Referendum, illusioni e ipocrisie

Lo sapete cosa è la “comunicazione”? Eccola spiegata per un tema che oggi tiene banco sui social e sui media. Il principale artefice del referendum 2025, quello dei 5 quesiti, Maurizio Landini, desideroso di cambiare stato da sindacalista a politico, è stato incaricato dai 4 dell’apocalisse (Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni) di presentarsi in televisione per “spiegare il flop del 30%”. Il mandato? Girare la pizza!

Così, la spiegazione è diventata un sermone. Infatti, per un oratore, la parola è una droga potentissima che ipnotizza la mente e sveglia la pancia.

Landini ha detto che il quorum non è stato raggiunto (vero!); ma non è stata una sconfitta (ah, no?). Anzi, il “campomezzolargo” (PD, M5S, AVS con l’aggiunta di CGIL che aggiunta non è perché sono sempre le stesse persone) ha vinto. Cosa? Ha vinto? Certo, ha vinto perché ben 14 milioni di cittadini hanno votato. Capite l’illusionismo della comunicazione? Infatti 14 milioni è molto più grande di 30; quindi, dirottiamo l’attenzione sul grosso.

Inoltre, 14 milioni è tanto grande che, dice Landini, da qui è possibile ripartire. Questa è l’ipocrisia di una sconfitta epocale, una fantasiosa facezia che diventa, addirittura una sfida e una promessa per il futuro.  

Ebbene, sdoganata la sconfitta con l’istrionica inventiva del Landini, si può far viva la Schlein rimarca, da contabile competente: ”14 milioni di voti, più di quanti ne ha presi la Meloni”. Ecco, cosa è la comunicazione!

Il referendum sta al 30%, Meloni sta al 28%! Non si sa se ridere o piangere.

Con questa comunicazione, il campomezzolargo pensa di abbindolare gli italiani, nella sua convinzione che siano tutti zombi.

La Schlein fa intendere che quei 14 milioni siano tutti voti di sinistra e, perciò, per definizione, contro il governo e a favore della opposizione. MA non tiene conto di quel 2,5% (schede nulle e bianche) che rivela un nutrito gruppo di contestatori del referendum MA non tiene conto che il 5° quesito, quello sulla cittadinanza a 5 anni, non ha avuto il successo atteso nemmeno fra i simpatizzanti di sinistra, anzi, rappresenta una seconda sonora sberla.  

Questo referendum, fatti rapidi calcoli, ha detto una sola cosa: che il campomezzolargo mezzo largo può contare al massimo su di un consenso non superiore al 25%, tanto per essere buoni.

Nella sua “spiegazione”, Landini ha confermato che l’obiettivo era raggiungere il quorum. Infatti, il campomezzolargo ha fatto una campagna sulla opportunità di votare: della valenza sociopolitica dei cinque quesiti, la vera questione in contesa, i promotori se ne sono scordati bellamente perché ne hanno parlato pochissimo. Questo ha fatto nascere qualche dubbio di troppo: che, cioè

l’obiettivo vero, associato al quorum, fosse quello, da un lato, di dare fastidio al governo; dall’altro, di intascare il bonus di pubblico danaro riconosciuto come rimborso delle spese referendarie (€ 2,5 mln per 5 referendum). Infatti, ciò sembra certificato dalla tanto infelice quanto irritata esternazione del Landini: “Il Paese soffre di crisi democratica”.

Ci risiamo! Ecco che emerge, come un atavico ricorrente tic, l’intollerabile suprematismo intellettuale sinistroide che non riconosce all’elettore (è uno zombi!) la maturità del libero arbitrio ma ne deplora, disgustato, la ignoranza. Ma, intanto, ben si guarda dal proporre un percorso, didattico e informativo, per favorire la crescita della consapevolezza e lo sviluppo della cultura.

Non passa loro, nemmeno per l’anticamera del cervello, che l’astensionismo sia frutto di un solo fatto: la proposta politica non riscuote il gradimento del corpo elettorale. Allora, si inviano tanti rammaricati saluti allo strumento referendario, espressione di democrazia diretta.   

Al di là di queste facezie, vediamo il fatto politico. Non rimane che chiedersi:

Come mai, il campomezzolargo e la CGIL si accorgono solo dopo dieci anni che quelle leggi (Jobs Act) che loro stessi hanno fortemente voluto, nell’era Renzi, andavano contro i lavoratori? Questo rimarrà un mistero gaudioso del sistema partitico italiano e del sindacato ma induce a sospettare che sia il campomezzolargo, sia il sindacato non siano tanto interessati a proporre soluzioni socio economico politiche quanto morbosamente attenti alla gestione del consenso e della relazione: dei contenuti, nemmeno l’ombra.

Come mai, il campomezzolargo, che si definisce ipocritamente “progressista”, proponga di ritornare al passato, in un mondo di ieri che non c’è più, senza tener conto delle dinamiche accelerate della Società Civile?

Come mai, il campomezzolargo sostiene che l’esito referendario sia un punto di ripartenza e non l’inizio della fine? Non si sa quante volte questa area politica di sinistra ha dovuto ricominciare.  Non si sa quante volte sia stata invocata una sinistra “a la page”: per tutte quelle volte si è rimasti delusi, in uno stato di attonito “sur place”. Poi, il solito nulla.

Forse sarebbe il caso di concludere che una “sinistra moderna” non esiste né può esistere se le premesse, i metodi e le persone rimangono gli stessi.

Della storia moderna di questa area politica, dopo la caduta del muro di Berlino, rimane solo una sequenza di start up.

Come mai personaggi pubblici navigati come la Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni, Maurizio Landini non abbiano previsto questo disastro referendario che appariva fin troppo probabile finanche a chi non mastica le tendenze della opinione pubblica? Ma, anche la propaganda è stata deficitaria: fare una campagna di promozione per il consenso dimenticando la valenza sociopolitica della proposta appare il massimo. Di certo, non si può colpevolizzare, però, interpretando la Costituzione a proprio beneficio, la campagna d’opposizione dell’avversario. E meno che meno, si può colpevolizzare  l’elettore. Sorge, pertanto, il dubbio che la debacle sia frutto di una supervalutazione del proprio appeal o di problematiche legate a complessi di vanità e superiotità.

In ogni caso il disastro referendario mette in cattiva luce le “attitudini politiche” dei cinque dell’apocalisse.

Ma c’è un fatto molto più grave in questo disastro referendario: i cinque cavalli di battaglia, quesi cinque quesiti, sono stati bocciati in toto dalla opinione pubblica e dal corpo elettorale. Quindi, non possono più essere ripresentati alla opinione pubblica. Le armi sono ormai spuntate: si deve trovare un altro terreno di scontro.  

In un Paese civile ci si attende che i cinque moschettieri dovrebbero rendere conto delle loro scelte avventate e della loro inettitudine politica. Il che significa presentare le proprie dimissioni e lasciare democraticamente all’organizzazione di appartenenza la libertà di decidere del loro destino. Ma si può essere sicuri che non succederà nulla. Loro continueranno imperterriti a fare una sterile politica di opposizione, senza costrutto né futuro, obsoleta e noiosa, con una tenacia degna del detto: “hic manebimus optime” (qui staremo comodamente). Figuriamoci se lasceranno il posto, ii benefici e i privilegi cui si sono assuefatti. Vogliamo forse noi metterli in crisi d’identità? Landini ha già detto che non pensa proprio alle dimissioni; lo ha detto senza aver consultato la organizzazione d’appartenenza.

Questione di sovranità personale.

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