Bergoglio; sui suoi contrasti, o meno, con Trump. La “intellighentia” nostrana ed europea ha superato sé stessa: tutti esperti, tutti opinionisti; in verità tutti in posizione sgemba.
Una cosa è certa: gli USA, con Donald Trump e J.D. Vance sono di casa in Vaticano. Nessuno se ne è accorto? E nessuno si è accorto di quale sia stato il livello della presenza di Russia e Cina nelle celebrazioni a Roma?
Noi pensiamo che Leone XIV si intenderà molto bene con Trump; noi pensiamo che il Leone XIV non sarà la fotocopia di Francesco; noi pensiamo che Trump abbia le idee ben chiare; noi pensiamo che l’Europa si deve svegliare dal suo torpore quasi centenario perché sembra che abbia speso tutte le sue energie intellettuali nella II guerra mondiale.
