Per questa riflessione voglio partire dall’articolo 34 della nostra Costituzione Italiana che sancisce:
“i capaci e meritevoli anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”.
Pertanto questo articolo afferma che i più alti gradi d’istruzione devono essere raggiungibili, non solo dai più meritevoli cioè occorre abbattere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono pari opportunità nel raggiungere tali traguardi.
Riflettevo, la vita è strana, nessuno può scegliere se nascere uomo o donna, ricco o povero, in Danimarca o in Sudan, sin da subito quindi partecipiamo inconsapevolmente a delle lotterie.
Il filosofo politico John Rawls, a questo proposito, nel suo libro “A theory of justice”, afferma che la vita delle persone è fortemente influenzata dalla “lotteria sociale” cioè da tutti quei fattori assolutamente arbitrari che, come primo elemento, sono: le contingenze familiari e sociali.
Non solo, esiste anche una “lotteria naturale” che assegna talenti e capacità intellettive differenti e che ancora una volta non siamo noi a poter scegliere.
Da questo preambolo si può facilmente comprendere che è difficile stabilire un merito, quando non c’è una equa uguaglianza di opportunità, un piano di uguaglianza iniziale, un metro di giustizia.
Chiaramente ognuno, nel seguito, ha la possibilità di sviluppare quei meriti allo stesso modo di altri più “fortunati” in queste lotterie ma, ovviamente questo costerà uno sforzo sicuramente più grande.
Una gara, dunque, oggettivamente e drammaticamente impari.
Se restringo il campo della meritocrazia all’università posso sicuramente esprimere il mio parere, sulla base di esperienze e vissuti concreti.
Non tutte le università sono uguali già per suddivisione giuridica tra pubbliche statali, private e telematiche, non tutte hanno lo stesso metro di insegnamento e valutazione, lo stesso peso delle attività didattiche, le stesse tasse, anche se poi il titolo che si consegue ha lo stesso peso è “equipollente”.
Mi direte: non sempre!
D’accordo è così!
Per chi capisce o vuole capire, esiste titolo e titolo ma, nei concorsi pubblici sì, sono tutti uguali!
Quindi perché affaticarsi, se ho i soldi e posso raggiungere lo stesso obiettivo?
Ma, le competenze acquisite?
Sì vabbè … ma ciò che conta e che mi sistemo lo stesso!
Il discorso qui si espande, si dilata, perché si entra in mondo, quello accademico , particolare chiuso forse più di altri, dove lo stesso docente tenuto anche a giudicare, può ancora essere assunto per semplice cooptazione, familismo, nepotismo, baronato tutte forme che partoriscono persone e figure valide e può essere vero.
Ma, come la mettiamo con l’equità di sforzo?
Con la uguale possibilità di…?
Certo che è sempre tutto in regola infatti si bandiscono concorsi, si stilano requisiti, profili e commissioni spesso tutto costruito, prefabbricato sulla persona che già si ha in mente di assumere, quando già non presa e in attività.
Ci sono stati gli scandali denominati “parentopoli”, in università come in tutti gli altri enti o assimilati ma, anche qui è difficile dall’esterno valutare i legami ad esempio ci sono cognomi da nubili o perché in cascata, sistemati coniuge e figli, si passa e il metodo si estende anche ai parenti acquisiti: generi o nuore, ecc…
Sì! Ma poi negli atenei c’è la legge Gelmini che vieta fino al quarto grado …. o i “codici etici” ma un modo, una maniera lo si trova sempre, non a caso i diretti interessati sono “docenti ricercatori”.
Quindi le caste, le cricche, l’elite, la classe non cambia a muovere i fili sono sempre le stesse persone!
A mio semplice parere è molto probabile che esistano persone meritevoli, forse anche più valide, anche fuori da questi schemi!
Però poi tutti politici, media, docenti, rettori, letterati, filologi, storici, anche rappresentanti della “colta e giusta sinistra”, persino ricchi e fortunati artisti, parlano di “cervelli in fuga” ma, aggiungo io, da chi?
Da cosa?
Resto perplesso, conosco molti giovani o anche meno, che si sono logorati, hanno logorato le loro scarpe, e le finanze dei genitori per anni e anni nei corridoi dei professori, per cercare di seguire le loro passioni e mettere a frutto i loro talenti ed essere sfruttati anche “in nero”, per poi rinunciare, emigrare o cambiare obiettivo, in gergo tecnico per “burnout” si sono bruciati, hanno consumato le loro aspettative, si sono stancati e disillusi se ne sono andati.
E adesso gli proponiamo “mare a sinistra” per cercare di farli tornare ma, io come i ragazzi risponderei giustamente, che forse adesso è troppo tardi…
E a parer mio avrebbero ragione!
Gli stessi personaggi che hanno costruito concorsi e commissioni su misura adesso …
E questo non solo per quanto riguarda il personale docente ma, anche per tutte le altre categorie di personale funziona lo stesso metodo.
