E’ successo. Nella notte del solstizio d’estate, il 21 giugno, il giorno più lungo dell’anno, gli USA hanno sganciato le loro terrificanti bombe su tre siti nucleari in Iran. Quali siti? Quelli che la intelligence aveva, da lungo tempo, individuato come essenziali per il programma nucleare iraniano: Esfahan, Natanz, Fordow.
L’annuncio è dato da Donald Trump sul suo social Truth, e poi in una diffusa “situation room” di soli tre minuti.
Cosa è stato detto? Che gli USA avevano “completato con successo” il blitz sui siti nucleari e che gli aerei erano in rotta di ritorno alle basi e già fuori dalla spazio aereo iraniano.
Trump ha detto che “i siti nucleari chiave iraniani sono stati completamente e totalmente distrutti con massicci attacchi di precisione”.
Sei Stealth B-2 hanno sganciato bombe anti-bunker su Fordow; e sono stati lanciati 30 missili Tomahawk, da sottomarini, contro gli altri due siti nucleari.
Il Northrop Grumman B-2 Spirit è un bombardiere strategico subsonico a tecnologia stealth, non individuabile, il solo capace di trasportare le terrificanti bombe “bunker buster”.
La GBU-57A/B MOP (Massive Ordnance Penetrator) è una bomba da circa 14 tonnellate, capace di penetrare anche 60 metri di cemento armato o oltre 100 metri di terreno roccioso prima di esplodere.
Fin qui il fatto tecnico.
Eppure, solo poche ore prima, Donald Trump, intervistato, aveva risposto che di non sapere se “sarebbe intervenuto o meno” a fianco di Israele, prendendosi un tempo di ben due settimane per decidere. E già gli opinionisti ridicolizzavano questa risposta considerandola una delle solite esternazioni del Presidente USA, e sicuro indizio di un suo comportamento altalenante fra minacce e ritrattazioni.
L’ultimatum USA ad Ali Khamenei era già considerato una delle innumerevole facezie soprattutto di fronte alla orgogliosa sfida iraniana a valle dell’ultimatum citato e di fronte alle posizioni assunte dalla Russia e dalla Cina a favore dell’Iran.
La iniziativa di Trump, inattesa e tempestiva, getta una luce diversa sui comportamenti del Tycoon, genera sconcerto in tanti commentatori che sono costretti a cambiare il loro pregiudiziale punto di vista, sorprende molti governi compresi quelli di rilievo geopolitico come l’asse russo/cinese, ignora il tentativo di mediazione della disorientata terna europea (GranBretagna, Francia, Germania); accende lo sdegno interno tanto che Alexandria Ocasio-Cortez dei DEM chiede l’impeachment del presidente; lascia di stucco António Guterres, segretario generale dell’inutile Onu che dice: “una pericolosa escalation in una regione già sull’orlo del baratro”.
Ma non è finita qui perché il Presidente USA, dopo il blitz, avverte: “Se la pace non arriva rapidamente, attaccheremo quegli altri obiettivi con precisione, velocità e abilità … qualsiasi ritorsione dell’Iran contro gli Stati Uniti sarà contrastata con una forza molto superiore a quella di questa sera”.
Trump ha tutta l’aria di fare sul serio: vuole cancellare il programma nucleare iraniano e non gli interessa un cambio di regime.
C’è il rischio di una guerra globale? Di certo, i 40 mila soldati Usa di stanza nel Medio Oriente, e Israele, sono esposti alla vendetta asimmetrica di Teheran, alla reazione degli Houthi, all’eventuale posizionamento del mondo arabo.
Vediamo quale potrebbe essere lo scenario emergente.
Trump rinuncia ad eliminare Ali Khamenei, che nel frattempo si è reso irreperibile dopo aver indicato tre suoi possibili successori; Trump rinuncia cambiare il regime iraniano; Trump non contrasta l’influenza russo/cinese sull’area Medio Orientale; Trump reclama la pace e, con essa, la instaurazione dei commerci e dei traffici.
Sono tutte questioni che vedono la convergenza della Russia, della Cina e del mondo arabo.
Il dialogo appare possibile perché, lo diciamo così per trasmettere facilmente il concetto, Trump appare combattere “atteggiamenti fondamentalistici” con i quali è impossibile proprio il dialogo: l’unica opzione diventa il conflitto. La Russia, la Cina, gli USA, tutto si può dire di loro ma, certo, non che siano fondamentalisti. La guerra, sempre presente, si sposta su altri terreni: razionalità e competitività, commerci e traffici. Anche se non va sottaciuto che questi privilegiati interlocutori di Trump punteranno su di un corrispettivo.
Da questo punto di vista, nonostante i continui inviti alla pace e le buone intenzioni, è l’Europa che mostra poca flessibilità ed mostra un insito tasso di fondamentalismo, indugiando nell’indicare un nemico, senza se e senza ma, ed intenta ad erogare sentenze e sanzioni ormai fuori luogo in questo panorama in forte mutamento.
Il masochismo, economico politico filosofico, del vecchio Continente fa capolino e l’Europa ne paga le conseguenze come attore globale ma anche come proprio sviluppo economico e sociale.
Ma anche Israele ottiene i suoi benefici perché è rassicurata nel suo atavico problema di esistenza purché dimentichi la sua dottrina della “grande Israele”.
Netanyhau ha commentato: “La decisione di Trump è coraggiosa e cambierà la storia … la sua leadership ha scritto una pagina di storia che può aprire al Medio Oriente un futuro di prosperità”. Speriamo tutti che sia così.
Non c’è dubbio che ora dominerà il caos delle vendette, delle dichiarazioni, delle accuse, delle manifestazioni, delle denunce di violazioni del diritto internazionale, di una crisi dei commerci.
Ma se lo scenario decritto è plausibile, ha certo qualche probabilità di realizzarsi: tutto il caos di reazione è da considerarsi un previsto danno collaterale. E, poi, dopo la tempesta verrà la quiete.
Non dobbiamo che attendere gli eventi futuri nei quali, sappiamo, noi non abbiamo gli strumenti per intervenire.
