Jeff Bezos sposa Venezia. E l’Italia, come al solito, si indigna

Tra martedì 24 e sabato 28 giugno 2025, Jeff Bezos e Lauren Sanchez dovrebbero convolare a nozze nella suggestiva Abbazia benedettina di San Giorgio Maggiore, a Venezia.

Eppure, a meno di una settimana dall’evento, le polemiche su questo sfarzoso matrimonio non si placano. Anzi, si fanno sempre più accese, quasi fossimo nell’Inghilterra medievale pre-Magna Carta, ai tempi dei feudal aids, o nella Francia raccontata da Marc Bloch, quando contadini, servi della gleba e vassalli erano tenuti a versare tasse o doni al proprio signore in occasione delle nozze sue o di sua figlia.

Qui, però, è l’opposto: il patron di Amazon non riceverà tributi dalla comunità – sarà lui a spendere. E non poco.

Dunque, perché tanta acrimonia?

La risposta è semplice: perché l’Italia – e gli italiani – con la sua storia plurimillenaria, ha visto di tutto. Siamo tra i popoli più smaliziati e cinici del mondo e, per questo, tra i meno inclini al culto della personalità o della ricchezza altrui. Un atteggiamento che, ahimè, ha anche un rovescio della medaglia: una certa diffidenza sistemica, una passione tutta nostra per la dietrologia… e una spiccata invidia per chi sta meglio, soprattutto se percepito come furbo o privilegiato.

Attenzione: non sto dicendo che Jeff Bezos lo sia. Non spetta a me giudicare le origini della sua fortuna. Anche se avessi le prove che si è arricchito sulle spalle altrui, il fatto resterebbe invariato: il mio – o il vostro – disappunto non scalfisce minimamente la sua ricchezza.

Dunque, se Bezos non toglie nulla a Venezia né all’Italia, perché tanto accanimento?

A cosa serve questa sterile invidia, se non a produrre la beffa di non poter cambiare lo status quo e, nel frattempo, perdere anche i vantaggi concreti: opportunità di lavoro per i locali, visibilità internazionale, pubblicità positiva e gratuita per il nostro Paese?

Già, perché forse chi protesta non sa che circa l’80% delle spese sostenute da Bezos per l’organizzazione del matrimonio finiranno nelle tasche di lavoratori e imprese veneziane. Si parla di 9 milioni di dollari: altro che bruscolini! Molto più di quanto lasciano ogni giorno i turisti “mordi e fuggi”, quelli con i salvagenti nelle fontane, i panini sulle scalinate delle chiese e il gelato da passeggio come massimo investimento culturale.

Con il matrimonio di Bezos, Venezia guadagnerà l’equivalente di quattro giornate extra di turismo pieno. È come se l’anno veneziano non avesse 365 giorni… ma 369.

E questo senza contare la funzione parareligiosa dell’evento. A meno di clamorose sorprese – tipo annullamento alla Sacra Rota – il magnate non potrà sposarsi in chiesa con rito cattolico, ma solo ricevere una benedizione da un prelato e celebrare un rito civile in cornice ecclesiastica.

Un rito che avrà senz’altro un costo. E, vista la levatura degli sposi, difficilmente si risolverà con la classica offerta da 200 euro come per lo sposo comune.

Anzi, sono convinto che Bezos – per eleganza, cortesia e forse anche calcolo – lascerà un segno concreto alla comunità veneziana, sia essa laica (Comune, Regione) o religiosa.

E quel lascito sarà tanto più generoso quanto più bello sarà il ricordo che Venezia saprà lasciare ai due piccioncini.

D’altronde, i ricchi non vanno a Disneyland. Vanno a Neom. O si fanno un giro in orbita con Blue Origin. Non sono i magnati a deturpare le città d’arte, né a gonfiare gli affitti convertiti in B&B.

Sono i “ciambellani” col gelatino in mano. Diciamolo una volta per tutte.

E poi, perché gli stessi che protestano contro Bezos non hanno detto una parola sulla notizia, uscita pochi giorni fa, di uno chef sul Lago di Como che ha fatto pagare 45 euro per un piatto di spaghetti al pomodoro?

O della pasta in bianco servita a Milano, nel 2024, a 26 euro?

Ecco cos’è che fa male all’Italia: l’invidia, e la furbizia. Quella che porta molti a pensare: “Se Bezos ha fatto i soldi vendendo cazzate, allora quanto dovrei farmi pagare io per la mia pasta, il mio servizio, il mio lavoro?”

La risposta è semplice: il giusto.

Perché, come diceva il grande Andreotti: “Le volpi, alla fine, finiscono tutte in pellicceria.”

Ecco perché, secondo me, è meglio riflettere prima di indignarsi per mestiere.

[responsivevoice_button buttontext="Leggi articolo" voice="Italian Female"]

News dal Network

Promo