Il batterio che genera elettricità, respira i metalli e pulisce l’ambiente

Nelle profondità dei sedimenti acquatici e dei suoli privi di ossigeno vive un microrganismo che sfida le nostre concezioni sulla vita: Geobacter sulfurreducens. Questo minuscolo essere non ha bisogno né di ossigeno né di luce solare per sopravvivere; al contrario, si nutre di elettricità pura.

Scoperto nel 1987 dal microbiologo Derek Lovley, Geobacter sulfurreducens è stato oggetto di numerosi studi per la sua straordinaria capacità di trasferire elettroni direttamente a metalli come il ferro e l’uranio, o persino a elettrodi in sistemi progettati dall’uomo. Questa abilità gli permette di “respirare” metalli invece che ossigeno, in un processo che genera corrente elettrica come sottoprodotto.

Ciò che affascina di più è che questi batteri sviluppano delle strutture chiamate nanocavi: filamenti di proteine conduttrici che funzionano come minuscoli cavi elettrici, permettendo agli elettroni di fluire dall’interno della cellula verso l’esterno. Questi nanocavi sono stati studiati per possibili applicazioni nella bioelettronica e nella produzione di energia.

Nei laboratori di tutto il mondo, Geobacter sulfurreducens è stato utilizzato in celle a combustibile microbiche, dispositivi che trasformano materia organica in elettricità. Questi batteri formano biofilm sugli elettrodi, generando correnti elettriche che potrebbero alimentare sensori o dispositivi a basso consumo.

Oltre al suo potenziale nella produzione energetica, Geobacter si è dimostrato utile anche nella biorisanamento di ambienti contaminati, poiché è in grado di ridurre metalli tossici come l’uranio, trasformandoli in forme meno solubili e quindi meno pericolose.

Questi microrganismi, invisibili a occhio nudo, potrebbero avere un ruolo cruciale nello sviluppo di tecnologie sostenibili e nella bonifica di ambienti inquinati. La loro capacità di “mangiare” elettricità e “respirare” metalli ci offre una prospettiva completamente nuova sulle possibilità della vita e della tecnologia.

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