C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui Donald Trump ed Elon Musk sembravano marciare verso un destino condiviso: ribaltare il sistema, rompere le regole, parlare (o twittare) sopra le istituzioni. Entrambi outsider nei rispettivi campi, hanno incarnato, ciascuno a modo suo, il sogno americano nella sua forma più spigolosa: il miliardario che sfida il potere tradizionale, che conquista le masse nonostante – o forse grazie a – la sua improntitudine.
Eppure oggi, quell’intesa quasi “ideologica” sembra essersi sfilacciata, forse definitivamente. Trump, in piena corsa per un improbabile ritorno alla Casa Bianca, e Musk, ormai padrone di X (ex Twitter) e simbolo dell’industria tech globale, sono ai ferri corti. Ma cosa è successo davvero?
Il fragile equilibrio dell’egomania
Alla base del loro avvicinamento c’era una convergenza di interessi, più che una vera sintonia umana. Trump aveva bisogno di un megafono e di legittimità tecnologica; Musk di libertà assoluta di parola e di spazi politici da esplorare, magari anche da conquistare. Quando Musk ha riaperto l’account di Trump su X dopo l’acquisizione della piattaforma, molti avevano letto la mossa come il segnale di un’alleanza strategica. Ma il vero segnale era nella scelta di Trump di non usarlo più. Il tycoon aveva ormai costruito un proprio ecosistema comunicativo (Truth Social) e non aveva alcuna intenzione di tornare a essere ospite a casa d’altri, nemmeno se quel “padrone di casa” si chiamava Elon Musk.
Il punto di rottura: ego e politica
Il rapporto si è incrinato ulteriormente quando Musk ha iniziato a criticare apertamente Trump, definendolo “troppo divisivo” e auspicando, via social, che “si facesse da parte”. Trump, prevedibilmente, ha risposto con la solita retorica aggressiva, accusando Musk di essere “un altro miliardario che deve tutto ai miei sgravi fiscali” e deridendolo per i sussidi pubblici ricevuti da Tesla. Da quel momento, la tensione ha lasciato spazio all’ostilità.
Ma il vero nodo è più profondo: entrambi hanno bisogno di essere al centro del mondo. Due personalità così dominanti e narcisistiche non possono coesistere troppo a lungo nello stesso spazio mediatico e politico. Trump vuole la lealtà incondizionata, Musk non la concede a nessuno. Musk cerca di posizionarsi come arbitro del futuro, mentre Trump resta ancorato a una visione nostalgica del passato.
Due visioni del potere
La rottura tra i due è anche lo specchio di una frattura più ampia tra due destre americane. Quella di Trump, populista, conservatrice, protezionista e spesso complottista; e quella di Musk, tecnolibertaria, globalizzata, votata all’innovazione a qualunque costo. Per quanto entrambi possano condividere certe battaglie culturali – contro il “politically correct”, contro i media tradizionali, contro le istituzioni giudicate corrotte – le fondamenta ideologiche su cui si muovono sono profondamente diverse.
Conclusione: fine di un’illusione
La fine del rapporto tra Trump e Musk non è solo una querelle tra due ego smisurati. È il segnale che, anche tra i giganti, la politica è questione di interessi contingenti, non di fedeltà duratura. Nessuno dei due è disposto a fare da spalla all’altro. E in un’America sempre più polarizzata, dove ogni alleanza è fragile e ogni parola può essere un colpo di grazia, questa rottura è un altro capitolo del disordine sistemico che entrambi, in modi diversi, hanno contribuito a creare.
Forse non si sono mai davvero stimati. Forse non si sono mai davvero sopportati. Ma avevano bisogno l’uno dell’altro – finché non ne hanno avuto più bisogno.