Gli stessi politici che lamentano la emigrazione di cervelli e che propongono questi bei progetti e immagini poetiche, idilliache, hanno nel loro entourage politico o professionale corrotti e concussi, sono sempre loro quelli che hanno permesso concorsi vinti con lauree falsificate, consulenti super pagati privi delle adeguate competenze e know-how inventato ma, che servono come utile quando indispensabile merce di scambio.
Enti, municipalizzate, o società in house costruite apposta per avere un bacino su cui fare affidamento, il tutto con soldi “nostri” a rischio zero.
Anche qui non parliamo solo di figure apicali o dirigenziali ma, anche di
assunzioni in serie di persone legate alla malavita, a livello professionale sicuramente più basso ma, comunque utili come baratto in cambio di altri favori …
Tutti, o nella maggior parte, hanno tollerato, quando non praticato corruzione, clientelismo, raccomandazioni implicite o esplicite.
Ma, sto parlando comunque di professionisti nei loro settori, di colletti bianchi, non cose fatte in maniera dilettantistica, ciò che emerge e comunque a fatica o casualmente, sono le cose proprio più grossolane, tipo ritocchi con photoshop, quelle fatte perché così già certi e convinti di riuscire, tanto chi deve parlare, se tutti sono legati a doppio filo.
La punta di un iceberg che sotto nasconde un numero di ingiustizie enorme, perché queste mie citazioni, emerse dalla cronaca recente, non sono nulla in confronto con la realtà consolidata di lustri, decenni, epoche.
Senza che nessuno si opponga, il fenomeno scorre lento e ingiusto. Seppur la problematica sia ampiamente nota sul territorio nazionale, troppi sono i casi che restano all’oscuro anche dolosamente a causa dei “media di partito” e di “giustizia insabbiatrice”.
O, peggio, quanti casi scoperti ma, impuniti, messi lì a decantare in attesa della prescrizione.
Il problema esiste ed è radicato, inutile nasconderlo.
Credo che in primis sia una questione culturale, fortemente consolidata in Italia, prima ancora che di volontà.
In realtà anche l’opinione pubblica sembra avere ad oggi quasi, inconsciamente, accettato queste dinamiche come facenti parte del sistema, quasi una prassi, uno standard per cui inamovibili, insuperabili.
Si è totalmente smarrito l’ideale del merito, per il raggiungimento di un certo risultato ottenuto con sacrificio.
Se esistesse un criterio meritocratico, forse tutte le aberrazioni verrebbero meno, cioè la fine di una élite, di una lobby privilegiata, che grazie all’ appartenenza ad uno status sociale o conoscenze familiari (nepotismo e in senso allargato clientelismo) o di casta economica (oligarchia) o grazie al suo potere politico, monopolizzi l’accesso allo studio, alla ricerca, al lavoro.
Serve un sistema in grado di premiare l’elevato quoziente intellettivo e lo sforzo, l’impegno profuso, un sistema di valutazione chiaro e oggettivo, che tenga conto della esperienza e competenza, l’utilizzo di strumenti di misurazione imparziali, e che non siano influenzati da fattori esterni, serve soprattutto “pulizia di animo e controllo”.
Ma, è meglio che ritorni al termine “meritocrazia” questo è un neologismo creato nel 1958 dal laburista sociologo britannico Michael Young, che nel romanzo distopico “L’avvento della meritocrazia” la descrive come: “Il sistema di valori che premia l’eccellenza di un individuo indipendentemente dalla sua provenienza”.
O ancora: «Gli uomini, dopotutto, si distinguono non per l’uguaglianza ma per l’ineguaglianza delle loro doti”
Per proseguire: “Se valutassimo le persone non solo per la loro intelligenza o la loro efficienza, ma anche per il loro coraggio, per la fantasia, la sensibilità e la generosità”
Indicando quindi, una forma di governo nella quale la posizione sociale di un individuo viene determinata dalla sua attitudine al lavoro oltre che dalle sue doti personali.
Anche in questo caso mi viene da rispondere: sarebbe bellissimo!
Mah sarà mai possibile e soprattutto qui da noi in Italia…
La formula di M. Young per descrivere la meritocrazia è:
M = IQ + E.
Ovvero la meritocrazia è la sommatoria tra intelligenza e energia
La formula di Lorenzo Ieva invece è:
M = f (IQ, Cut, ex) + E.
Cioè è rappresentata dalla funzione complessa tra intelligenza, cultura ed esperienza, a cui poi si aggiunge l’energia.
A scuola, all’università, sul lavoro, è giusto riconoscere e premiare il merito, occorre il giusto equilibrio nello stabilire i confini tra merito e rispetto del principio irrinunciabile di garantire a tutti uguali opportunità.
Cercando di ridurre le disuguaglianze dovute alle eccessive differenze di reddito e che garantisca la fine di discriminazioni fondate su criteri arbitrari quali il sesso, la razza e le origini (o le appartenenze) sociali.
Buona riflessione.
