Nel Medio Oriente, le guerre non iniziano mai davvero e non finiscono mai del tutto. Si trasformano, si ramificano, mutano forma. L’ultimo capitolo di questa lunga instabilità si sta scrivendo tra Teheran e Tel Aviv, ma le pagine sono piene anche di Washington – e del ritorno di Donald Trump sulla scena politica americana.
L’attuale escalation tra Iran e Israele non è solo il risultato di un lancio di missili o di operazioni sotto copertura. È il frutto maturo di anni di provocazioni, tensioni latenti e strategie geopolitiche intrecciate. La Repubblica Islamica, dopo decenni di isolamento e sanzioni, ha rafforzato la sua influenza regionale attraverso milizie proxy in Libano, Siria, Iraq e Yemen. Israele, da parte sua, non ha mai smesso di colpire preventivamente dove vedeva un pericolo emergere, soprattutto nei dintorni dei suoi confini nord-orientali.
Ma il punto di svolta più recente – e potenzialmente più destabilizzante – è il rientro prepotente sulla scena di Donald Trump. Il suo ritorno nel contesto elettorale americano e le sue dichiarazioni sull’Iran, spesso incendiarie e prive di filtro diplomatico, stanno polarizzando nuovamente lo scenario internazionale. Trump ha già promesso un approccio “più duro” verso Teheran e ha dichiarato apertamente che Israele deve avere “mano libera” per difendersi.
Le sue parole, come spesso accaduto in passato, non sono semplici opinioni: diventano detonatori. Ogni dichiarazione, ogni tweet (o Truth, sulla sua piattaforma), viene immediatamente interpretato nei corridoi del potere come una possibile svolta nella postura americana. E questo ha conseguenze.
Israele, già colpito da attacchi diretti e indiretti negli ultimi mesi, si sente legittimato ad agire con ancora maggiore forza. L’Iran, consapevole di trovarsi di fronte a un fronte ostile e in parte galvanizzato dalla prospettiva di una presidenza statunitense nuovamente aggressiva, non sembra intenzionato a fare marcia indietro. A Teheran, l’establishment vede l’influenza americana come una minaccia esistenziale, e l’ascesa di Trump è interpretata come la fine di ogni possibilità di dialogo con l’Occidente.
In mezzo a tutto questo, l’Europa rimane marginale, incapace di proporre una mediazione seria. I Paesi del Golfo, intanto, osservano con crescente preoccupazione: una guerra aperta tra Iran e Israele potrebbe incendiare l’intera regione e far saltare ogni equilibrio energetico ed economico.
Il problema non è solo militare. È anche simbolico, culturale e strategico. Le parole di Trump, per quanto prive del peso istituzionale in questa fase, stanno riscrivendo le percezioni e i calcoli politici. Il rischio è che tra il desiderio di rivincita iraniano, la legittimazione implicita israeliana e il caos elettorale americano si perda l’ultimo filo di razionalità diplomatica.
Il mondo, oggi più che mai, ha bisogno di silenzio e riflessione in Medio Oriente. Ma sta ottenendo, invece, urla, provocazioni e venti di guerra. E nel gioco a somma zero tra Teheran e Tel Aviv, con Washington che alimenta la fiamma, l’unica certezza è che nessuno, nemmeno chi sembra forte, può davvero vincere.
